Friedrich Hölderlin | Gli alberi e l’etere

a cura di

Giovanna Frene

8–11 minuti

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Cinque testi da Friedrich Hölderlin, Gli alberi e l’etere (Molesini Editore Venezia 2026), scelta, traduzione e cura di Gio Batta Bucciol, germanista recentemente scomparso e che omaggiamo in questa sede.

Spostamenti #218

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole


“Simile a un vate, ha annunciato una nuova età dell’oro per l’uomo d’oggi che ormai ha perso il senso dell’armonia. Ha visto il suo compito di poeta nel conferire, come un pedagogo, un senso alla storia e soprattutto al futuro. Per questo auspica la riconciliazione dell’uomo con la natura: il ritorno degli dèi e la conoscenza del loro culto servono a far rinascere l’armonia ora perduta, ma che nell’antichità fu propria del mondo greco; gli antichi erano natura, erano quel che noi dovremmo di nuovo diventare. Ma non si tratta di un ritorno puramente meccanico al passato. La natura va ora riconquistata in modo originale, operando per la via della riflessione. Questa dicotomia «antico-moderno» era già stata formulata in precedenza da Schiller e nel 1795 Hölderlin, sedotto dal suo insegnamento, si era recato all’università di Jena per assistere alle sue lezioni. E qui avviene anche l’incontro con Fichte, la cui filosofia della natura inizialmente lo attrae, perché discetta di libertà e di affrancamento dell’io. Ma a conti fatti l’impostazione di Fichte si rivela inconciliabile con la sua percezione del mondo e la mina alla base. Fichte intende, in ultima analisi, la natura solo come una alterità che condiziona l’uomo limitandolo: è una natura sostanzialmente negativa, rozza, negatrice di libertà, come nella tradizione luterana. Hölderlin rigetta le conseguenze estreme di tale sistema filosofico, rifiuta di considerare la natura solo negativamente, perché una libertà, come nella tradizione luterana. Hölderlin rigetta le conseguenze estreme di tale sistema filosofico, rifiuta di considerare la natura solo negativamente, perché una tale rappresentazione non si concilia con le sue convinzioni e vìola i suoi princìpi estetici. La visione del poeta guarda in direzione opposta e cerca una pacificazione con la natura. Nei suoi riguardi non ha un freddo e presuntuoso atteggiamento di dominio, anche se non vuole sottomettersi supinamente alle sue leggi oscure. Si direbbe che Hölderlin abbia avuto anche un forte senso dell’ambiente, del territorio. Alto e robusto, faceva lunghi viaggi perlopiù a piedi («ora lasciami peregrinare», «oggi ho sentito dire nell’aria / che i poeti sono liberi come le rondini») e si muoveva in un paesaggio, che rispetto al nostro, era ancora incorrotto. Nei suoi versi incontriamo fiumi come il Neckar («tra le sue valli il mio cuore si ridestò / alla vita»), vediamo i monti della patria sveva («più volte quelle cime mi risollevarono / dal dolore »), visitiamo città come Heidelberg («Da molto tempo ti amo e sarei felice / chiamarti madre e farti il dono di un semplice canto»), o come Bordeaux («Va’ ora e saluta / la bella Garonna»). Il viaggio a Bordeaux, sempre a piedi, è stato il più lungo: attraversò la Foresta Nera, fece tappa a Strasburgo, a Lione, d’inverno percorse le alture innevate dell’Alvernia. Ma l’esperienza più sconvolgente l’ebbe nella primavera del 1801 sulle Alpi svizzere, quando vide i ghiacciai sciogliersi in masse d’acqua che poi scendevano ad incanalarsi in fiumi ubertosi. Fu l’epifania che gli rivelò la forza religiosa del cosmo.” (dalla Prefazione di Gio Batta Bucciol)




Der Lorbeer


Dank dir! aus dem schnadernden Gedränge

Nahmst du mich, Vertraute! Einsamkeit!

Daß ich glühend von dem Lorbeer singe,

Dem so einzig sich mein Herz geweiht.


Euch zu folgen, Große! – Werd ichs können?

Wirds einst stärker, eures Jünglings Lied?

Soll ich in die Bahn, zum Ziel zu rennen,

Dem dies Auge so entgegenglüht?


