Ilarie Voronca | Poesie inedite

a cura di

Giovanna Frene

15–22 minuti

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Ilarie Voronca, quattro poesie inedite in italiano curate e introdotte da Raoul Precht, in occasione della pubblicazione presso la casa editrice Bordeaux (Roma) del romanzo Confessione di un’anima falsa di Voronca.


Spostamenti #175

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



Ilarie Voronca nasce a Brăila il 31 dicembre 1903 in una famiglia ebraica. Smessi i panni di Eduard Marcus (il suo vero nome), si afferma in pochi anni in Romania, con lo pseudonimo appunto di Ilarie Voronca, come uno dei poeti più innovatori e rivoluzionari. Grande ammiratore di Apollinaire, scopre presto il simbolismo, che ne permea la fase creativa iniziale. In una Bucarest che nel primo dopoguerra è diventata uno dei centri d’irradiazione e propulsione delle nuove tendenze poetiche, con Victor Brauner fonda la rivista 75 HP, che propone la “pictopoesia” e in cui converge l’interesse per l’arte contemporanea. Voronca collabora anche a molte altre riviste d’avanguardia, come Contimporanul, Punct e Integral, aprendosi alle esperienze dell’espressionismo e del dadaismo. Inizialmente critico nei confronti del surrealismo, finisce per aderirvi, in particolare con gli scritti pubblicati sulla rivista Unu fra il 1928 e il 1932. Nel frattempo pubblica diverse raccolte di poesie, spesso recanti contributi grafici di artisti di spicco (Brauner, Hérold, Brâncuşi) che lo impongono all’attenzione del mondo culturale come uno dei suoi esponenti dalla vena poetica più fresca e inventiva. In questa fase giovanile Voronca propugna una poesia immaginifica, in cui figurazioni insolite, libertà creativa e dinamismo primeggiano sulle regole e griglie grammaticali e sintattiche, perché, come afferma lui stesso, “occorre far sanguinare le parole”. L’espressione poetica, sostiene con un’eco quasi kafkiana, deve equivalere a un “pugno che scardina le mascelle del lettore”. Persegue l’integralismo, una corrente che dovrebbe accogliere in sé tutte le spinte rivoluzionarie delle varie avanguardie e in cui compaiono già, a ben vedere, i primi semi di quella che diventerà l’espressione poetica del periodo francese. 


Nel febbraio del 1933, infatti, sull’onda delle emozioni provocate dalla sanguinosa repressione dei ferrovieri di Griviţa da parte del movimento paramilitare fascista della Guardia di Ferro, e per sfuggire a quelle che definisce le “tenebre balcaniche”, sempre più contrassegnate da rigurgiti antisemiti, Voronca – che lavorava al servizio stampa del Consiglio dei ministri – decide di lasciare il paese e di riciclarsi in Francia. A Parigi si ritrova a stretto contatto con i rumeni trasferitisi a loro volta o in transito per la capitale francese; frequenta Brâncuşi, Enescu, Lotar, Brauner, Istrati, Fondane, Tzara, Cioran, Eliade, Ionesco, Luca e molti altri. Adotta il francese come lingua principale e a partire dal trasferimento redige in questo idioma tutti i suoi testi letterari, traducendo e rielaborando anche alcune delle opere già uscite in rumeno. Al tempo stesso, si sottopone a un lavoro non solo di scavo in sé stesso, ma altresì di acquisizione del portato poetico francese, grazie al quale la produzione successiva al 1935 s’inserirà agevolmente in una tradizione ancora viva (da Baudelaire a Rimbaud alle esperienze surrealiste) in cui Voronca saprà trovare accenti nuovi, con particolare attenzione e sensibilità per un’espressione poetica improntata al sociale e alla solidarietà. 


