cinque poesie inedite introdotte e tradotte dall’ucraino in esclusiva per Inverso dalla scrittrice e traduttrice Marina Sorina, alla quale vanno i nostri più calorosi ringraziamenti.
SPOSTAMENTI #99
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
Il poeta ucraino Maksym Kryvtsov nasce il 22 gennaio 1990 a Rivne. Ha cominciato a scrivere poesie fin dall’adolescenza, anche se il suo percorso di studi riguardava più arti visive e design: ha studiato design e tecnologia dei tessuti in un collegio locale e poi è andato a Kyiv, per approfondire le sue competenze nel design di abbigliamento all’Università di tecnologia e design. Nel 2014 Kryvtsov si è arruolato volontario con la Guardia nazionale e ha combattuto nel Donbas. Negli anni successivi, alternava il servizio militare con la vita civile. Lavorava come fotografo e d’estate faceva l’istruttore in un campeggio per bambini. Era amato per la sua indole sensibile e solare, per la capacità di sorridere e di ascoltare. Gli anni passati sul fronte, nonostante tutti gli orrori vissuti e osservati, non hanno potuto spezzare il suo carattere ottimista.
Nelle sue liriche dallo stile inconfondibile, Maksym raccontava la vita sul fronte, sua e dei suoi compagni, in una modalità realistica che riproduce in modo tangibile la guerra, ma nello stesso tempo contiene citazioni colte e riferimenti intertestuali. La sua motivazione nel combattere per la libertà del suo Paese era altissima, eppure l’immagine della guerra che riflettono le sue liriche è priva di pathos, anche se non mancano riflessioni filosofiche ed esistenziali.
Più volte, come si vedrà anche in questa breve selezione di liriche, Kryvtsov aveva parlato di morte, vista dalla distanza ravvicinata: sia quella dei suoi compagni e amici, che della propria. L’aveva più volte immaginata, ipotizzata, aveva accarezzato il pensiero di una morte inevitabile che avrebbe trasformato il suo corpo e lo avrebbe fuso con la natura, quasi per scongiurarla.
Purtroppo, le sue parole profetiche si sono avverate la sera di 7 gennaio 2024, quando un missile russo ha centrato il rifugio in cui si trovava Maksym con il suo inseparabile gatto rosso. La notizia della sua morte ha sconvolto il mondo culturale ucraino. È stata tanto più difficile da accettare, questa morte, perché non era la prima: numerosi altri poeti, scrittori, cantanti, attori hanno lasciato la vita sui campi di guerra. E non solo: la vita di Victoria Amelina è stata spezzata da un missile russo mentre pranzava in una pizzeria a Kramatorsk, lontano dal fronte, il 27 giugno 2023.
Sia Maksym che Victoria erano persone di straordinario talento e carisma, che avevano già fatto tanto, ma molto di più avrebbero potuto fare se non fosse per l’invasione russa. Per combattere la sensazione di ingiustizia e impotenza che suscita la loro morte, non ci rimane altro che valorizzare la loro eredità poetica con le traduzioni e far sentire la loro voce in Italia.
(Marina Sorina, 15 gennaio 2024)
Quando mi ucciderà
finalmente un missile?
Quando mi brucerà
finalmente la grandine?
La nera calda luce
si inserisce nel catetere.
Salto dentro il sacco a pelo,
mi tolgo i calzini,
prendo il telefono e scrivo:
va tutto bene.
18 agosto 2022
*
Taras,
trafitto dalle pallottole,
come se fossero le punture
della morte
prima che i ragazzi invisibili
in mimetiche logore
arrivino per portarlo con sé
per accompagnarlo
in un campo diverso
fiorito di papaveri e fiordalisi
attraverso il boschetto
di ciliegi, amareni e meli
disse piano, serenamente:
“Ecco che la mia storia si è conclusa”.
L’uomo finisce
Come finisce il pane
Nel negozio di un quartiere residenziale.
