traduzione di Maria Allo
da Guida di sopravvivenza per giovani scrittori (Apópeira, 2018)
COME NASCE UNA POESIA (non come scriverla)
Decido di comporre una poesia quando un forte sentimento mi spinge a farlo, ma aspetto che il sentimento maturi e diventi una decisione. Poi scelgo un obiettivo, il più semplice possibile, verso il quale il mio sentimento progredirà (anche se, detto tra noi, molto spesso non capisco come faccia!), e infine compongo la poesia con i mezzi a mia disposizione. Prendo in prestito da altri (da chiunque, non importa). Se necessario, invento (non importa cosa o come). Uso la lingua che ho imparato alle elementari e che, negli anni, ho dimostrato di conoscere bene, di aver assimilato le sue regole e di sapermi muovere entro i suoi confini. La cosa bella è che il finale che ho inserito alla chiusura è una scoperta. Non è il finale che avevo pensato all’inizio. Ogni scelta, infatti, ne comporta di nuove. Ogni scelta ne pone di nuove. Ogni nuovo problema richiede a gran voce la sua soluzione. Ancora e ancora. In modo straziante. Così il poeta, nel profondo del suo cuore, è sempre sorpreso dalla strada che prende la sua poesia. Questo gli basta. Direi piuttosto che è il carburante che lo tiene in orbita intorno all’arte poetica. Per rivivere e ripetere quella sorpresa primordiale.
Una poesia, quindi, si crea scegliendo un soggetto, elaborandolo in ordine e sequenza. Usando un elemento per aiutare l’altro, e così via. Accostando il metro al senso del linguaggio, e così via. Eravamo presi dalla sensazione di insegnare la poesia e dicevo alla mia amica, che quest’anno ha deciso di seguire un corso di scrittura creativa, quanto fosse semplice o quanto sembrasse tale. L’altro giorno abbiamo bevuto un po’ troppo vino in un negozio di kebab su Aristotelous, a Salonicco. Parlavamo seriamente e credo di averla aiutato molto e incoraggiato a dovere: non le ho rivelato da quale libro[1] ho copiato le mie parole e non intendo farlo nemmeno con voi. Resto dell’idea che gli dèi della poesia siano saggi, perché ci salvano dagli obiettivi che pensiamo di aver perseguito per tutta la vita.
[1] John Williams, Augustus, Traduzione di Stefano Tummolini, Fazzi editore, 2021 (fazieditore.it) e per la copiatura S.P.
LA MOSCA E LA SCRITTURA
Iniziando oggi il secondo anno di corsi di scrittura esperienziale a Larissa, ripenso a Giorgos Seferis che, nei suoi testi, racconta di aver strappato una poesia perché parlava male di una creatura di Dio. Il saggio poeta sottolinea che non può esistere un’arte elevata quando si usa lo strumento di espressione per umiliare e degradare persone, animali, pesci, uccelli e piante. Il poeta parte dalla nobiltà assoluta, perché il suo obiettivo è salvare quante più creature possibili attraverso i suoi versi, anche se si tratta di una mosca.
In una delle sue poesie, Allen Ginsberg, che si era già convertito alla dottrina buddista, inveisce contro una mosca che lo disturba mentre sta cercando di concentrarsi e di entrare in uno stato di meditazione. Perde la pazienza e dapprima pensa di schiacciarla tra le pagine del pesante tomo che teneva tra le mani, ma poi, dopo un tentativo fallito, la mosca vola trionfalmente verso la testa calva del poeta, che decide di lasciarla vivere, cedendo allo splendore della creazione.
La scrittura, dunque, è quella mosca: fastidiosa quanto vuoi, ma geniale, pronta a schernirti, a schivare trionfalmente i tuoi rabbiosi colpi e a cercare sempre un’uscita trionfale da una finestra aperta; e se a volte non ci riesce, ci lascia un senso di coraggio anche quando viene uccisa.
LA SCRITTURA: UN ATTO OSSESSIVO COMPULSIVO
Un’ amica della rubrica mi chiede se sono preoccupato del fatto che “molte persone non capiscono quello che scrivo” e se sto pensando di rendere i testi più dettagliati per evitare equivoci. Le rispondo che scrivere è l’atto più costrittivo che esista. Nel caso della rubrica qui riportata, ho deciso di limitarmi a duecento parole. La scommessa è che in duecento parole si possano creare domande, non risposte, per far uscire l’interlocutore dalla sua routine di lettura.
Il rituale dell’atto ossessivo compulsivo è la quintessenza della scrittura: scriverò sette poesie in sette parti e avrò un numero dispari di poesie (49), perché il numero di poesie in una raccolta deve essere dispari, come il mazzo di rose spedite all’amata: 5, 7, 9, 11, ecc. Se non riuscirò a offendere e insultare l’interlocutore in un articolo di circa duecento parole, sarà meglio che non mi occupi affatto di lui.
Ponendo dei limiti alla mia scrittura, divento più incisivo. Imparo a risparmiare sulle parole. Eviterò lacune e ripetizioni. Non faccio addormentare il lettore. Lo spingo a riflettere. Se qualcosa che ho scritto non ha senso, è tutta colpa mia.
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