Negli undici volumi, fra prosa e poesia, che pubblica in Francia fra il 1933 e la sua morte nel 1946 Voronca non ci risparmia un’attenta analisi delle sofferenze umane, delle quali da esule e rifugiato è testimone. Al contempo, tuttavia, propugna con forza l’idea del riscatto, basato su una comunione d’intenti fra tutti gli uomini. Il leit-motiv è quello ripetuto più volte nella plaquette Beauté de ce monde, una serie di lunghe poesie ispirate a un ottimismo incrollabile, in cui più volte ricorre appunto il verso “Rien n’obscurcira la beauté de ce monde” (“Niente oscurerà la bellezza di questo mondo”). Il secondo leit-motiv, che compare con pari incisività in un altro componimento, chiudendone ogni singola strofa, è la constatazione “Mais nous / Nous avançons les mains vides, le regard serein” (“Ma noi / Noi avanziamo con le mani vuote, lo sguardo sereno”). Il fine è quello del conseguimento di una felicità collettiva, mai vista come un semplice sogno, ma come un obiettivo realistico da raggiungere. Il poeta non è più isolato, ma si fonde con la folla, ne condivide il destino. In questo suo vero e proprio “programma” potremmo dire che Voronca abbia fatto tesoro non solo del romanticismo francese, ma anche, andando a ritroso, di tutta la tradizione illuministica, che rivive nell’apparente immediatezza e ingenuità dei suoi versi e delle sue prese di posizione. Se con le opere del periodo rumeno Voronca si era proposto a mo’ di alfiere della modernità letteraria ed espressiva, nel periodo francese passerà gradualmente da una poesia confessionale, quella del doppiamente esule (in quanto ebreo e rumeno) e profugo del mondo, a una poesia votata all’integrazione, d’impegno civile, non necessariamente politico o (peggio) legato a un partito specifico, ma con accenti ecumenici e inclusivi, abbandonando ogni tentazione simbolista o avanguardistica.


Ilarie e la moglie Colomba otterranno la cittadinanza francese il 16 giugno 1938, e l’anno successivo Ilarie seguirà i corsi per diventare ufficiale di riserva. Gli anni della guerra saranno particolarmente duri.  Nel 1943 Voronca, che milita nella Resistenza, dovrà rifugiarsi a Marsiglia, dove fra gli altri incontrerà Eugène Ionesco, che lo fa partecipare (non senza correre qualche rischio) a una serata radiofonica dedicata alla Romania.  Si sposta poi nei pressi di Rodez e tornerà a Parigi, nella Parigi ormai liberata dai nazisti, solo nell’ottobre del 1944. 


Durante la guerra, fra entusiasmi forse esagerati e accessi depressivi, Voronca pubblica le maggiori opere in prosa, ben sei in un lustro, senza contare prose e racconti sparsi. Dal 1945 lavora per la Radiodiffusion française. Nel gennaio del 1946 rivede a Bucarest l’amante Rovena, per cui nel 1937 aveva lasciato la moglie Colomba e da cui era rimasto tuttavia lontano per sette anni, ossia per tutta la durata della guerra; ma questo incontro – come racconta nel suo Journal – sarà catastrofico. Rovena, di cui Ilarie è ancora innamorato, si mostra amareggiata, poco affettuosa, impaziente, irascibile. Il viaggio di ritorno in piroscafo verso la Francia – Ilarie era andato a prenderla per cominciare finalmente una vita insieme – sancisce una brutale separazione. Inevitabile è la presa di coscienza della propria solitudine, di un fallimento generalizzato, almeno sul piano personale e privato, che cozza con il forzato ottimismo espresso nelle sue opere poetiche anche in quest’ultima fase della sua attività.


L’8 aprile del 1946 Voronca si barrica nel suo appartamento parigino, sigilla tutte le possibili aperture, ingerisce un flacone di sonniferi, beve dell’alcool pur essendo quasi astemio, apre il rubinetto del gas e si lascia morire con la massima discrezione possibile, in completa solitudine.


I testi qui pubblicati sono tratti rispettivamente da: La Poésie commune, G.L.M, Paris 1936; ripubblicato da Éditions Plasma, Paris 1979; Journal inédit suivi de : Beauté de ce monde, Poèmes 1940-46, a cura di Petre Raileanu e Christophe Dauphin, Les Hommes sans Épaules éditions, Ecouen 2018 (2a ed. 2020); Petit manuel du parfait bonheur, Editions de la N.R.F., Paris 1939, riedito nel 1973 in edizione bilingue (francese/rumeno), a cura di Saşa Pană, da Editura Cartea Românească.


