#1 | Agli albori di Brasilia
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Mi ricordo di quella primavera. Pensavo alla mia scrittura come a un corpo che ho preso a calci per anni. Pensavo che le avrei dovuto qualcosa. Eppure non è mai morta, non ha mai perso molto sangue. Un essere alieno, di quelli dalla consistenza lattiginosa e di gomma sudicia. Un corpo dalle vene vuote e bianchissime. Quindi, stava solo rannicchiata. Mi dispiace di aver creduto che non fossi abbastanza. Non guarirai da questa cosa. Mi vedo capace di dispiegare pressoché questo: lo sforzo sovrumano che ho fatto per accettarla così com’è. La violenza che avrei voluto avere, in più, per ogni calcio sferrato. Almeno se fosse morta, se ce l’avessi fatta ad ucciderla, non starei qui ora, con questo sudario in mano, andando in giro gridando, constatando un fatto.
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RIPERCORRERE
Ripercorrere da vivi il mondo (il ricordo) di chi ci ha accompagnati.
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FASE LUTEALE
Tutti i tuoi sensi ritornano in auge. Come ricordi rimossi e poi riemersi. È così che ti senti ogni qual volta il tuo corpo si riassetta da un periodo di degenza ormonale. In breve, quando la coppa deborda.
È inusuale sentirli riappropriarsi degli spazi che erano loro, almeno fino a qualche settimane prima. È sfiancante dover essere una donna. Come si fa a non fingere una coscienza, in questo stato? Se la donna è, a conti fatti, la prima vittima di sé stessa, del suo corpo. Se deve ogni volta ricordarsi di rientrare nel suo corpo. Ma non sono solo i sensi a rivitalizzarsi. Anche certi pensieri, anch’essi costipati per settimane in qualche anfratto della mente, qualche gatta buia del pensiero, adiacenti alle pareti ammuffite di un luogo umido e pretenzioso. Tenuti nascosti per una forma di controllo esercitata dagli stessi sensi rimossi. Lo stesso controllo che ti fa agire con fermezza alle cose intorno a te. Che non disdegni, perché dovresti. E la risacca dei pensieri che nuovamente si rinfrangono a riva, insomma la loro riuscita, dipende anche dal tipo di pensieri che hai tenuto in serbo per il futuro. Ad esempio, avevo questo pensiero di dover scrivere su questa rubrica, e mi sono chiesta a lungo come, in che modo, come arginare certe paure vuote, come non proteggersi entrando nella paura. E poi mi ritrovo a questo punto, carica di qualcosa che nell’anfratto silenzioso, nel frattempo, stava sedimentando, in gestazione di sé stesso. Luminescenza opaca nell’umidità del buio. Tenuta al caldo dai suoi fratelli pensieri. È uscita fuori in una forma improvvisa e disperata, spaventa.
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SOGNI, IN FASE LUTEALE
5.00 del mattino. Sfrutto la fase luteale, dove le mie idee sono migliori e più coincise. Chiudo gli occhi e mi figuro indietro, nel tempo. O avanti di qualche giorno e mese, nel momento in cui per caso ti rivedo, in Piazza XX Settembre, adiacente alla Stazione Centrale di Bologna. Sono appena scesa dal treno e mi dirigo verso il centro.
- Ma va? esclamo.
Non stai fuggendo, non fuggi. Me lo sarei aspettato ma rimani attonito e controllato. In qualche modo gaudente.
- Ciao. – esclama.
– Dov’è che vai? – gli chiedo.
- Sto andando a Milano.
- Ah, ecco. Cioè pensa che… e tu qui.
- Sgrano gli occhi altrove, li scarico a terra.
- Ci vediamo – aggiungo.
Non rispondi.
Ti oltrepasso.
La tua mano che afferra la mia. Cos’è un secondo compatto, indivisibile? Ha la consistenza di atomo.
Mi trascini con te. Non faccio domande. Sapevi che non le avrei fatte? Quanto tempo avrà impiegato la tua mente a pensare a questo posto, che già conoscevi?