Come finisce l’acqua nel rubinetto
Dopo un incidente sul acquedotto magistrale.
Come finisce l’estate
Come finiscono le forze di un maratoneta
Come finisce il giorno
Come finisce la luce durante il blackout
Come finiscono le pallottole durante il combattimento
Come finisce un conflitto fra i coniugi, in cucina
Come finisce una conversazione
Come finisce un appuntamento
Come finisce un viaggio
Come finisce il vino nella coppa dell’Eucaristia.
Allora oggi
Non lo metterò
Il punto
(Dall’antologia Fra le sirene. Nuove poesie della guerra, 2023)
*
La mia testa ruzzola
Da un boschetto ad altro
Come
Un rotolacampo,
O un pallone.
Le violette in primavera,
Fioriranno attraverso le mie
Braccia strappate.
Le mie gambe
Saranno dilaniate da cani e gatti.
Il mio sangue
Colorerà il mondo in una nuova sfumatura
Pantone sangue umano.
Le mie ossa saranno
Assorbite dalla terra,
Creando una carcassa
Il mio mitra, attraversato
Dalle pallottole,
Arrugginirà,
Poverino.
I miei vestiti e l’equipaggiamento
Passeranno alle reclute.
Quando è che arriverà,
La primavera?
Non vedo l’ora di fiorire,
Come una
Viola.
5 gennaio 2024 (due giorni prima della morte)
*
Si era trasferito a Bucha a metà marzo 2021,
in un monolocale in affitto nel seminterrato,
con un gatto color bignè glassato.
Andava a studiare l’inglese, in palestra, a confessarsi
amava guardare la neve cadere,
la strada scomparire nella nebbia.
Ascoltava i Radiohead, i vecchi album degli Okean Elzy,
la pioggia, il tuono e il battito cardiaco
di una ragazza, con cui si addormentava e si svegliava
in un monolocale nel seminterrato.
Baciava il suo volto caldo,
abbracciava il suo corpo appiccicoso,
tuffava i palmi nell’onda dei suoi capelli
e ci si agitava come un moscerino nella ragnatela.
Lei l’aveva lasciato d’autunno
come gli uccelli abbandonano il bosco,
come gli ingegneri lasciano la fabbrica a fine turno,
ed è partita per la Polonia
per restarci.
Lui ha preso il gatto che sembrava un pasticcino
e disse: gatto, dobbiamo partire.
A noi è capitata,
come una mattina,
come una malattia,
come una vita,
a noi è capitata
fredda, come il ghiaccio,
la guerra.
La lezione di “vita serena” è finita.
Nella nebbia scompare la via,
cade la pioggia,
nessuno la ascolta.
Il gatto è fuggito nel campo e il suo nome è vento.
La croce, come un badge, riporta:
qui riposa il numero 234, ad eterna memoria.
Lei sognava di viaggiare in Patagonia,
innamorarsi di un rockettaro,
reincarnarsi in una regina o in un pesce.
Aveva in cantiere un libro dedicato alla memoria,
friabile come la crosta di una crème brûlé,
impressionabile come l’amore,
si disperde come la sabbia fra le dita
e sparisce,
svanisce
non esiste.
Amava la sua bici,
il gelato con la panna.
Raccoglieva le foglie ingiallite
come i francobolli.
Amava mirare le nuvole,
sparse come pop-corn
rovesciato da un bimbo sbadato al cine.
Viaggiava da sola in montagna,
per inalare il bosco e l’aria,
raccoglieva la menta e l’assenzio,
raccoglieva le albe e le sistemava nella mente come cartoline.
Suo padre fu ucciso nel 2014,
aveva quattordici anni quando mamma partì per l’Italia
senza più tornare.
Non aveva nessuno, aspettava quel rockettaro.
