Elina Sventsytska | Poesie inedite in italiano

a cura di

Giovanna Frene

7–11 minuti

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La poetessa e scrittrice ucraina Elina Sventsytska ha donato alla rivista cinque di testi inediti scritti eccezionalmente in italiano, lingua nella quale di recente ha iniziato a scrivere. Ringraziamo l’autrice e auguriamo una buona lettura!


Spostamenti #171

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



(Donetsk – Kiev – Anzio)


*

cosa vendi, ragazza? una gamba mozzata?
quanto costa? pensi che sia a buon mercato?
abbassa il prezzo. il tuo amico sta qui accanto.
sta offrendo un occhio mozzato per poco,
e ci sono due ragazze – teste calde;
vendono le teste per due soldi,
due teste in buone mani,
perché senno come se lo comprano il bracciale?

una giornata così fortunata!
uno schiavo vende la libertà,
il politico vende la verità,
quasi nuova,
il funzionario vende una coscienza pulita in un contenitore,
il filosofo vende il senso della vita – senza contrattazione.
le vittime professionali vendono loro stesse,
in parti: il corpo alla terra, l’anima agli storici, la memoria ai politici,
con un baratto per l’illusione del senso,
o in intero pezzo per i trattati internazionali,
per chiedere soldi e armi, con tanto degli elogi funebri,
сome una viva memoria,
con un comodo piedistallo da collocare nei manuali di storia.

poi faremo un festival del ravvedimento.
sarà uno spettacolo magnifico:
sotto lo scintillante slogan “non è colpa della gente!”,
sul palco, tragedia con catarsi:
tutti sono morti bene, era la cosa giusta da fare,
suonano requiem di musica tango –
così si può piangere e ballare,
alla fine va un grande atto di depurazione:
tutti in cerchio a dire: “non ne tollereremo più”,
per poi fare una nuova mobilitazione.

è giusto che ognuno esca dal proprio inferno interno
per prendere un po’ d’aria fresca, per vendere ciò che non serve,
per arrivare a fine giornata, per tirare avanti in qualsiasi modo,
in modo che la vita possa continuare, mortalmente malata:
i bambini fanno le barche nel ruscello
i cani buoni dormono in pace nella polvere della carreggiata,
e vicino il nuovo cimitero fiorisce e canta.


*

Il filo di vita è sempre più fragile,
come lo squittio di un pulcino cieco,
la notte è vicina e la mamma è scomparsa.
Il filo di vita è sempre più debole,
come la spirale di quella lampada-vecchiotta
che sta per bruciarsi.

La vita è sempre più piccola,
è come la pellicina di una pecora,
brucia in una gioiosa fiamma
che ribolle di dolore,
tentando di gridare al cielo:
“Dio, quanto ancora?”.

Dio invece sta contando i bossoli,
mettendoli in pile precise,
come monete, e a volte si inclina,
pulisce la fuliggine con il dito
e scruta i segni dei colpi di pistola
come un orologIaio che osserva un vecchio orologio.

E la sera prende appunti
in un libro enorme e rovinato,
dove è scritto tutto: i morti,
i feriti, le città devastate.
A volte sottolinea qualcosa in rosso,
a volte sospira perché si annoia,
perché la testa duole e le vecchie ferite sanguinano.

Ma Dio non sta nell’ufficio celeste per niente,
è impegnato in affari importanti –
esprime la sua preoccupazione
secondo tutte le istruzioni,
i regolamenti e gli ordini,
compila rapporti, appone timbri,
che si appuntano sui fogli scritti,
come una gomma masticata molte volte.

A volte sfoglia uno spesso libro
delle guerre del passato,
mormora tra sé e sé: “Sì, ho visto di peggio.
Sì, in qualche modo l’abbiamo passata.
Beh, basta essere preoccupato!”

E la sera, stanco,
apre la finestra del suo ufficio,
e guarda le città in fiamme e borbotta:
“Dovremmo fare qualcosa…”.
Ma è troppo tardi,
il suo orario di lavoro è fino alle 18:00,
e dopo quell’ora non può fare nulla.
E così ogni giorno.