C’est quelque chose

C’est quelque chose de lumineux, de doux, que je veux vous annoncer,
A vous tous, hommes d’aujourd’hui et de demain.
C’est pour cela qu’une fois encore j’ai pris les instruments du poète
Car c’est au poète de dire la justice de l’avenir.

Il vient un temps nouveau. Voilà ce dont
Quelques-uns seulement ont eu vent. On eût dit une voile
Qui apparaissait loin au-dessus de l’océan. Un navire
Chargé de tout ce qui manquait aux hommes: du pain et une grande bonté, un grand amour.

Cette joie de cœur de battre non pas pour lui
Mais pour le corps et l’esprit tout entier. Cette joie
Du poète d’écrire non pas pour lui mais pour une foule généreuse,
Cette joie de l’homme de retrouver ses semblabes,

Voilà donc ce que je veux vous annoncer:
Le ciel, le printemps, les vacances dont on parlait dans les anciens
Poèmes, seront pour tous dorénavant. Et la beauté,
L’espérance, rendues aux hommes comme la vue aux aveugles.



C’è qualcosa

C’ è qualcosa di luminoso, di dolce, che voglio annunciarvi
A voi tutti, uomini di oggi e di domani,
È per questo che ancora una volta ho preso in mano gli strumenti del poeta
Poiché spetta al poeta dire la giustizia dell’avvenire.

Viene un tempo nuovo. Ecco quello di cui solo alcuni
Hanno saputo. Si sarebbe detta una vela
Che appare in lontananza sull’oceano. Un battello
Carico di tutto quanto manca agli uomini: del pane e una grande bontà, un grande amore.

Questa gioia del cuore di battere non per sé stesso
Ma per tutto il corpo e lo spirito. Questa gioia
Del poeta di scrivere non per sé stesso, ma per una folla generosa,
Questa gioia dell’uomo di ritrovare i suoi simili,

Ecco quello che voglio annunciarvi:
Il cielo, la primavera, le vacanze di cui si parlava nelle vecchie
Poesie, d’ora in avanti saranno per tutti. E la bellezza
La speranza, saranno rese agli uomini come ai ciechi la vista.



Rien n’obscurcira la beauté de ce monde

à Léon-Paul Fargue

Rien n’obscurcira la beauté de ce monde.
Les pleurs peuvent inonder toute la vision. La souffrance
peut enfoncer ses griffes dans ma gorge. Le regret,
l’amertume, peuvent élever leurs murailles de cendre,
la lâcheté, la haine, peuvent étendre leur nuit,
Rien n’obscurcira la beauté de ce monde.

Nulle défaite ne m’a été épargnée. J’ai connu
le goût amer de la séparation. Et l’oubli de l’ami
et les veilles auprès du mourant. Et le retour
vide, du cimetière. Et le terrible regard de l’épouse
abandonnée. Et l’âme enténébrée de l’étranger,
mais rien n’obscurcira la beauté de ce monde.

Ah ! On voulait me mettre à l’épreuve, détourner
mes yeux d’ici-bas. On se demandait : « Résistera-t-il ? »
Ce qui m’était cher m’était arraché. Et des voiles
sombres, recouvraient les jardins à mon approche
la femme aimée tournait de loin sa face aveugle
mais rien n’obscurcira la beauté de ce monde.

Je savais qu’en dessous il y avait des contours tendres,
la charrue dans le champ comme un soleil levant,
félicité, rivière glacée, qui au printemps
s’éveille et les voix chantent dans le marbre
en haut des promontoires flotte le pavillon du vent
Rien n’obscurcira la beauté de ce monde.

