a cura di Giovanna Frene
in copertina, l’Angelo del cimitero di Staglieno, Genova
SPOSTAMENTI #100
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
Ho ancora negli occhi la proposta di collaborare a Inverso che Gabriele Galloni mi scrisse nel 2020, proposta che veniva da lui e da Mattia Tarantino; all’epoca decisi con loro di chiamare la mia rubrica “Spostamenti”, il plurale del titolo di uno dei miei libri – la poesia è sempre uno spostamento.
Ho pensato di celebrare il raggiungimento del numero 100 delle pubblicazioni della rubrica chiedendo a dieci tra i miei più cari amici poeti – e tra i poeti contemporanei che stimo di più – di donarmi una loro poesia inedita. Li ringrazio di cuore, perché sono stati molto generosi, e quindi con molta felicità invito alla lettura di questa piccola antologia personale di poesia. (G.F.)
MADDALENA BERGAMIN
L’elaborazione del lutto
C’è all’angolo seduta a tavolino
una figura con contorni e viso
strano, come di chi pensa cercando
il suo pensiero.
Credeva fosse vero quel senso
immaginato del futuro
di ritrovare quelle facce,
pur se raramente, sebbene
inutilmente.
Gli si è girata la vita come una pagina
sgualcita, sbriciolata e infine esplosa:
immagina per sempre un’altra cosa.
Salute alla tua libertà dal dolore
cin-cin santé che il dolore non c’è
Tieni aperto il cappotto per sempre
la camicia stirata contro il freddo novembre
Non devo più immaginarti migliore
né azzuffarmi sui nostri difetti
Perché il tempo è finito e si è preso
lo spazio: tutto lo spazio.
MARIA BORIO
Viceversa
La mano ha cinque dita e ciascuna la sua parte.
È bello aderire alla propria – il tuo vero, quando si trova.
Per tenere una penna servono tutte – questo è l’equilibrio.
Ma può essere anche un copia-e-incolla – le parti si scambiano
si dimenticano – il tuo vero se ne sta come un vaso
di terracotta che raccoglie la pioggia frastornato –
un tic dopo l’altro – elementare – e ha più senso
l’ultrasuono delle piante, quando hanno sete –
la voce senza alfabeto nel suo significato.
Un tic dopo l’altro – l’ombra delle nuvole si stampa.
Se una cosa è sé stessa – non c’è viceversa.
Si chiama fedeltà – semplicemente. È bello tenerla
addosso – scrivere per scriversi. Dietro la mano
adesso la pioggia fa macchie iridescenti –
sapersi per sapere – così noi apparteniamo.
MARIA GRAZIA CALANDRONE
Atlantide del sonno
La bambina colloca i morti in cielo. Al mattino
nel luogo sconosciuto che chiamiamo Casa
raccoglie l’io
sparso nei territori della notte
lo raccoglie nel sacco del corpo
come si miete il grano. Cade ai bordi
la pula dei sogni.
Macchia di sangue – rosso
veneziano. Materia
colloidale.
La madre accumula scorte alimentari. Stipa
il dolore fiscale delle merci
il silenzio della materia
sulla materia
– inerte – degli scaffali. I parallelepipedi delle confezioni
non reagiscono alla voce umana
che li chiama per nome. Avere molto
la protegge. Eppure
sa che il segreto della materia
è solitudine. Sa che anche la materia del suo corpo
è sola
e si prepara al giorno
con una corolla di quiete.
GABRIEL DEL SARTO
Storia contemporanea
Una mente che fonda se stessa, ma poi
scopre di essere solo una scansione
di una fotocopia stampata in una tipografia
pisana, negli anni ’90.
Piazza Dante è ancora
più bella e destinata ad altri amori.
Fra gli avanzi, una porzione di storia.
Scava, scava ancora. Trova le tue pitture
oscure e purissime, il sogno dietro
le lotte confuse degli anni, quella insidia
dell’autenticità. Scava restando
fedele all’idea del vuoto.
Non sei mai stato, veramente, di sinistra.
Nemmeno quando, sul ponte Solferino,
esultavi con tutti dopo il voto
del ’96. Eri solo uno studente,
felice di essere ancora all’Università.