Entriamo in questo palazzo. Saliamo una rampa di scale, due, tre. Si vede benissimo il piazzale dove eravamo poc’anzi, da qui.
Mi fermi, mi collochi accanto ad una parete.
La mia scrittura fagocita, e solo in presenza di un alta velocità posso accettarne la dilatante sottomissione verso il peccato. Solo dove il non detto perde di importanza.
E tu non sei da meno. Ti avvicini. Un secondo è indivisibile solo se è seguito da un intento coerente al precedente. E prima di incontrarti, avevo comunque mantenuto intatto, da qualche parte dentro, il desiderio. Di vederti. Quindi non protesto contro questo inglobarci del tempo e dello spazio. Mi baci violentemente, come a voler cancellare qualcosa, un ricordo, il ripudio di un segno di coscienza.
I tuoi baci, come a voler sciogliere un muscolo. Socchiudi le labbra in quel modo che mi fa impazzire, come se stessi sempre atterrando su una terra bramata, ma è solo bramosia. Te ne compiaci.
Arrivo subito al punto, struscio medio e indice in mezzo alle gambe tue. La sporgenza di voi uomini. Vorrei avere un paio di jeans solo per averne una anch’io, osservare il gioco di luci delle fibre di cotone tese da qualcosa che cresce pulsante sotto il tessuto. Ho fame, ho sempre fame.
Infilo la mano, mentre osservi ad occhi bassi le mie labbra che si socchiudono per loro.
Infilo la mano, calore, amicizia, vuoi fare amicizia? Lo avvolgo con la mano, le tue appoggiate e distese alla parete adiacente alle mie spalle. Lo tasto, sono inesperta. È sempre la prima volta ed è il tuo calore a dirmelo, e il modo in cui la tua pelle calda fa attrito con la mia mano tiepida. Assorbo da te tutto, calore, ispirazione, cecità. Apri questa sacrosanta zip, per favore. Per favore. Sguaino la cinta, è il rumore delle posate che sfregano prima del pasto.
Accenno a brevi sorrisi, e tu guardi le mie labbra e ricambi. Ti stampo un bacio irrisorio ai margini della bocca e scendo. Inizialmente è sempre la prima volta, poi diventano tutte le altre in cui te l’ho preso in bocca. È uno slittamento graduale e ogni secondo rimane indivisibile. Lo spingi in fondo, la mia mano ad accompagnare. Sono il direttore d’orchestra. Ma non sbattermi la testa sul muro, devo placarti sempre. E lo capisco che la tentazione di farmi male è tanta. Sorrido anche qui ma devo aspettare che lo sfili, e lo rinfili, cuci il tuo piacere come un sarto professionista e senza chiedermi mai il permesso. Questo amo di te. A tratti dal piacere cedi e vorresti appoggiare la fronte sulle mani e sul muro. Salivare, sprecarne tanta di quella saliva, giacché ne produco così tanta a forza di. Apri gli occhi solo per controllare intorno a noi, visto mai, quello previdente sei tu. Ma poi li richiudi, mi chiedo moriresti così? Ma cosa dici, cosa stracazzo dici, mi diresti. Sorrido al pensiero, mentre ti concentri e i tuoi occhi sempre più chiusi, assenti, vedono la fine di questa oscura partitura, vedono le pendici dall’alto, vedono il piacere superarsi, diventare più grande di te, franare dove non c’è bisogno, sopra e dentro di me, tutto dentro di me.
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VITA DI PROVINCIA
La provincia ti predispone al genio. E l’emarginazione ti avvicina al punto di vista di Dio. Costretti a fare qualcosa con questa materia del tempo, facciamo del poco qualcosa di osservabile. Quello che succede non ha spettacolo, quindi deve produrre senso da solo, per sé stesso.
Ho parlato di genio, ma conosco soltanto la fame di significato delle persone isolate. E il modo in cui costruiscono un universo di senso che si dirama quieto nel tempo. La visione è un lampo quieto, e la visione delle persone isolate è statica, è una e spesso indivisibile.