Allons ! Il faut tenir bon. Car on veut nous tromper,
si l’on se donne au désarroi on est perdu.
Chaque tristesse est là pour couvrir un miracle.
Un rideau que l’on baisse sur le jour éclatant,
rappelle-toi les douces rencontres, les serments,
car rien n’obscurcira la beauté de ce monde.

Il faudra jeter bas le masque de la douleur,
et annoncer le temps de l’homme, la bonté,
et les contrées du rire et la quiétude.
Joyeux, nous marcherons vers la dernière épreuve
le front dans la clarté, libation de l’espoir,
rien n’obscurcira la beauté de ce monde.


Niente oscurerà la bellezza di questo mondo

a Léon-Paul Fargue

Niente oscurerà la bellezza di questo mondo.
Il pianto può inondare l’intera visione. La sofferenza
Può artigliarmi la gola. Il rimorso,
L’amarezza possono innalzare le loro mura di cenere,
La vigliaccheria e l’odio estendere la loro notte,
Niente oscurerà la bellezza di questo mondo.

Nessuna sconfitta mi è stata risparmiata. Ho conosciuto
Il gusto amaro della separazione. E l’oblio dell’amico
E le vecchie presso il morente. E il ritorno
Vuoto, dal cimitero. E lo sguardo terribile della sposa
Abbandonata. E l’anima intristita dello straniero,
Ma niente oscurerà la bellezza di questo mondo.

Ah! Mi si voleva mettere alla prova, distogliere
I miei occhi da quaggiù. Ci si chiedeva: “Resisterà?”
Quanto mi era caro mi è stato strappato. E dei veli
Scuri ricoprivano i giardini al mio avvicinarmi
La donna amata distoglieva da lungi il suo volto cieco
Ma niente oscurerà la bellezza di questo mondo.

Sapevo che sotto c’erano dei dolci profili,
La carriola nei campi come un sol levante,
Felicità, un fiume gelato che in primavera
Si sveglia mentre le voci cantano nel marmo
E sopra i promontori fluttua la bandiera del vento
Niente oscurerà la bellezza di questo mondo.

Forza! Bisogna resistere. Perché vogliono ingannarci,
E se ci abbandoniamo allo sgomento siamo perduti.
Ogni tristezza è lì per coprire un miracolo.
Una tenda che si chiude sul giorno splendente,
Ricordati i dolci incontri, i giuramenti
Poiché niente oscurerà la bellezza di questo mondo.

Dovremo toglierci la maschera del dolore
E annunciare il tempo dell’uomo, la bontà,
I luoghi del riso e della quiete.
Gioiosi marceremo verso l’ultima prova,
La fronte nel chiarore, libagione di speranza,
Niente oscurerà la bellezza di questo mondo.



Les mains vides

Les mains vides
Tes émissaires se tiennent sur notre seuil
« Que chacun apporte ce qu’il a de meilleur », disent-ils
Les riches ont entassé leurs joyaux, leurs étoffes,
Chargés de bagues leurs doigts ont plus d’éclat que leurs yeux,
Le parler des monnaies a couvert celui de leur mémoire
Ils n’entendent pas la marche des hommes de l’avenir
Mais nous
Nous avançons les mains vides, le regard serein.

Une fois encore nous sommes les méprisés, les humbles.
Eux, ils ont rempli les vaisseaux. Ils marchent
A la tête d’armées glorieuses. Ils appellent
Du fond des temps leurs moissons, leurs troupeaux,
Nul trophée n’est oublié et sur leur front
Le songe de leur force élève une couronne
Mais nous
Nous avançons les mains vides, le regard serein.

Nous avons vu l’inoubliable étoile,
La fanfare altière des forêts dans l’orage
Le soleil dans les arbres comme en le bois d’un cerf,
Les océans traçaient autour leur cercle de feu
Chaque chose murmurait « rappelle-toi bien »
Il fallait garder l’image non pas la chose
Et nous
Nous avançons les mains vides, le regard serein.

Eux, ils apportent ce qu’ils ont pris, mais non
La flamme sans parure en l’urne de leur âme,
Toujours le contenant, jamais le contenu,
La pierre mais non pas sa voix muette,
L’oiseau mais non la fumée de son vol,
Le métal non l’éclat dans les roues de l’aube
Mais nous
Nous avançons les mains vides, le regard serein.