Wann ein Klopstock in des Tempels Halle

Seinem Gott das Flammenopfer bringt

Und in seiner Psalmen Jubelschalle

Himmelan sich seine Seele schwingt –


Wann mein Young in dunkeln Einsamkeiten

Rings versammelnd seine Tote wacht,

Himmlischer zu stimmen seine Saiten

Für Begeistrungen der Mitternacht – –


Ha! der Wonne! ferne nur zu stehen,

Lauschend ihres Liedes Flammenguß,

Ihres Geistes Schöpfungen zu sehen,

Wahrlich! es ist Himmelsvorgenuß.


Nein! ich wollte nichts auf dieser Erden!

Dulden all der Welt Verfolgungen,

Jedes Drangsal, jegliche Beschwerden,

All des Neiders bittre Schmähungen – –


Lieber Gott! wie oft ich Schwacher dachte,

Wie ichs tröstete, das arme Herz,

Wenn ich Nächte kummervoll durchwachte,

O so oft, so oft in meinem Schmerz,


Wann der Stolz verächtlich niederschaute,

Wann der Eitle meiner spottete,

Dem vor meinen Sittensprüchen graute,

Wenn oft selbst – mich floh – der Edlere;


O vielleicht, daß diese Bitterkeiten –

Dacht ich – stärker bilden deinen Geist!

Daß die Stille höher deine Saiten

Stimmt, zu männlichem Gesang dich reißt!


Aber still! Die goldne Bubenträume

Hört in ihrer Nacht die Zukunft nicht –

Schon so manche Früchte schöner Keime

Logen grausam mir ins Angesicht.



L’alloro


Grazie a te, confidente solitudine,

che mi strappasti dallo strepito della folla

per cantare pieno di fervore l’alloro

che solo al mio cuore è sacro.


Seguirvi, o grandi! Sarò in grado? Il canto

del giovane sarà un giorno più forte?

Percorrerò veloce la via che porta al fine,

e che infiamma il mio sguardo?


Quando Klopstock sotto la volta del tempio

offre il sacrificio ardente al suo Dio

e la sua anima si libra in cielo

al canto esultante dei salmi –


quando il mio Young in cupe solitudini

intorno a sé aduna i propri morti, li veglia

e le sue corde intona più celestiali

alle estasi della mezzanotte –


oh mio rapimento! In lontananza ascoltare

soltanto il flusso infiammato del canto

e percepire lo spirito di quelle creazioni:

questo è vero anticipo di godimento celeste.



Die Eichbäume


Aus den Gärten komm ich zu euch, ihr Söhne des Berges!

Aus den Gärten, da lebt die Natur geduldig und häuslich,

Pflegend und wieder gepflegt mit dem fleißigen Menschen zusammen.

Aber ihr, Herrlichen! steht, wie ein Volk von Titanen

In der zahmeren Welt und gehört nur euch und dem Himmel,

Der euch nährt’ und erzog, und der Erde, die euch geboren.

Keiner von euch ist noch in die Schule der Menschen gegangen,

Und ihr drängt euch fröhlich und frei, aus der kräftigen Wurzel,

Unter einander herauf und ergreift, wie der Adler die Beute,

Mit gewaltigem Arme den Raum, und gegen die Wolken

Ist euch heiter und groß die sonnige Krone gerichtet.

Eine Welt ist jeder von euch, wie die Sterne des Himmels

Lebt ihr, jeder ein Gott, in freiem Bunde zusammen.

Könnt ich die Knechtschaft nur erdulden, ich neidete nimmer

Diesen Wald und schmiegte mich gern ans gesellige Leben.

Fesselte nur nicht mehr ans gesellige Leben das Herz mich,

Das von Liebe nicht läßt, wie gern würd ich unter euch wohnen!



Le querce


Vengo a voi dai giardini, o figlie del monte!

Dai giardini, dove la natura vive paziente e domestica,

curatrice e curata, in compagnia degli uomini diligenti.

Ma voi vi ergete maestose, come un popolo di Titani

in un mondo già addomesticato: appartenete a voi stesse

e al cielo che vi nutrì e allevò, e alla terra che vi generò.

Nessuna di voi è andata alla scuola degli uomini,

erompete insieme libere e liete dalle radici vigorose

e, come l’aquila fa con la preda, ghermite lo spazio

con braccia possenti e volgete verso le nubi,

serene ed estese, le vostre chiome che il sole inonda.

Ognuna di voi è un mondo e come le stelle del cielo

vivete, ognuna un Dio, in libero patto strette.

