in copertina foto di bobdem, Manifestation contre la répression organisée le 21 juin 2009 à Paris.
Tornare a TRNC | 26 indici per un indirizzo
su Jean Marie Gleize, Nathalie Quintane e il Comité Invisible
* * *
Scritto e pensato in vista delle mobilitazioni in diverse città italiane accorse il 22 febbraio contro il primo se non secondo, terzo passo di un sempre più stretto Stato di controllo. Si propone così oggi questo editoriale per una riflessione sulla condizione francese in relazione a quella italiana e che, non stranamente, sta investendo trasversalmente, da parte a parte, tutti i paesi europei negli ultimi anni. Buona lettura
* * *
Non sei tu che stai in questo posto, è lui che sta dentro di te
[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]
1. Bisognerebbe tornare a Tarnac ancora una volta, respirare la sua aria, far scorrere dentro tutto come se fosse polvere. I polmoni, tanto, ce li siamo già intossicati e le gengive oggi sono nere, sanguinano da un po’.
2. Chiedersi perché bisogna tornare a Tarnac e, prima di tutto, cosa sia Tarnac, in Italia è un punto centrale. Per raccontare Tarnac però, come in pochi altri casi, non si può che raccontare di libri, di rivolta, di poesia.
3. Per raccontare Tarnac, bisogna però partire anche dall’incendio, cioè dalle rivolte nelle banlieue francesi del 2005. Quattro settimane di rivolta, in cui si diffonde anche il primo pamphlet di un comitato anonimo.
4. La storia del «comité invisible», nome degli autori del pamphlet in calce al testo, ha e avrà a che fare con la Francia, con l’uso estensivo del reato di terrorismo e con ciò che troverà il suo culmine proprio a Tarnac.
5. Intanto qualche dato del 2005: 19 notti; 8.720 veicoli bruciati; 2.599 arresti; due adolescenti, Zyed Benna e Bouna Traoré, 17 e 15 anni, morti fulminati, perché inseguiti (probabilmente) da una pattuglia di polizia.
* * *
«all’improvviso la coscienza della costante
insurrezione dell’erba ci resuscita»
«dopo aver parlato della piattezza del prato
all'improvviso la presa di coscienza della costante
insurrezione dell’erba ci resuscita»
Un movimento rivoluzionario non si
diffonde per contaminazione Ma
per risonanza Qualcosa che si forma
qui Risuona con l’onda d’urto prodotta da
qualcosa che si è formata da un’altra parte Il
corpo che risuona lo fa seguendo una propria
modalità Un’insurrezione non è come
quando si propaga la peste o come quando un
bosco prende fuoco un processo lineare che
passa da un punto all’altro partendo da una
scintilla In realtà Prende corpo come
la MUSICA E i suoi centri Dispersi
nel tempo e nello spazio
riescono A imporre il ritmo della propria
VIBRAZIONE A prendere sempre
più spessore
fino al punto che non si vuole più tornare indietro.
[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]
+ + +
L’ambiente urbano è qualcosa di più che il semplice teatro di uno scontro: ne è lo strumento. Tornano in mente i consigli di Blanqui, in questo caso a vantaggio del partito dell’insurrezione: ai futuri insorti di Parigi raccomandava di ricorrere alle case affacciate sulle barricate per proteggere le proprie posizioni, di abbatterne i muri per farle comunicare, di distruggere le scale al pianterreno e perforare i soffitti per difendersi da eventuali assalitori, di sradicare le porte per barricare le finestre e fare di ogni piano una postazione di tiro.
La metropoli non è altro che questo ammasso urbanizzato, questa collisione definitiva tra città e campagna, ma è anche un flusso di esseri e cose. Una corrente che passa attraverso tutta una rete di fibre ottiche, linee ad altra velocità, satelliti, telecamere di sorveglianza, affinché il mondo prosegua a perdifiato verso la sua perdizione. Una corrente che tutto vorrebbe trascinare nella sua mobilità senza speranza, e che tutti mobilita. È il luogo dove le informazioni ci assalgono come altrettante forze ostili. Dove non resta altro che correre. Dove diventa difficile aspettare persino l’ennesimo convoglio della metropolitana.
