da Si paga con la vita. Sarajevo 1991-2012 (Poesie scelte) (Il Ponte del Sale, 2015)
prefazione di Ferida Duraković, postfazione di Božidan Stanišić
traduzione di Alice Parmeggiani
Spostamenti #141
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
La bella e la bestia
La bella ingannatrice
Ha sbattuto la porta
Finalmente
Come la patria
Ed è scomparsa
Nella Storia.
La bella, quindi, ingannatrice
E la Patria
Hanno qualcosa in comune:
Entrambe dietro di sé lasciano
Ragazzi
Che moriranno
Per loro.
Guerra 1991
La scrittrice osserva la patria mentre il dotto postmodernista entra nella sua città
Spietato e a lungo si ripete tutto
e tutto avviene per la prima volta:
il volto del giovane la cui vita per tutta la notte
è colata dalle sue mani, dal foro
nella sua schiena.
Il volto del soldato
accanto all’autostazione, con gli occhi aperti,
dove si è fermato il mite cielo di maggio – Stai inventando,
dico – non è quello il tranquillo e lontano volto della Storia.
E il laghetto di sangue: nel mezzo del laghetto un pane
inzuppato nel sangue come nel mattutino latte z bregov –
Stai inventando, ripeto, di nuovo per la prima volta:
la plumbea argilla di Sarajevo che cade sui grandi
piedi del ragazzo nelle scarpe Reebok
sulla troppo corta bara scoperta di ante di armadio… No, a te
non si deve credere, tu giungi dal cuore
di tenebra esplosa e sgorgata nel giorno.
Testimone inattendibile sei, e di parte. È venuto
perciò un Professore, tutto parigino:
Mes enfants,
ha cominciato, e le dita sue ripetevano:
Mes enfants, mes enfants, mes enfants, in mezzo
all’Accademia delle scienze le teste grigie pensavano
solo alla sua camicia bianca abbagliante…
Mes enfants, qui sta morendo l’Europa. Poi ha tutto
riordinato in un film, in immagini, in parole grandi, come
histoire, Europe, come responsabilité e, naturalmente,
les Bosniens. È così, ecco, che si guarda in faccia la Storia,
non come te: in rozzi irresponsabili frammenti,
il colpo del cecchino che si conficca nel cranio,
le tombe che già ricopre instancabile l’erba,
i tuoi palmi posati su
Edvard Munch, che anche lui, una volta,
ha inventato tutto, invano.
Georg Trakl nuovamente sul campo di battaglia nel 1993
In alto, sopra gli aerei, dimora il buon Dio
con gli occhi d’oro nella tenebra di Sarajevo.
Fiori di alberi misti a granate cadono sotto la mia finestra.
La folla e io. Soli. Soli siamo. Soli.
La scomparsa della patria
Prima c’era la bambola italiana sul letto matrimoniale con una sopraccoperta bordò
sulla quale si stendeva un copriletto di pizzo bianco.
Quando la patria iniziò a sparire, la bambola si trasferì nel cuore che duole,
e il letto matrimoniale bruciò insieme al copriletto e alla casa.
Poi c’era il mare: tu eri piccola, e lui grande e azzurro.
Quando la patria iniziò a sparire, tu eri grande e vecchia come il dolore,
mentre il mare si ridusse alla sola Neum e si fece di sangue.
Poi c’erano i cantanti folk, che tutto avevano in pugno. Hai sofferto
per la morte tragica di Silvana Armenulić come fosse tua madre.
Quando la patria iniziò a sparire, sparì, infine, anche Silvana,
che del resto non era Silvana, ma Zilha. I cantanti folk se ne andarono:
soffrivano e cantavano la loro patria lontano da essa, il più lontano possibile, tanto lontano
che la guerra scoppiata si ridusse ai loro occhi a uno zero, e in tal modo
smise di appartenere a loro e divenne tua.
C’erano anche le morti di massa, ma solo nei libri: i lager erano l’incubo notturno
dei nonni e dei genitori.
Quando la patria iniziò a sparire, Srebrenica divenne il tuo incubo.
I bambini erano rimasti sottoterra, e i nonni e i genitori si erano raggomitolati
fra le macerie delle case, morendo di vergogna e rifiutando di andarsene.
Infine, c’era la tua strada, ripida come la via del comunismo:
sfrecci sulla slitta di ferro, dalla cima fino in fondo, come in sogno,
pensando che un giorno qualcuno ti sussurrerà all’orecchio:
– Io vi amo, Naden’ka!…
Quando la patria iniziò a sparire, tu sfrecciasti giù per la strada ripida
per l’ultima volta,
assieme al comunismo, portando via nonni e genitori, e i loro
nonni e genitori, il più lontano possibile dalla fiamma che, infine, fece
scoppiettare e sfrigolare la carne di plastica della bambola italiana. La bambola si è trasferita
nel cuore che duole, con la fiamma che per tre lunghi giorni ha ingoiato gioiosa i tuoi libri.
I libri ti gridavano dietro:
– I manoscritti non bruciano! I manoscritti non bruciano! Io vi amo, Naden’ka!
Di tutto quanto è rimasto lo stato.
La patria del resto era comunque démodé.
La professoressa di Letteratura si ricorda del 1992 a Sarajevo
Sapete, ragazzi,
siamo tutti alla ricerca
del tempo perduto:
le mie petites madeleines sono
le taniche di acqua
quei tre anni di Assedio
dalle quali bevo, lavo e mi faccio il bagno
con gioia
anche oggi!
*
Ferida Duraković è nata a Olovo nel 1957. Autrice di numerosi libri, la sua raccolta pubblicata nel 1999 negli Stati Uniti, The Heart of Darkness (White Pine Press, Fredonia New York) ha ricevuto il Vasyl Stus Freedom-to-Write Award, PEN New England, USA. Le sue opere sono tradotte in una ventina di lingue. Vive a Sarajevo.
Nella poesia La scrittrice osserva la patria mentre il dotto postmodernista entra nella sua città l’intellettuale a cui la poetessa si riferiva era il filosofo francese B.H. Levy; z bregov era una marca di latte.









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