M.A.L.D.O.R.O.R. | Ilarie Voronca | Contre-solitude

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M.A.L.D.O.R.O.R.

Materiali per un Archivio Letterario D’autori Ostili Ribelli Osceni e Randagi

#3 Ilarie Voronca



1. Per molto tempo mi sono svegliato presto al mattino. 2. La RER, il treno regionale che collega Parigi alla periferia, è una vasta rete di interscambi che dimostra la validità del sesto postulato di Euclide, conosciuto anche col nome di Hasard objectif: «Due linee parallele si incontrano sulla banchina di una stazione». 3. Nel frammento autobiografico Berliner Chronik (composto tra il 1932 e il 1938), Walter Benjamin racconta come per anni avesse accarezzato l’idea di comporre graficamente, in una cartina geografica, lo spazio della vita [bios]. Con quest’opera bio-grafica, Benjamin avrebbe voluto rinnovare il genere della biografia rinunciando al tempo e alla storia a favore delle coordinate proprie allo spazio. L’immagine finita avrebbe registrato la sua personale conquista della città, i settori da lui occupati e vissuti. La mappa di Benjamin ipotizza una conversione dell’esperienza narrativa dei luoghi in un’ellissi info-grafica: sulla sua mappa egli avrebbe contrassegnato con un simbolo colorato le case degli amici e con un altro le stanze delle donne amate; con colori e simboli ancora diversi, i luoghi dove si erano svolte le discussioni politiche, le panchine del parco dove amava sedersi, i campi da tennis dove aveva giocato, le tombe davanti alle quali aveva assistito alle sepolture. La cartografia di Benjamin è un tentativo di teorizzare la biografia come una grafia della vita il cui segno specifico è costituito da una geo-grafia della città. A partire da questa ipotesi, le zone nelle quali si è vissuta una determinata esperienza rappresentano, a tutti gli effetti, un dato fattuale (un documento) tramite il quale la topografia della città non è più mera astrazione oggettiva dello spazio ma astrazione di uno spazio invaso dalla soggettività. Lo spazio neutro della città è così convertito in logos, una parola-luogo che circoscrive lo spazio vissuto. In questo modo la città non è più concepita soltanto come un’archeologia della Storia e del sapere umano stratificato nelle sue molteplici componenti architettoniche; essa diventa documento-narrazione, una testimonianza della propria storia individuale stratificata nel corso degli anni come il reperto etnologico di una civiltà estinta: i nostri ricordi. 4. Un’opera dell’artista Christian Boltanski intitolata Ritratto di mia madre, consiste in un neon che indica la data di nascita, un trattino e la data della morte della madre. 5. Secondo i miei ultimi calcoli, durante l’ultimo anno, ho trascorso in media circa 4 ore e 12 minuti al giorno nei mezzi pubblici per poter raggiungere il mio luogo di lavoro. Prendendo in considerazione gli ultimi dieci anni, la media sale a 4 ore e 32 minuti. Il paesaggio della periferia parigina sfila al di là del finestrino del treno regionale modificando i suoi tratti con più lentezza rispetto a quelli del mio viso che, ogni mattina, vedo sovrapporsi nel riflesso opaco delle prime luci dell’alba. Tra poche settimane avrò 39 anni. Se il cuore fosse come il tronco di un albero, il mio avrebbe, al posto dei cerchi concentrici, le linee rette della mappa della rete metropolitana e regionale parigina. 6. A lezione, S. mi ha chiesto come tradurre in francese selva oscura. 7. Nell’introduzione ad un libro postumo del 1973, Petit manuel du parfait bonheur, il poeta rumeno Ilarie Voronca si chiede che ne sarà della letteratura disperata il giorno in cui il mondo sarà, infine, felice. 8. Ilarie Voronca si suicida a Parigi il 4 aprile 1946. 9. Nel 1652, alla sua morte, le spoglie del pittore spagnolo Jusepe de Ribera furono inumate nella Chiesa di Santa Maria del Parto, a Napoli. A causa dei continui rimaneggiamenti architettonici della chiesa, oggi non si ha più alcuna traccia dei suoi resti. 10. L’altra sera, durante una delle nostre riunioni settimanali allo Chat Noir, mentre commentavamo una poesia di Ilarie Voronca, il mio amico O. ha detto che la condizione dell’esiliato è per definizione poetica poiché l’esiliato utilizza necessariamente la lingua del paese che lo accoglie in maniera poetica. Alla maniera di un falegname in una foresta di segni, ha detto O. 11. Ilarie Voronca è inumato al cimitero di Pantin, nella periferia di Parigi. Nel 2010, il Collectif Ilarie Voronca pubblica un annuncio: «La tomba del poeta Ilarie Voronca, nel Cimitero parigino di Pantin, si trova in uno stato estremamente critico. La pietra tombale è completamente scomparsa nel corso degli anni e a causa delle intemperie. La stele (sulla quale il nome di Ilarie Voronca è ormai cancellato) è rovesciata su una tomba vicina. La concessione Voronca è scaduta da più di due anni. La sepoltura rischia di scomparire da un giorno all’altro e i resti del poeta di essere gettati in una fossa comune». 12. Alcune settimane fa, M. ed io siamo andati a Blanes, in Spagna, per consultare alcuni manoscritti di Roberto Bolaño esposti in occasione di una mostra organizzata dalla biblioteca municipale della città da poco ribattezzata col suo nome. Blanes, ha detto M., sembra Pozzuoli. Una città sull’orlo del precipizio, un luogo sul punto di essere risucchiato nell’abisso archeologico della Storia. Come l’idea stessa di un certo tipo di felicità. Passeggiando lungo la strada principale della cittadina, il Carrer Ample, un’arteria che si apre come una vena che risale dal mare, ci imbattiamo in un pannello col viso di Bolaño e l’indicazione di un percorso turistico dedicato al poeta cileno e ai luoghi che aveva frequentato durante gli anni in cui vi ha vissuto e in cui è morto. Di quei luoghi, non c’è più alcuna traccia. Dove c’era un bar, oggi sorge una lavanderia automatica, dove c’era la cartoleria, sorge un ottico. L’unico luogo che ancora esiste è la farmacia dove Bolaño si recava per acquistare i medicinali coi quali ha rimandato la morte. 13. Ho sognato che Ilarie Voronca e Roberto Bolaño passeggiavano mano nella mano tra i corridoi di un luogo che assomigliava ad una biblioteca, ma una biblioteca che non aveva nessun libro tra gli scaffali e che per questo assomigliava più ad un hangar o ad un’immensa cella frigorifera o alla sala di un museo di storia naturale in cui erano esposte le pietre tombali dei poeti postumi. Non appena aveva visto il suo nome accanto a quello del pittore spagnolo Jusepe de Ribera, Bolaño iniziava a piangere con tutte le lacrime che aveva in corpo e mentre le sue lacrime ci trascinavano, come un maremoto, fuori dal sogno, Ilarie Voronca ci teneva per mano dicendoci qualcosa che aveva a che fare con la resurrezione, la poesia, l’amore, la solitudine e la menzogna. 14. Ilarie Voronca, Cimitero di Pantin, 2666: «A volte si avverte la presenza di un morto. / Non ha mani né volto. È quella nebbia / che avvolge piano le case, gli oggetti, i visitatori / riuniti lì. Forse è quella luce che filtra / dalla stanza accanto. / Nessun segno. Nessuna voce. Ma una speranza indefinita / che annuncia un mondo migliore. / Questa presenza di un morto benevolo, / come un nome che si vorrebbe pronunciare / ma che si è dimenticato. O come una scrittura segreta / che non si sa più far riemergere». 15. Secondo la legge di conservazione della massa, in natura, nulla si distrugge, nulla si crea, tutto si trasforma. 16. Ilarie Voronca (1903, Brăila, Romania – 1946, Parigi, Francia).