[Comitato Invisibile, L’insurrezione che viene]
* * *
6. In quei giorni del 2005, circola un testo; due anni dopo ne segue un altro: L’insurrezione che viene. Pubblicato nel 2007, «vede di colpo impennare le proprie vendite l’anno seguente a seguito di alcuni arresti».
7. Tarnac è un comune francese di 331 abitanti nel dipartimento della Corrèze. L’Affaire Tarnac è la storia dei Tarnac Nine, gruppo francese di 9 presunti sabotatori anarchici, dei loro arresti, della loro detenzione.
8. Il gruppo originale è di nove, 5 donne e 4 uomini, di età compresa tra 22 e 34 al momento dagli arresti. L’Affaire Tarnac durerà 10 anni, terminerà quindi nel 2018, dopo appelli, cassazioni, impicci. Tutti prosciolti.
9. Giorgio Agamben e Luc Boltanski hanno scritto editoriali che denunciano la sproporzione e l’isteria di questa operazione repressiva. Una petizione è stata diffusa e firmata da Badiou, Bensaid, Rancière e altri.
10. Tra le varie accuse, il gruppo in generale era sospettato di essere almeno in parte membro del «comité invisible», ciò portò il procuratore della repubblica a parlare di un’organizzazione, di una «cellula invisibile».
* * *
[…] L’incendio del novembre 2005 continua a proiettare la sua ombra in ogni coscienza. Questi primi fuochi di gioia sono stati il battesimo di un decennio denso di presagi. Il racconto mediatico delle banlieue-contro-la-Repubblica non manca di efficacia: manca la verità.
[…] Ecco cosa abbiamo capito a forza: l’economia non è in crisi; l’economia è la crisi. Non è che il lavoro manchi: è il lavoro che è di troppo. Tutto considerato, non è la crisi a deprimerci, ma la crescita. Diciamolo una volta per tutte: la litania delle quotazioni in Borsa ci tocca quanto una messa in latino. Fortunatamente per noi, è una conclusione a cui siamo giunti in parecchi.
[…] Non c’è da indignarsi per il fatto che da cinque anni viene applicata una legge notoriamente anticostituzionale come quella sulla Sicurezza. È inutile protestare legalmente contro la definitiva implosione del quadro legale. Bisogna organizzarsi di conseguenza.
[Comitato Invisibile, L’insurrezione che viene]
+ + +
[…]
E tutto attorno:
Le telecamere che ruotano, le voci digitalizzate
i controlli della polizia
le pattuglie
l’annuncio di un ritardo, quindici, venti,
quarantacinque minuti un cambiamento di binario
problemi tecnici non specificati.
L’immagine viene trascinata per strada, viene
Schiacciata dalle ruote delle macchine.
L’immagine di gesso sul grigio lavagna della
lavagna
cancellata
strappata
sputata
un po' più in là, Atene, Tessalonica, ci sono
altre strade che bruciano nelle città quelle strade
al centro delle città attorno alle città nel centro
delle città attorno.
Dappertutto macchie d’olio la ruggine una luce
da nebbia, da freddo, da incendio.
Nel frattempo l’immagine copre l’immagine
finché non si arriva a una scrittura deviata dialettale
[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]
* * *
11. All’alba dell’11 novembre 2008, un’operazione di grande spettacolo in diretta dalle televisioni. Vengono arrestare 20 persone tra Parigi, Rouen, l’Est e il Centro della Francia; «Taiga» mobilita 150 poliziotti.
12. Unità speciali con passamontagna, un paesino occupato da blindati, sospetti trasportati coperti da indumenti e circondati da incappucciati, le immagini che quel giorno si offrono ai francesi proclamano.
13. Messi in relazione a cinque sabotaggi di alcune linee, lungo i cavi di alimentazione dei treni ad alta velocità erano stati messi dei ferri per il cemento armato, che al passaggio avevano provocato il loro blocco.
14. La ministra dell’Interno Michèle Alliot-Marie si spertica in dichiarazioni di trionfo. Sarkozy si complimenta con la polizia. Si parla di documenti, di sequestro di materiale e di tracce di Dna, si parla di tutto.
