Luis Cuellar | Maniacalmente parlando nei cantieri | Poesie inedite

a cura di

Luigi Riccio

7–11 minuti

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A margine dei giorni che portarono all’editoriale di aprile 2025, ho il ricordo nitido di una frase di Rebecca: «la cosa che faccio meglio è scovare poeti del tutto inediti che spaccano, e sono anche quelli di cui mi piace di più scrivere». In tutto questo abbiamo pensato e posto e tentato Inverso come piattaforma, come spazio di offerta e di creazione collettiva, di fuoriuscita, sbuco, laboratorio da spillover, infestazione appunto. Rifletto in retrospettiva su tutto questo un po’ per fare qualcosa che anche adesso si approssimi all’editoriale o almeno alla dichiarazione di intenti per il mio secondo anno in rivista e un po’ perché penso – anche – che una buona pratica di militanza culturale dal basso passi da una presenza materiale negli spazi, e cioè nella creazione di reti interpersonali che portino poi alla cessione di questi spazi (ricordo – anche – Mattia che a un anno esatto da ora mi dice: «è un peccato tu non abbia spazio quindi voglio dartelo» quindi eccomi qui). Non credo si debba mai fare un preambolo diverso se l’intento di una realtà è, tra i tanti, pubblicare inediti: farlo non perché semplicemente giudicati accettabili o conformi previo invio postale, ma perché parte attiva e paritaria di un discorso o di una ricerca, perché portatori di significato per il solo stare qui. Perché immaginario (quindi, ancora: rete, spazio, eccetera).

Un secondo discorso, con cui arrivo agli inediti di Luis Cuellar, di cui non casualmente ho voluto evidenziare la natura testualmente in fieri: che spazio generazionale siamo e quale lasciamo? Sarebbe intellettualmente disonesto – e anzi falso – dire che a chi scrive (persona plurale, credo di parlare a nome di tutta la redazione) il mondo della poesia dal millenial a ritroso non abbia dato occasioni. E però la natura di Inverso mi sembra rispondere a un qualcosa che non c’era e che, quindi, è stato preso. Non è un caso che sette membri su undici della redazione siano al massimo del 2000, e che in proporzione non troppo diversa siano nel migliore dei casi esordienti (categoria burocratica, non di presenza, però). Non penso nemmeno sia rischioso dire che, con qualche ovvia eccezione, il rapporto reale con la poesia (di lettura approfondita e di scrittura organizzata) per tutte queste persone sia iniziato solo a partire dall’università. E però (ancora) basta riattivare quella presenza materiale negli spazi per rendersi conto che adesso, uscendo dai licei, si veda anche uscire qualcos’altro di grosso. Credo che dare strumenti a questa possibilità, ovvero manutenere uno spazio di discussione costante attorno al contemporaneo e a chi lo forma e con quali linguaggi, sia la missione più grande (e forse l’unica davvero). Sicuramente una adesso – per forza di mezzi – molto più capillarmente possibile.

Non fosse così, non si spiegherebbe la postura di Luis, che è certo non unica ma certo emblematica: la postura di chi evidentemente legge altra poesia oggi, intesa come il “come-si-può-parlare-di-qualcosa” (che ammetto essere anche come la intendo io: manifestazione di una possibilità discorsiva). Di chi certamente è nel suo percorso di lettura di classici capitali del Novecento (qui Montale e Sanguineti in maniera evidente), ma che anche, e semplicemente per prassi di lettura dell* compagn* di strada coetane* e meno, riesce a cogliere la crisi attualissima (quando non il ridicolo) di una separazione netta tra scritture calde e fredde, distacco oggettivo e io rivendicato, accumulo “da prosa” e cantabilità; insomma la crisi di un dibattito superato come quello tra lirica e non lirica, che è anche una crisi di definizioni. Forse è questo il punto: è proprio come se qui si volesse arrivare all’oggettività delle cose costruendole, girandoci attorno con la lingua finché, esaurita la bolla semantica o sinonimica o erudita, non la si può bucare con la realtà, l’ammissione del nulla di serio del poetico quanto del grado di posa e costruzione del “non assertivo”. Poesia come nevrosi e non viceversa, certamente prova dell’impossibilità di un distacco totale. In ogni caso, se tutto questo accade qui è perché chi scrive questi testi vive in prima persona una precisa emozione culturale ma, pure, perché questa emozione la dimostra. Si sta parlando di queste cose, se ne può parlare, e quindi se ne parla. Il meglio che si possa fare è riconoscerlo.






un verificarsi continuo di estreme situazioni
cadde sopra di noi nel diluvio di vortici.
troppo tardi per strapparci i capelli la luna
s’alzava corrosa anch’essa di fuochi fatui e
artificiali raccomandazioni. tu avevi promesso
di costruire tutto daccapo, smuovere la polvere
dai meandri del corpo e le ombre che ora sono
a terra mentre mi corico nel letto narrano le vuote
forme accattivanti della mia angoscia. sono
bianchi i latrati dei cani che un giorno
mi soffocheranno nell’espandersi continuo
della tua carne che le mani slegate non riescono
a slegare. poi tutto d’un tratto,
di notte accanto alla cornetta, chiudo gli occhi
piango sento, amore? amore, io ti voglio bene
grazie
che mi hai amata tutto.