*

Nessuno verrà mai qua.
La casa è vuota e la strada è deserta.
Chi è sparito nell’altro paese,
сhi è sparito nel’aldilà,
сhi è sparito nella propria patria,
la memoria è un pulviscolo nel mio palmo.

Ricordo solo che ci furono Adamo ed Eva,
stavano in una gabbia d’oro,
cinguettavano come uccelli del cielo,
ma furono buttati fuori,
da lì che provengono tutte le nostre difficoltà.
Lo so che Erode è stato sepolto dai neonati,
macellato con estrema crudeltà.

Ricordo che prima del crollo dell’Unione Sovietica.
ci fu una tremenda epidemia di peste suinа,
la gente si era quasi estinta,
ma poi nacque una nuova gente
che andò subito in guerra,
grande guerra internazionale quindi penultima,
ultima ed è iniziata oggi ancora.
I neonati che macellarono Erode,
cantano e ballano tutt’ora.

Ricordo che era la fine del mondo,
le prime tre volte è stato spaventoso,
la quarta volta faceva paura, ma non molto,
poi tutti si sono abituati e andati avanti con la vita.
Il tempo era brutto, il lavoro era faticoso.
Non ricordo quante volte è finito il mondo,
ma gli infanti che macellarono Erode con vecchi rasoi,
massacravano tutti i suoi discendenti
fino al settima generazione con gli stessi vecchi rasoi,
adesso cantano e ballano e baciano i loro vecchi rasoi.

Un monumento è una cosa fondamentale,
un monumentо è una cosa destinata
a servire ai piccioni per cagare, cagare, cagare.
Icaro caduto e Mussolini
Lenin e Vittorio Emanuele Secondo –
i piccioni cagano allo stesso modo.
Se gli abbiamo creato dei monumenti
ecco c’è il loro unico valore.
I bambini che macellarono Erode,
adesso sono cresciuti, ma spesso sognano
lo zietto grande e pauroso
che li divertì tanto giocando con rasoi ottusi,
che tintinnavano nell’aria mattutina.

Chi distrugge i monumenti, guai a chi li demolisce!
I monumenti prendono vita, i resti si ripiegano:
l’orecchio venuto al posto della dita,
la testa spostata sullo stomaco,
la gamba si trova vicino al collo,
l’altra rimane, ma appesa a unica pezza,
attaccata alle costole.
I monumenti vengono a farci visita,
ci parlano del passato, piangono il loro destino,
lamentano il loro dolore, ma ci perdonano.
Magari stessero zitti!
I neonati che macellarono Erode,
sono tutti morti e le loro anime
sono in una fredda miniera
piangendo che la vita se ne è andata,
la vita è passata come un fuga perenne
sull’asfalto fessurato,
su buche e pozzangere, nel buio e nel sangue,
dietro bugie solenni.

*

Non voglio più scrivere di guerra.
Non voglio più pensare alla guerra.
Se mi togliessi la guerra dalla testa,
ci sarebbe meno guerra nel mondo, dopo il resto.

Ci costi troppo, cara guerra, cara guerra,
siamo nella morsa del passato,
siamo trasportati dal gelido e divertente futuro scivoloso,
ci sono schegge e macerie, cisterne rotte e campi minati
delle altalene vuote.

Sono le nostre vite che oscillano sulle altalene dell’ansia.
Le notizie sono spine aguzze che penetrano nella pelle
e lacerano la carne a pezzi.
Ma perché leggo ogni giorno tutta roba?
Cosa dovrei fare con tutte queste notizie?
Dei missili piovono dal cielo e cadono ovunque.
Altrove ci sono festival del cibo di strada,
i corsi della crescita spirituale, letture della poesia.

Non voglio, non voglio, non voglio saperne niente!
Non voglio rimanere appesa come un chiodo alla testa,
non voglio tirarmi per i capelli finché non mi escono tutti i capelli,
non voglio essere rigida come un armadio, non voglio essere paziente,
perché la pazienza è uno straccio logoro.
Non voglio essere forte, non voglio essere inchinata,
non voglio il nome con cui gli stranieri mi chiamano!
Vogliono solo un nome, come se un nome sistemasse le cose,
come se un nome rendesse le cose più facili, come se un nome cambiasse le sorti.