ELISA DONZELLI
Itaca
spuntano i cipressi filano gli ulivi, dal mare ai monti
diversi dai nostri sono sagome sparse
trapianto di tessuti, mortivivi;
tra blocchi di ruderi uomini verdi abitano la Scuola di Omero,
e stranieri ci dividiamo
a passi selvatici
dentro la macchia.
Siamo nell’arcipelago Itaca e io
se io ti racconto che bambina
sono stata Jo-n-io Calabria Caminìa
come Kamínia, la baia dove i padri ritornano,
i figli attendono, Eumeo protegge i porci
e noi passiamo il tempo
mentre leggi nelle ore calde di Telemaco,
lo immagini più alto del padre, più astuto della madre:
“Penelope scende le scale, Penelope le risale” –
e io non sono Penelope
tu non sei nel mito
e venticinque anni dopo l’isola
con i cartelli delle case in vendita, gli inglesi scappati
per la pandemia, Anogi a Oriente
Exogi a Occidente, stringe
i due versanti.
Solo dopo la visita mi sono ricordata del talamo,
sulla porta vuota una fotografia che scatti e inoltri all’Italia
non appartiene a nessuno:
i padri non tornano,
i figli non attendono
Eumeo uccide le bestie.
Sei entrato nell'isola, nordico tu
barbaro presente, dentro i nomi sei entrato
Amore Tu, unico tempo
GUIDO MATTIA GALLERANI
Museo della strage di Ustica
Se il sopra delle nubi è un altro mondo
spero che dall’orizzonte fino all’apice
e lungo tutta la curva celeste
restino su un nastro magnetico
né moniti che scendono a saette,
né carezze degli angeli del perdono,
ma voci i cui discorsi spezzati
continuano nei tuoni
che minacciano i piloti.
Il metallo offeso
riemerso dal fondo del mare
ha incassato le onde d’urto
dell’ordigno e si spiaggia
nell’hangar che mai fu il suo.
Ma solitari o a coppie i fantasmi
prendono possesso non sai
se dall’alto o dal di dentro
dove c’erano i sedili
e come da una vecchia radio
le cui stazioni si combattono
si sentono delle musiche
sul cielo di Ustica -
sbalzate fuori dai portelli,
dagli squarci, dagli oblò
marce di guerra.
Le maschere dell’ossigeno
non scendono e persone galleggiano
senza cinture. S’ostinano
nei relitti acustici dei pensieri.
VINCENZO OSTUNI
(Personal identity)

LAURA PUGNO
*
il cappotto rosso il tuo corpo
va verso il lago
tutto è portato con sé è portato dentro
ora che non hai casa,
ora che non hai casa hai foglie,
o licheni, vita minima
roccia che dà al nord con muschio
ed è mercurio mobile,
tutto disfa l’argento che credi acqua
CHRISTIAN SINICCO
La nostra biografia
ETNAM · VELΘINAL · ETNAM · AISUNAL · ΘUNXERŚ
poi per le umane poi per le divine leggi
Liber linteus Zagrabiensis
In questa distanza sono come Ulisse
nudo e inchiodato all'albero, senza testa per la musica,
che non riesce a smettere di gridare per la tua dolcezza
che penetra la pelle,
la corrente che sbatte sul volume del passato,
sulle rovine delle arene, in una paralisi
di momenti che non ci sono più, con i nostri estremi,
le stelle intraviste e i corpi.
Il contenuto di questo sarcofago è una porta divelta,
il sole esce dal cielo bianco degli Etruschi
e la nostra biografia scivola infinitamente;
le isole senza fondali guardano la nave concava,
la vela quadra, si fanno sempre più vicine:
è una lingua, l'udito è resistente
qui in piedi, tra due finali
che non hanno termine.
ITALO TESTA
Qualcosa, poi lampi
il vento, rasoterra
la luce che vaga sui fianchi
qualcosa che sei, che non sei tu
qualcosa luminoso
in fondo al pontile
qualcosa che non stava accadendo
camminando tra i marosi
sulla striscia di cemento
qualcosa vissuti da loro, o da altri
le colonie d'alghe
si nascondono nell'acqua
serpeggiano nel buio
è sul vento?
è sul desiderio?
è sul dolore?
è un altro punto nel mondo
sfalcia le onde, a raffiche
qualcosa, poi lampi









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