15. Allo scadere delle 96 ore di interrogatorio, 9 persone tra i 23 e i 34 anni, vengono denunciate per associazione sovversiva con finalità di terrorismo. Delle 9, 4 vengono rilasciate e 5 vengono incarcerate.
* * *
[…]
puoi arrivare a Tarnac facendo la strada di Peyrelevade, allora attraversi la Vienne, prendi un ponte sulla Berbeyrolle che è più stretta, passi da La Ganne e da lì prendi il sentiero per Servière, e ti muovi in mezzo al bosco in mezzo alla sua notte ai suoi tappeti rossi,
e sotto la salita arrivi al punto
sei ai piedi dell’albergo gli stai davanti
*
Tarnac è un paese in mezzo al bosco
il colore è grigio scuro il nero freddo delle
lavagne e degli alberi
il freddo profondissimo dell’acqua che scende
in mezzo agli alberi ci sono dei tappeti di verde
scuro
ci sono delle buche delle felci
ci sono delle buche delle salite coperte di erica
c’è la torba
la terra è fredda non è fertile
il colore di Tarnac è quello del freddo profondo
dell’erba
quello del freddo profondissimo dell’acqua sopra
i sassi
nella località chiamata la Chiusa
nella località chiamata il Bosco del gatto
dalle parti del ponte di Lagorce sulle rive della Vienne
dove c’è l’entrata del lavatoio e del cimitero
oppure sul sentiero per Javaud
«Il mondo possiede già il sogno di un tempo, adesso
deve solo prenderne coscienza per viverlo davvero»
[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]
+ + +
[…] Non c’è da impegnarsi in questo o quel collettivo cittadino, in questo o quel vicolo cieco di estrema sinistra, nell’ennesima impostura associativa. Tutte le organizzazioni che pretendono di contestare l’ordine presente assumono a loro volta, come marionette, la forma, le abitudini e il linguaggio di Stati in miniatura. Tutte le velleità di «fare una politica differente» non hanno contributo ad altro che all’estensione indefinitiva dei tentacoli dello Stato.
Non c’è da reagire alle notizie del giorno, ma da interpretare ogni informazione come un’operazione in un campo ostile di strategie che vanno decifrate, un’operazione in un campo ostile di strategie che vanno decifrate, un’operazione che per l’appunto mira a suscitare questa o quella reazione. È quell’operazione che va letta come il vero contenuto dell’informazione.
Non c’è più da aspettare: una schiarita, la rivoluzione, l’apocalisse nucleare, un movimento sociale… Continuare ad aspettare è una follia. La catastrofe non è qualcosa che sta per arrivare: è già qui. Noi ci situiamo d’ora e già all’interno del crollo di una civiltà. Ed è qui che va presa una posizione.
[Comitato Invisibile, L’insurrezione che viene]
* * *
16. Uno degli indizi considerati più incriminanti, soprattutto all’inizio delle indagini, consisteva nella prova-presenza nell’alloggio del gruppo di un libro di alcuni terroristi anonimi, L’Insurrection qui vient.
17. «Questa storia è suonata […] come un avvertimento […] non credere che le tue (pre)occupazioni (estetiche), […] non siano suscettibili […] di essere rovesciate e usate come prove a carico contro di te» – Quintane, Pomodori
18. Elenco di alcune armi per tornare a TRNC; dal giorno degli arresti il «comité invisible» ha pubblicato altri 2 libri; Quintane ha scritto un libro sull’Affaire Tarnac; esiste anche un documentario su Tarnac.
19. Dopo Tarnac, quand tout déraille, si può anche leggere il libro di Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio, disponibile da questo inverno in versione italiana. Leggere e vedere ciò che succede in Francia significa
20. Comprendere che quello che è successo in Francia ieri, succede in Italia oggi. A differenza dei francesi noi non leggiamo, non torniamo a TRNC. Vediamo solo il ragazzo morto, inseguito dalle gazzelle.
* * *
UN ATTO PREPARATORIO…
serie di leggi ha costruito un sistema penale
d’eccezione che ricorda le leggi scellerate
l’accusa di «associazione a delinquere finalizzata
al compimento di un reato terroristico»
bastano due persone per formare un «gruppo
terroristico» e per definire il reato è
sufficiente un semplice atto preparatorio.