***


AUTORITRATTO

Eccomi all’età in cui, fuori come dentro,

ho assunto una forma abbastanza stabile, come un fiume

che dopo aver zigzagato tra le rocce

scorre lento nella pianura. Ora sa

che il mare o la morte che ha sognato lo attendono fedeli.

Anch’io sono stato impaziente, anch’io mi sono gettato

contro le rive che erano i miei stessi limiti.

Mi sono riversato intorno a me, ho voluto trascinare

nella mia corsa gli alberi, il villaggio natale, ho languito

sotto i ponti della grande città. Sono stato innamorato

di un volto come un sole dentro di me,

una chioma trascinata per un istante tra le erbe e poi

rimasta lontana alle mie spalle. Dirò soltanto

che il quarantesimo anno già mi guarda negli occhi,

la linea scura della notte stringe le mie tempie,

il volto è rimasto lungo e i miei occhi velati di tristezza

gettano ancora la fiamma di una speranza indomita.

Sto curvo perché, essendo cresciuto bruscamente

fin dall’adolescenza, ho sempre provato vergogna

di sembrare più alto delle persone della mia età.

Così ciò che illuminava il mio spirito deturpava il mio corpo.

Il mio fervore, la mia riservatezza sono stati spesso presi

per viltà o per ipocrisia. Nella coppa

dell’amore ho trovato l’anello freddo della solitudine.

La sposa e la sorella erano lontane. Ho spezzato il pane

amaro del senza tetto. Eppure, sono stato l’uomo

di due patrie: una di terra, l’altra di nuvole;

di due donne: una di neve e di vino, l’altra di nebbia;

di due lingue: una di qui, l’altra di un paese non ancora situato.

Sono stato ovunque lo straniero la cui voce è come un’ancora

che ha dormito a lungo nell’acqua e che risale

coperta di alghe e di conchiglie sconosciute qui.

Non temo di apparire presuntuoso,

perché o tra cent’anni nessuno leggerà questa poesia

e allora non si avrà occasione di accusarmi di presunzione,

oppure almeno un lettore, da qualche parte in una biblioteca

o in una soffitta tra vecchie cose, si imbatterà

anche solo per caso in questo libro.

Non sarà forse contento, allora, di conoscerne l’autore?