Notre part a été la part du faible.
Non pas demander, mais se donner tout entier,
Nous distribuant dans l’univers pour mieux ensuite
Le recevoir en nous. O ! Mers, montagnes, astres,
Nous n’avons retenu que vos reflets,
Du riche bétail dans les étables nous avons préféré le souffle,
Et nous
Nous avançons les mains vides, le regard serein.

Nous venons les mains vides, le regard serein
Car les noms sont en nous. Tes émissaires sauront les lire
Les autres entassent tout ce dont ils nous ont dépouillés
Et le monde purifié dans le feu de leur envie
Nous protège et nous accueille. Les autres s’écroulent
Sous le fardeau des triomphes et des parures
Mais nous
Nous avançons les mains vides, le regard serein.



Le mani vuote

Le mani vuote
I tuoi emissari fermi sulla nostra soglia
“Che ciascuno porti ciò che ha di meglio”, dicono
I ricchi hanno ammucchiato i loro gioielli, le loro stoffe
Cariche di anelli le loro dita brillano più degli occhi
Parlare di soldi cancella la loro memoria
Non sentono il passo degli uomini dell’avvenire
Ma noi
Noi avanziamo con le mani vuote, lo sguardo sereno.

Ancora una volta siamo i disprezzati, gli umili.
Loro hanno riempito i vascelli. Avanzano
Conducendo gloriose armate. Chiamano
Dal fondo dei tempi le loro messi, le loro greggi

Non c’è trofeo che sia dimenticato e sulla fronte
Il sogno della loro forza eleva una corona
Ma noi
Noi avanziamo con le mani vuote, lo sguardo sereno.

Abbiamo visto l’indimenticabile stella,
L’altera fanfara dei boschi nell’uragano
Il sole negli alberi come le corna di un cervo
Gli oceani tracciavano loro intorno il loro cerchio di fuoco,
Ogni cosa mormorava “ricorda bene”
Bisognava conservare l’immagine non la cosa
E noi
Noi avanziamo con le mani vuote, lo sguardo sereno.

Loro portano ciò che hanno preso, ma non
La fiamma senza ornamenti nell’urna della loro anima,
Sempre il contenitore, mai il contenuto,
La pietra ma non la sua muta voce,
L’uccello ma non il fumo del suo volo
Il metallo non il brillio nelle ruote dell’alba
Ma noi
Noi avanziamo con le mani vuote, lo sguardo sereno.

La nostra parte è stata quella del debole.
Non chiedere, ma darsi interamente,
Distribuendoci nell’universo per poi meglio
Riceverlo in noi. Oh mari, montagne, astri
Di voi non abbiamo trattenuto che i riflessi
Del ricco bestiame nelle stalle abbiamo preferito il respiro
E noi
Noi avanziamo con le mani vuote, lo sguardo sereno.

Veniamo con le mani vuote, lo sguardo sereno
Perché i nomi sono in noi. I tuoi emissari sapranno leggerli
Gli altri ammucchiano tutto ciò di cui ci hanno spogliati
E il mondo purificato al fuoco delle loro voglie
Ci protegge e ci accoglie. Gli altri crollano
Sotto il fardello dei tronfi e degli ornamenti
Ma noi
Noi avanziamo con le mani vuote, lo sguardo sereno.



Mais le trouble qui s’empare de moi

Mais le trouble qui s’empare de moi
Lorsque ton visage découvert se montre
Femme où se confondent le rêve et le réel
Ne vient-il pas du fait que dans une autre vie
Sur quelque glorieux nuage dans une fête solennelle
Un autre visage dont le tien n’est qu’un reflet
M’a déjà ébloui.

Je me souviens de ton visage en te voyant
De l’ovale resté dans les creux de mes mains
Mon âme est une paume où repose ta joue
Et ton regard est celui de la divinité qui dans une nuit immémoriale
En me touchant comme une baguette magique
M’a rendu visible et voyant.