Questo atto preparatorio non è definito
relazione – per quanto vaga o lontana, persino
di natura sentimentale o amichevole – con uno
differenza del diritto ordinario, che
criminalizza gli atti, la pratica antiterroristica si
coinvolte in attività terroristiche senza dover
stabilire un legame tra tali attività e
libri può diventare una prova incriminante, in
quanto tali libri costituirebbero indizi di opinioni
terrorismo perché alla polizia vengano
conferiti poteri investigativi di: perquisizioni
48 ore previste dal diritto ordinario alle 96,
addirittura 144 previste dalle procedure antiterr
il presunto innocente può trascorrere fino a
quattro anni in attesa del processo in
con i servizi di intelligence. Sono state
istituite anche delle speciali corti d’assise
sistema parallelo, con giudici inquirenti,
pubblici ministeri, giudici per la
che l’antiterrorismo è ormai una tecnica di
governo, un mezzo per controllare la popolazione
sta contaminando il diritto comune: la
legislazione antiterrorismo è servita da modello
generalizzare il concetto di «banda organizzata»,
estendere i poteri dei servizi investigativi e
È illusorio chiedere che questo regime
procedurale venga applicato in modo meno
ampio e meno brutale: è stato concepito
proprio per essere applicato così com’è.
+ + +
Siamo a Tarnac, il colore è il grigio scuro, il freddo dell’erba è nero e profondo, il colore è quello del freddo profondo dei letti di lavagna ed è qui.
«Il mondo possiede già il sogno di un tempo, adesso
deve solo prenderne coscienza per viverlo davvero»
+ + +
Ho deciso di scegliere il mio dialetto
per scrivere sfrutto gli accidenti del terreno.
Di notte li accompagno al fiume
dicono che bevono l’acqua dalle mani
bevono l’acqua dai palmi.
Dobbiamo (dobbiamo costruire delle capanne)
Perforare le pareti
demolire le scale
fare buchi nei pavimenti, sui tetti
scardinare le porte
murare le finestre
fare di ogni piano una postazione di tiro.
[…]
Dobbiamo (dobbiamo costruire delle capanne)
Fare di ogni pagine una postazione di tiro
Fare di ogni frase una postazione di tiro
«L’insurrezione è il più santo dei doveri»
(Robespierre).
[…]
1 – le voci interiori, noi
2 – ascolto il rumore interiore, il rumore del quadrato dentro di me
3 – il rumore che sento è soltanto il rumore del mio sangue dentro la testa
4 – il silenzio delle felci
5 – la questione rivoluzionaria è ormai una questione musicale
[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]
* * *
21. Della polizia, ci indigniamo. Questo non è TRNC, noi non sappiamo ancora costruire capanne come dice Bachelard (1957). Noi non sappiamo fare di ogni piano una postazione di tiro come
22. Il Comitato ne L’insurrezione che viene cita Blanqui: «ai futuri insorti di Parigi raccomandava di ricorrere alle case affacciate sulle barricate per proteggere le proprie posizioni, di abbatterne i muri per farle comunicare, di distruggere le scale al pianterreno e perforare i soffitti per difendersi da eventuali assalitori, di sradicare le porte per barricare le finestre e fare di ogni piano una postazione di tiro».
23. Anche Quintane in Pomodori parla di Blanqui: «Ho anche visto (la visione!) scrittori poeti professori che se proprio non maneggiavano la zappa, quantomeno un pensierino a mollare la città per andare a godersi un po’ di più la seconda casa se lo facevano, e di questi alcuni i più coerenti alla fine si riprendevano il loro Blanqui dove l’avevano lasciato nel 1975, o magari invece se lo prevendevano in mano proprio per la prima volta»
24. In Gleize, Blanqui e Robespierre vengono entrambi citati, sono citati poi anche Bachelard e altri autori francesi, però sicuramente viene ricordato di non farci fregare, di fare di ogni piano una postazione di tiro…
25. Anche Quintane in Pomodori parla di Robespierre: «noi ci ritroviamo sempre attaccati – attaccati nel senso che a quel lirismo/regime siamo incatenati su quel lirismo/regime ricadiamo in quel lirismo/regime sguazziamo, nel senso che una parte della letteratura di espressione francofona (metropolitana e d’oltremare) in quel lirismo/regime trova un’origine nonché un orizzonte, da lì non si smolla non demorde anzi ci si mettere a dormire sopra ci fa la ruggine sopra.