Qualche dettaglio insignificante in apparenza: il colore

della sua pelle. Lo si prendeva spesso per un meticcio o un creolo.

Le sue mani lunghe e sensibili, la sua gioia di vivere

che né padroni odiosi, né la povertà, né le solitudini

hanno saputo spezzare. Certo, ho conosciuto

la dura legge del lavoro. Ho condiviso il destino

delle moltitudini affamate: sono stato

lo studente nella mansarda, il manovale, il segretario

che sopporta l’ira del padrone, il domestico,

il giornalista senza lavoro che corre tra le redazioni.

Ma sulle cime delle montagne sono stato pari ai fortunati

e l’uomo più ricco non avrebbe potuto gustare

con maggiore delizia il piacere del mare

quando le braccia fendono l’acqua e la schiuma

sparge nel respiro un sole vaporoso.

O gioie di questo mondo, anch’io vi ho conosciute,

ho avuto la mia parte di felicità.

E queste domeniche

che prendevano la forma della donna amata.

Ma oggi

è già novembre sulla mia fronte e sui vetri.

Il vento soffia e la pioggia batte sulle ardesie del cielo

e tutta la notte, tutta la notte si sentirà la mia voce

risuonare nella stanza,

come il passo inquieto di un prigioniero.


***


AUTOPORTAIT

Me voici à l’âge où à l’extérieur comme à l’intérieur

J’ai adopté un contour assez stable comme une rivière

Qui après avoir zigzagué parmi les rochers

S’avance lente dans la plaine. Car elle sait maintenant

Que la mer ou la mort dont elle a rêvé l’attend fidèle.

Moi aussi j’ai été impatient, moi aussi je me suis jeté

Contre les rivages qui étaient mes propres limites.

Je me suis déversé autour de moi, j’ai voulu entraîner

Dans ma course les arbres, le village natal, j’ai langui

Sous les ponts de la grande cité. J’ai été amoureux

D’un visage comme un soleil au fond de moi

Chevelure traînée un instant avec les herbes et ensuite

Resté loin en arrière. Je dirai seulement

Que déjà la quarantième année me regarde en face,

La ligne sombre de la nuit entoure mes temps,

Le visage est resté long et mes yeux voilés de tristesse

Jettent encore la flamme d’un espoir indompté.

Je me tiens voûté car ayant grandi brusquement

Dès l’adolescence j’ai eu toujours honte

De paraître plus grand que les gens de mon âge

Ainsi, ce qui embellissait mon esprit enlaidissait mon corps

Ma ferveur, ma réserve ont souvent été prises

Pour de la lâcheté ou de l’hypocrisie. Dans la coupe

De l’amour, j’ai trouvé la bague froide de la solitude.

L’épouse et la sœur étaient loin. J’ai rompu le pain

Amer, du sans logis. Et pourtant j’ai été l’homme

De deux patries, l’une de terre, l’autre de nuages ;

De deux femmes, l’une de neige et de vin, l’autre de brume ;

De deux langues, l’une d’ici, l’autre d’un pays non encore situé

J’ai été partout l’étranger dont la voix est comme une ancre

Qui a séjourné longtemps dans l’eau et qui remonte,

Couverte d’algues et de coquillages inconnus ici.

Je ne crains pas de paraître présomptueux,

Car, ou bien dans cent ans nul ne lira ce poème

Et alors on n’aura pas l’occasion de m’accuser de présomption

Ou bien un lecteur au moins quelque part dans une bibliothèque

Ou dans un grenier parmi de vieilles choses tombera

Ne fût-ce que par hasard sur ce petit livre

Ne sera-t-il pas content alors d’en connaître l’auteur ?

Quelques détails insignifiants en apparence : la couleur

De son teint. On le prenait souvent pour un métis ou un créole

Ses mains longues et sensibles, sa joie de vivre

Que ni patrons haineux, ni pauvreté, ni solitudes

N’ont su briser. Car j’ai connu bien sûr

La dure loi du travail. J’ai partagé le sort

Des multitudes affamées : j’ai été

L’étudiant dans la mansarde, le manœuvre, le secrétaire

Qui supporte la colère du maître, le domestique,

Le journaliste sans emploi courant les rédactions

Mais au sommet des montagnes j’ai été l’égal des fortunés

Et l’homme le plus riche n’aurait pas pu goûter

Avec plus de délices le plaisir de la mer

Lorsque les bras fendaient l’eau et que l’écume

Répandait dans mon souffle un vaporeux soleil.

O joies de ce monde je vous ai connues aussi, j’ai eu certes

Ma part de bonheur. Et ces dimanches

Empruntant les contours de la femme adorée

Mais aujourd’hui

Il est déjà novembre sur mon front et les vitres

Il vente, et la pluie frappe sur les ardoises du ciel

Et toute la nuit, toute la nuit on entendra ma voix

Résonnant dans ma chambre,

Comme le pied inquiet d’un prisonnier.

(da Contre-solitude, 1946)


© Il fotomontaggio in copertina, riprodotto in calce, è stato realizzato da Giovanni di Benedetto



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