Se mi piegassi alla schiavitù, non invidierei

questa selva e mi stringerei alla vita socievole.

Se a quella vita non mi legasse il cuore, che

all’amore non rinuncia, come vorrei tra voi aver dimora.



Die Heimat


Froh kehrt der Schiffer heim an den stillen Strom

Von fernen Inseln, wo er geerntet hat;

Wohl möcht auch ich zur Heimat wieder;

Aber was hab ich, wie Leid, geerntet? –


Ihr holden Ufer, die ihr mich auferzogt,

Stillt ihr der Liebe Leiden? ach! gebt ihr mir,

Ihr Wälder meiner Kindheit, wann ich

Komme, die Ruhe noch Einmal wieder?



Il paese natio


Ritorna lieto il marinaio al fiume tranquillo

da isole lontane, dove ha fatto raccolto;

anch’io vorrei far ritorno al paese natio;

ma cosa ho raccolto, se non dolore?


Voi dolci rive che mi allevaste,

lenite anche il dolore d’amore? Ah! mi ridarete

al ritorno, boschi dell’infanzia,

la pace un’altra volta ancora?



Menons Klagen um Diotima (4)


Aber wir, zufrieden gesellt, wie die liebenden Schwäne,

Wenn sie ruhen am See, oder, auf Wellen gewiegt,

Niedersehn in die Wasser, wo silberne Wolken sich spiegeln,

Und ätherisches Blau unter den Schiffenden wallt,

So auf Erden wandelten wir. Und drohte der Nord auch,

Er, der Liebenden Feind, klagenbereitend, und fiel

Von den Ästen das Laub, und flog im Winde der Regen,

Ruhig lächelten wir, fühlten den eigenen Gott

Unter trautem Gespräch; in Einem Seelengesange,

Ganz in Frieden mit uns kindlich und freudig allein.

Aber das Haus ist öde mir nun, und sie haben mein Auge

Mir genommen, auch mich hab ich verloren mit ihr.

Darum irr ich umher, und wohl, wie die Schatten, so muß ich

Leben, und sinnlos dünkt lange das Übrige mir.



Lamento di Menone per Diotima (4)


Ma noi, felicemente uniti, eravamo come i cigni amanti,

che in riva al lago riposano o cullati dalle onde guardano

specchiarsi nelle acque le nubi d’argento, mentre l’azzurro

dell’Etere va fluttuando sotto i velieri. Così

andavamo sulla terra. Ma il vento del nord ci impauriva,

il vento, nemico degli amanti e nunzio di lamenti:

dai rami cadeva il fogliame e nel vento volava la pioggia,

ma noi sorridevamo tranquilli, sentivamo il nostro Dio

nell’intimo colloquio, nel concorde canto d’anime,

noi soli, in una pace fanciullesca e felice.

Ora la casa è deserta e gli occhi mi han rubato,

con lei ho perduto anche me stesso.

E vado errando all’intorno, come le ombre,

e nella mia vita altre cose non hanno più senso.



Hälfte des Lebens


Mit gelben Birnen hänget

Und voll mit wilden Rosen

Das Land in den See,

Ihr holden Schwäne,

Und trunken von Küssen

Tunkt ihr das Haupt

Ins heilignüchterne Wasser.


Weh mir, wo nehm ich, wenn

Es Winter ist, die Blumen, und wo

Den Sonnenschein,

Und Schatten der Erde?

Die Mauern stehn

Sprachlos und kalt, im Winde

Klirren die Fahnen.



Metà della vita


Carica di pere gialle

e di rose selvatiche

pende la terra sul lago,

voi, cigni seducenti

ed ebbri di baci,

il capo tuffate nell’acqua

sobria e sacra.


Ahimè, dove prenderò i fiori

quando sarà l’inverno,

dove la luce del sole,

e le ombre della terra?

I muri si levano

freddi e muti, nel vento

stridono le banderuole.



Das Unverzeihliche


Wenn ihr Freunde vergeßt, wenn ihr den Künstler höhnt,

Und den tieferen Geist klein und gemein versteht,

Gott vergibt es, doch stört nur

Nie den Frieden der Liebenden.



Imperdonabile


Se dimenticherete gli amici, se deriderete l’artista,

se lo spirito più profondo giudicherete piccolo e volgare

Dio lo perdonerà, ma non turbate mai

la pace degli amanti.



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