Quando l’inverno ha deciso di rimanere
almeno fino al prossimo autunno,
annunciandolo con rumore e dolore,
e le strade odoravano
di silenzio spaventoso
di fuoco e terra
i corvi volavano via,
lei non si è persa d’animo:
ha preso dallo scaffale un barattolino
di assenzio e timo essiccato,
ha preparato una tisana,
l’ha versata nel thermos,
e l’ha portata ai posti di blocco,
ai ragazzi della difesa territoriale.
Sulla croce, come un tatuaggio è intagliato:
qui riposa il numero 457, ad eterna memoria.
Abitava in una casetta
accanto al parco.
Portava da mangiare
agli scoiattoli,
ai cani,
agli alcolizzati.
Era la custode dell’autunno
e custodiva dei ricordi,
sparsi come lo zucchero.
Di anni ne aveva cinquantaquattro.
Era un’operaia di un’impresa municipale,
indossava la tuta blu di “Brico center”
e girava in bici.
Dipingeva le unghie di vermiglio,
dipingeva le labbra di vermiglio,
e sognava vermiglio ogni notte.
Guardava il talk-show più amato,
asciugava le lacrime con fazzoletto bianco,
ricordando l’infanzia:
quanto era caldo allora il sole!
Prima di dormire leggeva un giallo,
e si tuffava come il nuotatore nell’acqua, nei suoi sogni
vermigli come le unghie,
vermigli come le labbra.
Aspettava il sabato
per spolverare le stanze,
fare il bucato,
cucinare la torta di mele
e pensare al passato.
L’hanno uccisa il cinque di marzo.
mentre girava verso la sua via
in bicicletta.
L’hanno uccisa come la notte uccide il giorno
come l’autunno uccide l’estate,
crocefissa con una mitragliata.
Sulla croce, come su una bacheca, è scritto:
qui riposa il numero 451, ad eterna memoria.
Sulle strade e sui campi
sorgevano nuovi Calvari,
pallottole invece di chiodi,
artiglieria invece di lance.
Veniva voglia di
contare i giorni fino all’estate,
contare i gattini
contare i bambini
contare le albe
contare fino a cento, addormentandosi.
Qui riposa il numero 176 ad eterna memoria,
qui riposa il numero 201 ad eterna memoria,
qui riposa il numero 163 ad eterna memoria,
qui riposa il numero 308 ad eterna memoria.
(Dall’antologia Fra le sirene. Nuove poesie della guerra, 2023)
*
Ho incontrato la mia ragazza
Alla stazione ferroviaria.
C’era il coprifuoco,
allora siamo andati
a cercare un angolino,
forza, caro mio, forza,
lei mi diceva.
Mentre camminavamo,
raccontava:
lo sai, caro,
lo sai o no,
che l’amore
è un cane affamato e abbandonato
che si è slegato
e non si sente altro che il tintinnio della sua catena?
La paura
è
una sigaretta da pochi soldi,
“Prima” o “Tre re”,
si trovano
nelle tabaccherie del passato?
La morte
è una lotteria
un gratta e vinci da sognare,
come la vita
come la guerra
come il respiro
come l’amore
di cui ti ho già parlato?
Mentre lei parlava,
l’aria guaritrice
mi riempiva
come un palloncino.
Osservavo
come oscilla
una foglia solitaria
fra le onde dei suoi capelli scompigliati.
La guerra
È una mucca
Vecchia e grande
oppure
il suo vitello
oppure il suo
latte rosso
oppure il suo sangue,
bianco, come i denti –
continuava lei.
Ci siamo fermati
accanto al bar “La vita è la morte”
ero incerto
se potrò passare il face control
con i pantaloni da tuta.
La mia ragazza mi ha rassicurato
che si può entrare
perché –
diceva lei –
bussa, e ti sarà aperto.
Lei ha slacciato
la giacca di pelle,
si era girata verso di me
e ho visto un volto
di leone.
Aveva 16 paia di ali
volando via
mi aveva sorriso, dicendo:
addio.
Era l’ultima sua parola
che ho sentito.









Rispondi