Sandra Branca | Interferenze

a cura di

Luigi Riccio

5–7 minuti

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Con Interferenze di Sandra Branca si conclude – per adesso – il nostro discorso sulla ricerca editoriale iniziata da déclic attorno al linguaggio come potere. Per paradosso, lo fa con un passo indietro verso la radice della poesia: ancora prima delle implicazioni politiche (e quindi pubbliche) della prassi linguistica, quella del verso è innanzitutto una forma privata di auto-potere: il controllo – anche materiale – della voce. E se Power Pose di Zaffarano imponeva di interrogarci sulla perdita dello spazio comunicativo a causa dell’im-posizione vocale altrui, qui il gioco è opposto e dal ‘forte parlare’ si passa a una ‘parola debole’. Che sia suo grado zero o anche – per paradosso – sua distopica estrema conseguenza, a prendere corpo in questo libro è una voce indefinita, passivamente collettiva e quindi politica solo in potenza, fatta di vuoti ancora riempibili anche affettivamente. Ma allora chi legge – come nel caso di questa selezione – ha un compito: cogliere la voce e attualizzarla, qualsiasi sia il suo punto nella storia e – anzi – imparando a comprenderne la posizione. Aprendo la topografia ostruente, interferendo.

[Inverso è la città delle parole dove immagino questa sia una possibilità. La voce di Sandra ha avuto anche un corpo diverso, una posizione diversa nella storia: la riportavamo così quasi tre anni fa]




da Interferenze (déclic edizioni, 2024)


Le voci in stazione si accumulano

in un modo che ti sovrasta in uno spazio

che non sai contenere. La torre è troppo alta

le mura si sono moltiplicate. Non sappiamo

parlare, intendo con questo entrare disarmati

nel vuoto, superato il primo inganno elementare.

L’impressione di riconoscersi è un fossile da cui

soffi via la terra la polvere. Una voce sola

lampeggia: non superare la linea gialla.


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tra ciò che dici e ciò che vorresti dire c’è uno scarto, lo spazio tra due persone sedute agli estremi di un divano. in mezzo una intera metropoli: rete di strade, di sopraelevate, i limiti imposti dal cemento, le impalcature di metallo. lo sguardo rimane unità di misura e di esplorazione, la mente un labirinto. il lupo fiuta la tana, il lupo non coprirà con un salto l’intera metropoli. nella voragine non esistono appigli. si cade di una caduta infinita. intanto accarezzi una bestia nera senza guinzaglio, ti rende inavvicinabile. ogni natura in fondo è una condanna; in fondo uno vuole solo vincere sull’altro.

ho scritto un testo con dentro una metropoli, un testo che non so coprire.


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dire a tratti. esistere a tratti. un flusso di corrente alternata. è pur sempre un privilegio, sopravvivere. dicono sia normale. dire in forma di numero, stare nel quasi. considerare la prossemica, la postura, il tono. tentare a partire dagli impulsi. evitano con cura le contaminazioni. a volte somigliano a voli concentrici visti dal basso, nello stordimento del sole.


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il silenzio, un blocco di materia tra quelle che sono due persone dalla carne molle feribile. la bambina dorme nel passeggino, la distanza tra i presenti aumenta in modo esponenziale. guarda la città accartocciarsi; nastro fuoriuscito da una musicassetta e definitivamente intaccato. nessuna classificazione o definizione di pensieri, solo angoscia profonda sul tramonto smielato di ponte alle Grazie, tra le voci in via della Scala. stanno tutti rientrando lentamente nelle scatole, il portone è vicino, qualcuno indovina la verità sul suo viso. lei è fragile e indifesa, sempre. lo vede meglio quando dorme. deve essere fortezza, pensa che la vita sia un essere feroce.


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La traccia di tanto in tanto salta,

un singhiozzo, un punto, la parola.

La parte sommersa più a fondo

s’incaglia. Strati di sigle notifiche voci

rumori, eppure le dita affondavano

con gli occhi nel contenitore di semi

messi a riposo. Imprecare

significa chiedere un po’ di pace.

