Alberto Casadei | La macchina infinita

a cura di

Giovanna Frene

4–6 minuti

|

Cinque poesie di Alberto Casadei da La macchina infinita (‘La Gialla’ Pordenonelegge-Samuele Editore 2026).

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Spostamenti #225

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole

.

.

Non sono rinato

.

E dunque sperare soprattutto

nella prosecuzione dei geni

che diventa la certezza di

un altro sembiante,

e un grumo di cellule

e fuoriesce alla luce

guardando estraneamente,

intensa

ma estranea;

.

dal momento che solo in

altro modo si può accordare

un senso al correggere o

al distruggere, alla corporeità

che cresce, e tocca altri

corpi e di ciò

si esalta perché

sarebbe gloriosa la vita;

.

ma impedisce che l’uno

possa consistere col due e

che il padre sia identico al figlio,

pur avendo bisogno di crederlo,

quando gli occhi si guardano,

e le dita si toccano

appena, corrispondenti,

diverse;

.

il gioco di usare tutti gli strumenti

come se fungessero ad altro

da quello che si è deciso,

piatti come laghi,

aghi come simboli,

essendo possibile

unirsi soltanto

nel ferirsi;

.

perché poi l’unirsi?

La necessità consiste ancora

nel creare pro altro cedere

o invece soltanto al singolo è

necessario, e lo svilupparsi si dimostra

irrelato, e il guardinfante

è uno spiacevole

vezzo linguistico,

puerile;

.

di cosa dovremmo fidarci

se l’avvertimento

della contrarietà dell’esistenza

è più forte

di qualsiasi contatto –

cellulare o internet o saluto

o fumo – un messaggio

che distingue

l’esigenza del più vecchio

e del suo

figlio;

.

ho teso però la mano,

sfiorando i suoi teneri

capelli, il suo fenotipo,

il mischiarsi di respiro

particelle spore del

possibile canto,

di quel sorgere

che adesso, intimamente,

è il suo destino

.

potendo almeno dirti

“figlio mio, carne della

mia carne, sangue

che scorre, gene che

incide”, e invece

non così,

non rimane che il cristallo

dell’attimo in cui –

scomparso.

.

.

V. (Vita per acqua)

.

disambientarsi, ridursi, riaffacciarmi

alle consuete cose, alle linee nette, e poi

reimmerso nel liquido, come nacqui, senza

ricordare niente del nascere, ma

nato e compiuto in questa lunghezza,

in questo peso, in numeri che stabiliscono

l’ordine semplice del mondo. Provo

il respiro, provo la fine in acqua

perigliosa, esco e continuo, e

penso che ho giocato con la tua

ombra, provando a collegarmi ai

tempi nei tempi, a quel punto

che vinse l’inconsapevolezza

e creò l’essere.

E l’ascolto dello scambio di infinitesime

spume di particelle, in questa piccola

pozza d’acqua, immerso per sanare

il bisogno corporeo, per provare

la carezza della materia, il delicato

continuare di me, concrezione resistente,

attesa dell’a venire.

Eppure anche qui, catarsi, ristoro,

nugolo di onde inattive, anche qui

il pensiero dell’essere stato, la prospettiva

certa della desolazione, io che

lottai a lungo per conquistare

la preda, io che formai il mio

mondo, “quello che il tempo toglie

lo devo reinnestare”

nel vacuo.

Se sollevo le braccia e le lascio

appoggiate sull’acqua, se aspiro a

una docilità, a un’accoglienza

come circolata melodia, musica

di sfere, forse è perché nel vivere

è insita una spinta euforica,

bene cercando, e le lotte diuturne

conducono al trionfo

del kalokagathòs.

Ma duro è il percorso, dura

l’acqua per il corpo, freddo

come è fredda la tua presenza

quando servi a riprodurre senza

tregue

lo scontornato scompenso.

(da Genetica)

.

.

Trittico dell’intera vita per acqua

.

1.Il ritmo dell’onda

.

Devi riconoscere

che l’acqua ti disfa

con la sua pretesa

di farti

nascere.

.

Torna, ritorna, non

si ferma, onda o

stringa, carezza o

schiaffo, gioca o

afferma.

.

Cellule moltiplicantisi,

anomalia incistata,

esistere nella bolla

di liquido deietto,

come un’imperfetta

acrobazia.

.

Si ripete, si ripete,

si propaga, si propaga,

aumentare è necessario

nell’amnion-involucropalloncino

sieroso,

suono acquoso.

.

Perché nascere dall’acqua

se si è destinati alla terra?

E la luce violenta e il frastuono

invece del cadenzarsi

gentile dei movimenti,

della tua ondina oscura

e affine.

.

2. Ricognizioni dell’isola

.

L’isola

sola, la costa

frastagliata e poi

qui, rimanendo

immoto

nel moto

.

Perché è stato

considerato a lungo il fluire

intorno, l’essere

finalmente altrove,

nel luogo

separato

.

il segnale delle

luci, il male

del sognare,

quasi fosse vita

soltanto in

terraferma

.

Emersa oppure

spersa, pezzo

sparso, dimenticato

dalla storia,

pura natura,

schiuma,

densità

.

E poi ancora

navi approdate, noi

e case, strade

indotte al

vacuo, finite

in niente

.

Qui soltanto un

incanto, rimanere

per conoscersi

specchiati, oppure

solo rimanere

.

Orme, ancora

dorme ogni uomo

nell’isola, gli animali,

i sorrisi, la pelle

di lei, unicamente

il corpo fermo

sui granelli

.

Così, recluso

incluso, schiavo

della terra

dentro al mare

.

in alto vedere

il salto dal cielo

all’acqua crespa,

finire gli sguardi,

confini, lembi,

stare qui.

.

Un giorno arrivò,

un ritorno previsto,

acqua e acqua,

senza risposte,

sino alla sabbia

appoggiata sul

…

.

3. L’incompiutezza dell’onda

.

… cioè puntini per indicare

che c’è un quid non visto

in mezzo alla materia solida,

liquida, aeriforme, percetta

tra l’inspirare sull’isola

e l’espirare nell’acqua

bulicante, mossa, ferma.

.

Comprendere allora

che gli stati si compenetrano

e si includono, continui

a disporre i tuoi filamenti

acquosi e non tocchi,

non completi la presupposta

parabola.

.

Di fatto è solo una vacua

abitudine il respiro, non

serviva in principio, non

si formavano ponti, e

il mondo era finitudine,

era la tua acqua.

.

Ora non più acqua né aria

né terra né fuoco né calcio

né ferro né la tua pelle né

la tua amigdala né la tua

polpa, rigidità squallore

inverno, mentre in quest’attimo

attraversa la mente,

azzurra più azzurra più.

.

Ma questa ondina azzurra,

irregolare un po’, fievole

ancora, giro- stra- eterovagante

perché la vedi

ovunque, la formuli,

la distingui nell’infinitudine

dei numeri, la combini,

la accetti, la accompagni

alla sua-tua debole

sosta?



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