J’étais sans contours et autour de moi
Tout était sans contours
Et voici que le visage m’est apparu
C’était la face comme un cadran d’horloge
Avec les deux aiguilles de l’être et du non-être
Le visage miroir où les mers se dessinent aux côtés des montagnes
Où les fleuves, les bruits, les hommes et les pierres
Affluent avec le sang du mouvement et de la rue
Le Visage attestant la présence du Monde
Brisant tous les cadenas de la solitude

J’avais peut-être allumé un feu
Et le Visage était la flamme jaillissante
Il grandissait, il recouvrait le ciel
Il était plein d’oiseaux, d’étoiles et de vignes.

J’avais oublié tout cela
Et voici que ton visage me le rappelle
Avec ses boucles comme l’azur autour du navire
Et une larme est quelquefois une encre de rouille et de sel.

Détaché, comme un phare puissant, de ton existence
Ton visage jette sa lumière ardente
Il s’éclaire lui-même en éclairant l’univers
Les forêts vierges montent du fond de tes yeux
La Mer Rouge n’est que la douce blessure de ta bouche
Sur les crêtes des plus hautes altitudes
Les vents ont ciselé les lobes de tes oreilles
Les frémissements de tes narines suivent les changements de lune
Et des villes d’abord floues mais ensuite trépidantes
S’assemblent autour des veines fines de tes tempes
Ainsi ton visage à lui seul suffit pour m’éblouir
Je sais que plus bas que le cou commencent les contrées secrètes du corps
Mais je m’attarde à ton visage fertile
D’où les geysers, les herbes, les fourrures vont sourdre.



Ma l’agitazione che di me s’impadronisce

Ma l’agitazione che di me s’impadronisce 
Quando il tuo viso scoperto si mostra
Donna in cui si confondono sogno e realtà
Non deriva forse dal fatto che in un’altra vita
Su una qualche gloriosa nuvola in una festa solenne
Un altro volto di cui il tuo non è che un riflesso
Mi ha già abbagliato?


Se ti guardo mi ricordo del tuo viso
Dell’ovale rimasto nell’incavo delle mie mani
La mia anima è un palmo su cui la tua guancia riposa
E il tuo sguardo è quello della divinità che in una notte immemorabile
Toccandomi come una bacchetta magica
Mi ha reso visibile e vedente.


Ero privo di contorni e intorno a me
Tutto era privo di contorni
Ed ecco che il volto mi è apparso
Come il quadrante di un orologio
Con le due lancette dell’essere e del non-essere
Il volto specchio in cui i mari si disegnato a fianco delle montagne
Dove i fiumi, i rumori, gli uomini e le pietre
Affluiscono con il sangue del movimento e della strada
Il Volto che attesta la presenza del Mondo
Spezzando tutte le catene della solitudine


Forse avevo acceso un fuoco
E il Volto era la fiamma che guizzava
Cresceva, ricopriva il cielo
Era pieno di uccelli, di stelle e di vigneti.

Tutto questo, l’avevo dimenticato
Ed ecco che il tuo volto me lo ricorda
Con i suoi riccioli come l’azzurro intorno all’imbarcazione
E una lacrima che talvolta è inchiostro di ruggine e sale.

Distaccato, come un potente faro, dalla tua esistenza
Il tuo volto getta la sua luce ardente
Si rischiara mentre rischiara l’universo
Le foreste vergini risalgono dal fondo dei tuoi occhi
Il Mar Rosso non è che la dolce ferita della tua bocca
Sulle creste delle altitudini più elevate
I venti hanno cesellato i lobi delle tue orecchie
I fremiti delle tue narici seguono i cambiamenti lunari
E le città prima indistinte poi trepidanti
Si radunano intorno alle fine vene delle tue tempie
Ed è così che il tuo viso basta a sbalordirmi
So che più in basso del collo cominciano le zone segrete del corpo
Ma mi attardo sul tuo volto fertile
Da cui sorgeranno i geyser, le erbe e le pelli.







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