La pulizia la simmetria il cromatismo

tenue, le parole in ordine, l’equilibrio

dettato dai vuoti, l’esatta disposizione

degli oggetti su un piano triangolare,

la lucidità – del lavello – le fughe

– delle piastrelle – da rifare. Lavare,

ché le uova non si annidino ché non

smetta di mangiare. L’intorcinarsi

del pensiero, scuse per dimenticare

le parti spazzate via. Cedere

a un progressivo restare senza.

Un ricordo si sfalda e sfinisce
aggrapparsi a un’immagine ancora.


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[un giorno dice che a lei non serve avere un corpo. grasso gonfio scheletrico vuoto pieno. corpo disegnato segnato segnaletico, corpo carcassa crisalide contenitore di dolore di piacere di persone. corpo con dentro un corpo, metamorfico estraneo corpo che non riconosco non tocchi non tocco. dolore che rompe le pareti del corpo involucro corpo che non nasce che rinasce nel taglio nel corpo, stanco, di estrema funzione, corpo a perdere oggetto astratto assente. corpo ricomposto, indifferente, corpo che è come non avere un corpo, che non le appartiene, che non sente. un giorno sente, il colpo del paraurti contro il fianco, l’urto della scapola sul cofano la caduta sull’asfalto]


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Il vetro smerigliato da cui guardo gli aghi

del tasso, un lucore negli occhi, l’ombra

di un freddo che ci sorprende di lato;

l’insinuarsi continuo nero del veleno.

L’orrore degli eventi mandati in onda

stride nel tepore di casa. Penso a come

ogni cosa finisce, alla striscia di bava

che dietro si lascia. Dovresti toccarmi

ora che sono di carne e ossa, ora che cavi

siamo come tenuti per alta tensione, prima

che si spezzino gli anelli per la corsa da fermi,

prima del colpo di frusta dello scorpione.


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Non solo per i muri perimetrali per i confini

che dividono spazi disegnano geometrie

ortogonali quartieri labirintici stradari

interscambiabili giri a vuoto compiuti

non per perdersi ma per ritrovarsi sempre

nello stesso punto. Non solo per la topografia

ostruente ma per la suddivisione a piani

di tempi scadenze orari cellule d’api senza

scale da cui piombare o su cui inerpicarsi

fino al tetto scoperto, ricoperti di nero disteso

di occhi di stelle che turbano conoscenze

dimensioni, che bastano per non chiedere

altro. È per l’assenza di questo possibile

passaggio che l’aria si esaurisce, che un peso

preme e spinge fino a terra; che atterra.


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osservavano le formiche in fila, come si dimenano. grumi neri diretti verso la tana, verso il cibo. lo lanciano dall’alto, le guardano sbucare dalla terra per sete o fame, le studiano. vorrebbero allagare la tana, portarle su con un pieno d’acqua. ostacolano il passaggio con un legnetto, le colpiscono da un’altezza gotica, non sentono. vedono solo macchie. non esistono. è un gioco, ridono. hanno tre vite ma possono aumentare. rilevano le sorgenti di movimento, forniscono una correzione balistica automatica. non fa alcuna differenza dal mirino del videogame. l’altro è un essere non umano, non appartiene al gruppo dominante, per questo lo disprezzano.


Sandra Branca è nata nel 1982. Vive e lavora a Firenze. Alcuni suoi lavori inediti hanno ricevuto riconoscimenti e segnalazioni dal Premio Renato Giorgi (2021), Bologna in Lettere (2022) Premio Lorenzo Montano (2023) e The Florence Review (2023). Suoi testi sono apparsi in riviste e lit-blog tra cui Argo, Utsanga, Il cucchiaio nell’orecchio, multiperso, La morte per acqua, Inverso e nell’antologia L’ordine sostituito (déclic, 2024). Interferenze è il suo primo libro.





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