Comunque, la vita continua, solo che è cambiata,
preoccuparmi di quanto sia lontano il rifugio antiaereo;
valutare se vale la pena scenderci perché mi dolgono i piedi,
chi ha bisogno di quel romanticismo notturno?
Si esce dalla fossa e si rientra nella pozzo nero,
dove si sognano per tutta la notte braccia e gambe mozzate,
e al mattino circondato da sordomuti manichini in camuffa.

Non voglio più scrivere di guerra.
Non voglio più pensare alla guerra.
Guerra, ti ho portato su un piatto d’argento la ferita.
Mangia, non sporcarti. Cos’altro posso darti?
Scrivo parole di ogni tipo, le faccio strane e storte,
perché non è più rimasto altro,
ma le parole sono solo polvere sulla strada del cielo,
sulla centunesima strada verso la morte,
dove la mia anima si nasconde nei cespugli come un pianoforte.


*


lo ripeto, noi stessi, noi stessi
abbiamo costruito il nostro paese come una rovina,
solo la ciminiera nera della fabbrica e la linea dell’orizzonte sono intatte.
noi stessi, noi stessi abbiamo costruito queste rovine e ci siamo abituati.

ripeto, abbiamo fatto tutto da soli,
le nostre chiese, i nostri negozi, i nostri alberghi sono solo grigie pietre.
pietre grigie che salgono lentamente verso il cielo come cammelli,
e abbiamo scavato le nostre cantine sotto le pietre.

queste cantine sono molto accoglienti: l’acqua gocciola lussuosa sulle pareti.
vortica l’oscurità, l’odore delle patate marce.
in generale, c’è tutto ciò che serve per vivere:
toporagni a spasso, ornamenti dell’albero di Natale in giro spezzati.

la tristezza viene a trovarci e chiede il sale per il mare.
per costruire con il sale un mostro della potenza del nostro Stato.
questi giorni di sole sono come sorrisi sdruciti.
questi sorrisi finiscono in lacrime – acqua di sale.

ma abbiamo bisogno di lacrime per la nostra protezione.
meglio degli aerei e dei carri armati, dei dati sulle vittime
e persino delle bugie sulle nostre vittorie,
se non fossero le lacrime, i nostri occhi sarebbero asciutti,
gli occhi asciutti vedono precisamente le chimere di notte,
il battito d’ali e la confusione tra noi e loro.

оgni giorno cantiamo canzoni di prigione, accompagnate da tamburi di plastica,
seguiamo una dieta carceraria, nessuno ingrasserà mai.
siamo molto positivi: la morte è bella, finalmente saremo in pace,
e nessuna guerra ci toccherà mai.

ma chi sono io per parlarvi di tutti?
sono solo una voce che ripete fatti interessanti,
affitto una stanzetta in una casetta sul sedile di una vecchia lumaca,
e la mia anima è quel che resta di un piccione spalmato sull’asfalto.


BIO

Elina Sventsytsky, ucraina, è poetessa e scrittrice. Laureata in Filologia all’Università Nazionale di Donetsk. È una rinomata ricercatrice nel campo della teoria letteraria. Scrive prosa in russo e poesia in ucraino. È autrice di 9 libri di poesia e prosa, pubblicati dalle più importanti case editrici in Ucraina. Le sue opere sono state, altresì, pubblicate nelle principali riviste letterarie in Ucraina e all’estero.  Le poesie e i racconti sono stati tradotti in polacco, inglese, danese, lituano, russo e italiano. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il primo premio nazionale “Pianeta del Poeta” (2008), il premio nazionale di M. Vološin (Ucraina, 2019), il terzo premio del Concorso internazionale di prosa breve “Senza confini” (Barcellona, Spagna, 2018). Le poesie in italiano sono state pubblicate sulle riviste “ClanDestino”, “LibriCK”, “Gradiva”. 



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