Cinque poesie di Alberto Casadei da La macchina infinita (‘La Gialla’ Pordenonelegge-Samuele Editore 2026).
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Spostamenti #225
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
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Non sono rinato
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E dunque sperare soprattutto
nella prosecuzione dei geni
che diventa la certezza di
un altro sembiante,
e un grumo di cellule
e fuoriesce alla luce
guardando estraneamente,
intensa
ma estranea;
.
dal momento che solo in
altro modo si può accordare
un senso al correggere o
al distruggere, alla corporeità
che cresce, e tocca altri
corpi e di ciò
si esalta perché
sarebbe gloriosa la vita;
.
ma impedisce che l’uno
possa consistere col due e
che il padre sia identico al figlio,
pur avendo bisogno di crederlo,
quando gli occhi si guardano,
e le dita si toccano
appena, corrispondenti,
diverse;
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il gioco di usare tutti gli strumenti
come se fungessero ad altro
da quello che si è deciso,
piatti come laghi,
aghi come simboli,
essendo possibile
unirsi soltanto
nel ferirsi;
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perché poi l’unirsi?
La necessità consiste ancora
nel creare pro altro cedere
o invece soltanto al singolo è
necessario, e lo svilupparsi si dimostra
irrelato, e il guardinfante
è uno spiacevole
vezzo linguistico,
puerile;
.
di cosa dovremmo fidarci
se l’avvertimento
della contrarietà dell’esistenza
è più forte
di qualsiasi contatto –
cellulare o internet o saluto
o fumo – un messaggio
che distingue
l’esigenza del più vecchio
e del suo
figlio;
.
ho teso però la mano,
sfiorando i suoi teneri
capelli, il suo fenotipo,
il mischiarsi di respiro
particelle spore del
possibile canto,
di quel sorgere
che adesso, intimamente,
è il suo destino
.
potendo almeno dirti
“figlio mio, carne della
mia carne, sangue
che scorre, gene che
incide”, e invece
non così,
non rimane che il cristallo
dell’attimo in cui –
scomparso.
.
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V. (Vita per acqua)
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disambientarsi, ridursi, riaffacciarmi
alle consuete cose, alle linee nette, e poi
reimmerso nel liquido, come nacqui, senza
ricordare niente del nascere, ma
nato e compiuto in questa lunghezza,
in questo peso, in numeri che stabiliscono
l’ordine semplice del mondo. Provo
il respiro, provo la fine in acqua
perigliosa, esco e continuo, e
penso che ho giocato con la tua
ombra, provando a collegarmi ai
tempi nei tempi, a quel punto
che vinse l’inconsapevolezza
e creò l’essere.
E l’ascolto dello scambio di infinitesime
spume di particelle, in questa piccola
pozza d’acqua, immerso per sanare
il bisogno corporeo, per provare
la carezza della materia, il delicato
continuare di me, concrezione resistente,
attesa dell’a venire.
Eppure anche qui, catarsi, ristoro,
nugolo di onde inattive, anche qui
il pensiero dell’essere stato, la prospettiva
certa della desolazione, io che
lottai a lungo per conquistare
la preda, io che formai il mio
mondo, “quello che il tempo toglie
lo devo reinnestare”
nel vacuo.
Se sollevo le braccia e le lascio
appoggiate sull’acqua, se aspiro a
una docilità, a un’accoglienza
come circolata melodia, musica
di sfere, forse è perché nel vivere
è insita una spinta euforica,
bene cercando, e le lotte diuturne
conducono al trionfo
del kalokagathòs.
Ma duro è il percorso, dura
l’acqua per il corpo, freddo
come è fredda la tua presenza
quando servi a riprodurre senza
tregue
lo scontornato scompenso.
(da Genetica)
.
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Trittico dell’intera vita per acqua
.
1.Il ritmo dell’onda
.
Devi riconoscere
che l’acqua ti disfa
con la sua pretesa
di farti
nascere.
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Torna, ritorna, non
si ferma, onda o
stringa, carezza o
schiaffo, gioca o
afferma.
.
Cellule moltiplicantisi,
anomalia incistata,
esistere nella bolla
di liquido deietto,
come un’imperfetta
acrobazia.
.
Si ripete, si ripete,
si propaga, si propaga,
aumentare è necessario
nell’amnion-involucropalloncino
sieroso,
suono acquoso.
.
Perché nascere dall’acqua
se si è destinati alla terra?
E la luce violenta e il frastuono
invece del cadenzarsi
gentile dei movimenti,
della tua ondina oscura
e affine.
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2. Ricognizioni dell’isola
.
L’isola
sola, la costa
frastagliata e poi
qui, rimanendo
immoto
nel moto
.
Perché è stato
considerato a lungo il fluire
intorno, l’essere
finalmente altrove,
nel luogo
separato
.
il segnale delle
luci, il male
del sognare,
quasi fosse vita
soltanto in
terraferma
.
Emersa oppure
spersa, pezzo
sparso, dimenticato
dalla storia,
pura natura,
schiuma,
densità
.
E poi ancora
navi approdate, noi
e case, strade
indotte al
vacuo, finite
in niente
.
Qui soltanto un
incanto, rimanere
per conoscersi
specchiati, oppure
solo rimanere
.
Orme, ancora
dorme ogni uomo
nell’isola, gli animali,
i sorrisi, la pelle
di lei, unicamente
il corpo fermo
sui granelli
.
Così, recluso
incluso, schiavo
della terra
dentro al mare
.
in alto vedere
il salto dal cielo
all’acqua crespa,
finire gli sguardi,
confini, lembi,
stare qui.
.
Un giorno arrivò,
un ritorno previsto,
acqua e acqua,
senza risposte,
sino alla sabbia
appoggiata sul
…
.
3. L’incompiutezza dell’onda
.
… cioè puntini per indicare
che c’è un quid non visto
in mezzo alla materia solida,
liquida, aeriforme, percetta
tra l’inspirare sull’isola
e l’espirare nell’acqua
bulicante, mossa, ferma.
.
Comprendere allora
che gli stati si compenetrano
e si includono, continui
a disporre i tuoi filamenti
acquosi e non tocchi,
non completi la presupposta
parabola.
.
Di fatto è solo una vacua
abitudine il respiro, non
serviva in principio, non
si formavano ponti, e
il mondo era finitudine,
era la tua acqua.
.
Ora non più acqua né aria
né terra né fuoco né calcio
né ferro né la tua pelle né
la tua amigdala né la tua
polpa, rigidità squallore
inverno, mentre in quest’attimo
attraversa la mente,
azzurra più azzurra più.
.
Ma questa ondina azzurra,
irregolare un po’, fievole
ancora, giro- stra- eterovagante
perché la vedi
ovunque, la formuli,
la distingui nell’infinitudine
dei numeri, la combini,
la accetti, la accompagni
alla sua-tua debole
sosta?









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