Vado a casa di quest’amica. Lei e la madre hanno un atelier di abiti da sposa che con estrema dovizia hanno costruito in un rustico casale di campagna. Da Roma e con grande riserbo, per una vita di possibilità ed occasioni perse, eccole stanziate in periferia.
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PRESENTIMENTO
Un ricordo di quando ero bambina torna spesso a visitarmi.
C’è questa casa abbandonata nel bosco. Io e i miei vicini di casa, bambini come me, scendiamo dal sentiero che si apre ai margini della strada che porta al lago. Scendiamo e la vegetazione si infittisce. Le unghie dei rami solleticano la pelle, la terra si impossessa delle scarpe ad ogni passo falso. Da lontano c’è questo rudere a comparire. Ci ha sempre parlato del tempo, la sensazione era questa. E noi ci chiedevamo cosa fosse il tempo. Vogliamo il tuo segreto, sarà solo nostro. Ci servirà.
Inseguiamo l’evanescenza fino alla porta e troviamo un lucchetto nuovo. Ma non è la prima volta che tentiamo di entrare. L’avevamo già rotto più volte. Ti chiedi: chi si prende la briga di chiudere questo ammasso decadente? La porta cede al primo calcio. Dentro la porta il buio, dall’alto un tetto dismesso che tenta di scalfirlo. Raggi eterei discendono sui resti. Una rampa di scale arrugginite che sale, sale, frammenti di vetri ovunque. Un odore opulento di muschio e muffa.
Entriamo e ci perdiamo, ci disperdiamo e non ti vedo più, nessuno mi vede più. Ci sono sagome informi a sussurrare un senso che ho il sospetto di conoscere. Delle persone erano qui, posso vederle, compiono atti inusuali. Tutte le persone nei miei sogni compiono atti inusuali. Le mie mani a scorrere sui muri, le osservo e cominciano a scomparire anche loro nella trasparenza del buio, tentano di ricongiungersi a ricordi che non mi appartengono. Poi un urlo. Mi sorella urla, scappa, tutti che spaventati le corrono dietro. L’angoscioso tremore che divampa ipertrofico e spinge tutti fuori, vetri calpestati nella foga, vedo vibrare solo la porta. Ed esco e non sono ancora fuori ma seguo gli altri. Perché hai urlato? Chiedo a mia sorella. E corro più forte che posso, non ho più le gambe, la terra non può invadermi, l’artiglio sono io. In men che non si dica sulla strada del lago. Perché hai urlato, cos’hai visto? Qualcuno mi ha preso la spalla, lei dice. Mi sono voltata e non c’era nessuno.
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DIFFERIRE
Ci si ostina a raccontare il reale, raccontare il reale è facile. È semplice. Basta essere logici. Basta saper mettere insieme i pezzi, essere consapevoli del tempo in cui vivi. Ma il tempo in cui vivi è slittamento. Differimento. Troppa autocoscienza ti rende solo distante dal fulcro. Anche quello che faccio adesso è differimento. Ed è facile. Basta ascoltarsi. Poi pensi a Carmelo Bene. Rimpiangi il tempo in cui non ci si differiva, o dove il differimento coincideva con cosa. Con cosa. Pensaci. Non mi viene.
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APERTURA AL MODERNO
Aprire l’istante, l’apertura del moderno. Il massimo istinto di questi tempi, cioè che si auspica. Mantenere aperto, non solo saper gestire ma saper abitare l’attrito. Essere differiti da questo tempo, continuamente, siamo buttati fuori da noi stessi, siamo noi l’osceno, così come viene definito «un eccesso del desiderio». Come il segreto derridiano siamo sempre differiti dal nostro tempo. Insvelabili. Altrimenti cosa? Altrimenti nulla. Che è la cosa peggiore. Non possiamo nemmeno renderci irriconoscibili a noi stessi, così. Quindi mantenere il segreto è mantenere l’attrito. Siamo una matrice, una realtà che arriva sempre più tardi, ma mai troppo tardi.
«Aver ragione troppo presto equivale ad aver torto. Cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti.» Aperto, apertura. Perché si entra nel mondo come nella morte, ad occhi aperti.









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