Se ci continuiamo a esprimere nella lingua della Rivoluzione che specie di rivoluzione potrà mai venire fuori se non una rivoluzione della Rivoluzione, una rivoluzione da internista della rivoluzione, una rivoluzione che l’unica cosa che può fare è restarsene lì in intimo colloquio con i vari Robespierre Saint-Just?»
26. Il Comitato Invisibile non cita mai Robespierre, ho controllato,
ha poco che a che fare con la lingua della Rivoluzione
Il Comitato il dialetto non se l’è mai scelto, il dialetto del Comitato
è il dialetto di chi se l’è trovato come lingua madre
è naturale.
Tornare a TRNC è il primo passo di consapevolezza, è l’atto dovuto ai morti e alle uccisioni, siano registrate o meno. Tutte le morti che intendiamo noi sono un atto di soppressione, di violenza, anche quando si tratta di morire di fame o di depressione. La violenza risiede da sempre nelle nostre vite. La morte di un ragazzo è il segnale però, non va sprecato. La miccia è accesa ormai, lo scoppio ci colpirà tutti. Bisogna decidere e decidere bene da che parte si vuole morire, solo questo. La violenza che arriverà anche su di noi, arriverà anche su di voi. Quando dico noi, per adesso, intendo chi a stento arriva a fine mese, chi è emarginato, marginalizzato dal suo contesto, dal suo r-esistere quotidiano. Non vi preoccupate, se ci pensate pochi, tra poco, in queste condizioni, saremo in tanti, più di voi. Perché voi avete reso possibile questo contesto. In Francia l’hanno capito, lo stanno capendo, lo capiranno. In Italia bisogna iniziare a farlo, aprire un discorso. Tornare a TRNC, è però prima della rivolta una questione di sapere, di tenere a mente cosa è successo, avere sotto braccio e in testi tutti gli avvenimenti, le cronache, i libri. Bisogna insomma
Bisogna tenere bene a mente, per conoscere,
per combattere il problema
anche oggi, soprattutto oggi nel nostro Paese,
per combattere il problema
bisogna fare (davvero) di ogni piano una postazione di tiro.
Dobbiamo (e dobbiamo velocemente) costruire delle capanne
delle capanne nuove, capaci di contenerci tutti, di fornirci più che mai
un rifugio, (un posto da cui far partire la nostra resistenza).
27. C’è un errore di battitura ovviamente, verso la fine
“testi” → “testa”. Penso però sia meglio così.
+ + +
Marat, il sorriso di Marat. Diceva che i cittadini sono timorosi e hanno paura soprattutto delle rivolte popolari, perché le rivolte popolari tendono a distruggere la loro felicità dando un nuovo ordine alle cose; quindi parlano solo di tranquillizzare il popolo; e i loro motivi sono validissimi, perché a cosa dobbiamo la libertà se non alle rivolte popolari? È una rivolta popolare che ha fatto cadere la Bastiglia, è una rivolta popolare che ha fatto fallire il complotto degli aristocratici, l’Assemblea nazionale è entrata in funzione solo grazie alle rivolte popolari, è alle rivolte popolari che dobbiamo tutto, svegliatevi, svegliatevi!
[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]
* * *
Autori citati in ordine sparso: Jean Marie Gleize, Nathalie Quintane, Comité Invisible, Gaston Bachelard. A cui si potrebbero aggiungere per un dibattito presente anche i testi di Henri Lefebvre: La produzione dello spazio, Spazio e politica. Il diritto alla città vol.II, Il manifesto Differenzialista, Ritmanalisi, La rivoluzione urbana. All’interno del seguente articolo sono stati inoltre citati diversi articoli e fonti sull’argomento.
NOTA: Quasi tutti i testi citati sono stati riportati in maniera discrezionale e con una versificazione alterata rispetto a quella prevista. È cura dell’autore del seguente articolo dichiarare che ogni testo è stato debitamente maltrattato e forse anche sfruttato illecitamente per fini comunicativi di tipo personale.









Rispondi