da Di questo nascere altrimenti (Edizioni del faro, 2026)
DI QUESTO NASCERE ALTRIMENTI
عيقوتلا םיִּמַרְגֹוליִּפ
Filogrammi della segnatura
Dal ciclo degli sfratti
‑1. (casa meno 1):
Morfologia della goccia| formula di co‑fragilità |statiche| focolare contro focolare, il centro si tira via la misura dell’onda e sulla gobba si strascica l’interno staccato| In cartelline bianche tutti i nomi delle stanze| ȸ è un giorno autentico di sole figure|le antenne di Hans sul canale senza tegole| Ï è il Dun ﻳ kelkammerhut con la testa e di pellicola per il fuori ‑mezzo opaca e mezzo aperta‑| ɕ un’operazione sulla sua piantina| schizzi di facciate e scivolosità delle pareti divisorie| Ɋ foratura per i cubi incassati nei ritagli e apribili sulla tessera a cornice| tecniche di nominazione e rabdomanzia per indicare i luoghi nello 0 adatto a perimetro e costruttori| il figlio e la gemella con la stecca rubata del cercatore, scopre la porta con la maniglia di stucco| si apre sul giardino selvaggio di due case affianco| microcella delusa, nel separarsi‑ è rimasta impigliata| una camera a nebbia riproduce la risorsa come fosse ancora qui| ʄ il telaio nel lucchetto e l’agrifoglio sulla sbarra per l’ingresso| un taglio dell’erede nell’incavo lascia il guscio incustodito, nel travaglio
pittogramma ጨለማ
nell’umido le fiaccole precedono la sera l’arrivo dei digiunanti e degli orefici che non sanno del riposo di quello che vive tra loro, con i muscoli a fasci di serpenti ancora non sanno di Marum, il nome della voce, e di hay’aum, il racconto che alla sera ricomincia sostanza ricambiata nell’osso.
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Dal ciclo delle arche
Canto ∞
Mi stava, la metà, ad Atlit Jam, in idrossido e in bagno di potassio.
Infilai la mano e mi passai il negativo su fronte guancia e labbra , per ricompormi.
Ma la soluzione mi restò girata sul perno e sfregava contro l’asse, così l’arcolaio mi serrò di nuovo il filo senza titolo e la matassa liberò le tessere.
Chaka, Fula, Gazi e Jama stavano in firme e impronta singolare.
Sgocciarono appena dall’impressione.
Li guardai nell’ombra in cui l’incarto sbiadisce l’archivio e casa e casa a Mopti s’impresse nel passo sbiadito del bagno di ammonio e bromuro.
Canto VII – Ničija Zemlja
La via sul fondo del cubo è un lago, dilaga ed è la diga di Rama in pietrarame che mi sfilaccia i bordi del triangolo occhi naso bocca e nel centro sconfina il muro bianco dopo il muro nero il muro bianco con i buchi neri. Tuzla si scioglie via dagli analemmata in lignite, uno ad uno cadono i pezzi di mimesi attaccati sul velo e dalla bocca del boccascena entrano i digiunanti e gli orefici delle città, i sarti di Mostar e i tessitori di Travnik. Il monte si apre e li accoglie.
E una luce vi traspare per loro, perché ‑ un angelo‑ li custodiva.
Battezzò dove passarono i figli venuti per detto deserto.
Si trovava con sua madre nel deserto, nella fessura dell’alto monte. E l’angelo li nutriva. Nel deserto si irrobustiva. Tra le rocce, nella grotta, gli diceva la madre, la processione ha schiuso la miniera sul fondo. Le braccia rosse si allungano a benedirmi.
Da Jala sono scesi i custodi e camminano a migliaia con Faruk e il lago sulla sua fronte è la casa gelata dei commedianti.
Canto finale- Արարատ
Mi toccai la fronte e sul ciglio gli altri si frugavano le notti e stoccavano il cianuro dalle miniere sulle guance.
Dalle tempie strisciò l’odore dei vagoni ad Harazdan e a Dağlıq Qarabağ i consigli le rotte in polvere e i lenzuoli in caligine le brocche di Khas e Dolma in foglia e zuppa e indicazioni a posteggio e cenno all’indietro, sfogliando i connotati e i documenti, li scava levando agli stami e alle bacche le marce e il suo giardino nero.
Dal Ciclo della riconsegna
Canti di mercurio
In fosso e riunito a nitra‑potassio‑te p.
Teper, n’a conca ‘a goccia Tëpërësiri n’ goccia incocciata (n‑h) ossa. Struttura e midollo e Thoothothop
E brucia‑tutto il brucia‑tutto e il yãkoana hi dei soffi i codicilli nei reparti con cui staniamo le altre serre e Thoothothopi e gli scritti e i testimoni e i disegni rupestri.
Brucio, dico, prima che lingua, brucia. Prima che lingua sono bruciore.
E viene, El Even Odd. Madre che secca nel crepaccio. Prima che venga via la lingua degli altri e la mia. Madre che secca nel crepaccio. “Uxi pë nëhë mohotiamãɨ “l’indice che segna l’Estratto.
I. Postille dell’Arca I.
|diranno gli arcolai|
festa ȸ
dove la sabbia è salita sui tamarindi e l’andromeda bagna il carrubo e qishon non ha più lacrime quando scende a lezreel.
Le arche seccano sotto Yabboq, Arnon e Yarmuk il Giawlan
i lirici del sacramento bevono dal legno di kevr ed erez votano
[che non lo dica né l’uno, né l’altro, nell’urna‑ tensegrità della minaccia serra senza collo in questo vuoto edifica nell’aria l’enclave della schiuma non‑finita e contro quell’aperto nella stella si auto‑climatizza l’insulare]
Anticiclo di Ankh
Canto I- Il nim be hei dei laborinti
E sotto, la linea, impilate sull’argine e Negev, scorrevano i Mhyr dei nessi e dei fusi e del nodo scisso a pezzo.
Non erano sopra a colonna di Etzion in scalo per targa e Al Arroub e raggio.
Li teneva ḥut qaṭrah ed era filo e goccia ed era tufo nel muro in contrada e fango.
Danilo Paris (1992) è scrittore, poeta e formatore teatrale. Dopo essersi lauraeato all’Università La Sapienza di Roma con la tesi Cinema Biologale: il nomadismo come pratica estetica/memoriale, dal 2021 fonda e dirige il Festival dell’arte nomadica in Lazio, che dal 2024, in collaborazione con Assopace Palestina, ha ospitato i poeti Marwan Makhoul e poi Ghayath Almadhoun nel 2025. Cura laboratori teatrali nei licei dal 2022. Dal 2022 nasce il progetto Arca, meccanismi di curatela per installazioni e laboratorio di rapsodia poetica. Dal 2023 ha dato voce ai personaggi di Pasolini, Lennon e Da Vinci in tournée internazionali e nazionali. A Marzo 2026 pubblica la sua prima silloge poetica, Di questo nascere altrimenti, con Edizioni del Faro, nella Collana Sonar diretta da Davide Galipó e Carlo Molinaro.









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