+ + +

prima che finisca il nostro tempo aspetteremo
insieme il martirio dell’inverno, un collasso di
coincidenze, per uscire dalla consapevolezza
del freddo, del forte rabbrividirsi del vento.
io a grandi fatiche mi ostinavo alla rassegnazione
tornavo alla neve, al crudele volgersi del niente,
l’orrido vacuo dei giorni. il silenzio non
ammetteva disordini.

poi le luci tornando a casa erano delicatissime.
denso anche io tornavo a casa! forse nelle
tue braccia mi promettevo un poco di dormire
per sognare in una stanza amore. amore è una
parola bellissima ricoperta di arabeschi e di
colori potenti il cui fondo sono gli occhi chiusi
del tuo volto,
volto che ammette disordini, non se ne cura.


+ + +

la rosa profonda era la tua gola in macchina
o nella felpa, qualcosa di inarrestabile.
il silenzio nell’androne era la tua disperazione
che, per identità, era anche mia, quindi nostra.
il tuo buongiorno era un petalo di pesca bianco,
ma forse colorato, rosa un cielo inventato di firme
o altri graffi. non riconosci la ghiaia, domani
potremmo stendere un cartello, scrivere: grazie
tante davvero vita di questo sole rosso sangue.


+ + +

in disparte penso che non dovrò più prendere
la parola, come quando ad alzarti eri tu nei
tuguri dell’inverno. la voce delicata, tremolante,
a piccole dosi sopraggiunge senza neppure
ricordarsi della nevicata. lo scorso anno
stampavamo le parole benissimo, come il
traboccante dispiegarsi di cieli tersi che
non siamo mai riusciti a collazionare,
a raggruppare in piccole cortecce, mentre
tentavi di tarparmi lievemente nella cortina
di vetro dei miei piccoli larghi esperimenti di vita,
vita passata a chiederti il perdono infuocato.


+ + +

se la stanza era chiusa il silenzio dei capelli.
gli stracci sono insiemi contenuti di
parti contornate e altre carneficine disastrose.
la tua testa era una carneficina disastrosa e io
ti ascoltavo intatta contornare i malanni:
non sempre i nostri disguidi erano umani,
talvolta la spiaggia era vuota e vuoto era anche
il nostro contributo alla casistica.


+ + +

abbiamo deciso di comprimerci contro
la finestra. abbiamo mangiato troppo e adesso
siamo nudi. abbiamo costituito che la tua pelle è
un disastro di avverbi. abbiamo costretto
tutti e ora siamo curvi.
abbiamo fatto che eravamo
misti
e tu hai preso
il cacciavite. mi hai spezzato le clavicole e
abbiamo dovuto cambiare la morte
(e la messa così come era).
abbiamo previsto un punto
e comincia ora il discorso.
non si è capito niente di tutto,
non si capisce niente di questo
volto. non so se hai visto che quando
sei andata via ho fatto il giro delle foto.


+ + +

una partecipazione comune all’idea sistematica del
nuoto o correttezza spirituale, le tue accortezze non
sono le mie: la tua voglia di desiderare incombe inerte
sui filmati inediti dei nostri viaggi imminenti. la torre
è un’inserzione e ricama il prestigio di un timone,
il timone a sua volta è un rapace, come la mia e tua
nostra sete di dissertazioni varie e inefficienti.
in qualche silenzio sembravi tu o non troppo.
buia era
la convinzione di strade intercambiabili
e non-percorribili. un diadema di carri e proiettili.
poi un mese in
cantina imparerai bene le preghiere. sarà ottobre
e le diremo tutt’insieme come a casa.
mancherà tanto alla fine di tutto.


+ + +

contrattiamo contrariati all’esalazione del vuoto.
vuoto parcellizzato che contrattiamo con amore,
con reverenza maniacale, con lettere minuscole
e consuete condizioni condivise. hai da darmi?
no, sono le gonadi, sono le piogge. la tua rabbia
ha un silenzio da far grandi, la tua testa è un
compromesso di correlazioni corrette, cortesi
sintesi e manipolazione grandi. la tua è una
corteccia grammaticale: consiste almeno
(sempre meno), alquanto, nel sorreggerci
il capo, avvicinarci all’abisso, eleggere
il sintagma, comprenderci a vicenda.


+ + +

maniacalmente parlando nei cantieri navali
captiamo le corrispondenze, le teste no.
ti tiri di giù dal sasso, dalla piovra,
dalle rapide consulenze telefoniche di cui
neppure hai voglia. poi una settimana
in giugno considerare gli odori, dare un
opportunità ai profughi come ai silvestri
canini in silicone montati sulle labbra o
dietro il coccige. scrivere costanti e
sovrapponibili disgiuntive, costruire un
significato anche dove il significante
è labile. comprendere a pieno i tumori,
i tuorli delle uova andate a male. sono
i ratti
il corrispettivo oggettivo dei tuoi
capelli indaffarati.


+ + +

la tosse incentivata sull’asfalto,
la meteorologia, la corsa dei tafani sul marmo.
comprimersi le ossa, staccarsi la carne a morsi
e sul tatto, sul tavolo sotto il forno e il camino:
il castello di piccole mani chiuse a mo’ di foraggio.
(la mia forza è un sentiero di grida di oltraggio
e compromettere la stanza sarebbe un urlo
di piani ancora stesi e anche decorate).
i tuoi capelli nei cartelloni rudimentali di
forni. elidere il campo, raggrupparlo in sezioni,
conoscere i significati, consacrarli.


Luis Cuellar è nato il 17 febbraio 2006 ad Avellino. Attualmente vive tra Nola e Napoli. È studente del corso di laurea in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e allievo ordinario della Scuola Superiore Meridionale, nell’area di ricerca Testi, Traduzioni e Culture del libro. Nel 2024 ha vinto la IV edizione del concorso di poesia “Niccolò Bizzarri”, organizzato dall’associazione culturale Amici di Nicco, e nel 2025 ha ricevuto una menzione d’onore al premio di poesia Alma Mater “Violani Landi”.



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