Tre poesie dall’ultimo libro di Giovanna Rosadini, Cicatrici, appena pubblicato da © 2025 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino. Ringraziamo l’autrice e l’editore per la gentile concessione.
Spostamenti #187
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
Cimiteri
I.
Ci portasti a vedere la tua tomba,
uno zio ragazzo morto nella
Grande guerra di cui avevi il nome.
Campagna toscana, nell’aretino,
la patina del tempo sui marmi bianchi
e nomi desueti (Zemilde, Argene)
istoriati in caratteri liberty, le foto
seppiate dagli sguardi remoti.
Lui, tu, la memoria etrusca nei tratti
del viso che è ancora nei sembianti dei figli,
i nostri: oggi che di te rimaniamo
noi quattro, e le tue ceneri ormai chissà
dove, potrebbe essere quello
il luogo dove ritrovarti, se ancora esistesse.
Abbiamo tutti bisogno di una casa,
anche da morti, almeno finché
scorre nel sangue di chi rimane il vivo
ricordo del corpo amato, di chi
ci ha generato, e resta possibile
condividere in un luogo terreno
le sue fattezze immateriali, l’impronta
delle mani sul lenzuolo dopo
che ti hanno portato via senza ritorno.
II.
Nell’ora fra l’ultima rondine
e la prima nottola, trenta e più
anni fa a Castiglioncello del Trinoro,
era l’estate del tuo primo anno, tu
con me nel passeggino per il giro
del borgo, – fino all’aprirsi sulla valle
del piccolo cimitero antistante la pieve,
nello svaporare lento dei toni arancio
nel cielo, alto sul profilo frastagliato
delle colline inabissate verso l’ombra,
l’intatto silenzio delle lapidi era
una presenza viva che mi portava
fino a te: nel respiro profondo
della sera si è schiuso un varco
nel tempo, e mi sono inginocchiata
sulla nuda materia della terra, grata.
III.
Un diario ritrovato per caso alla Berio
ci ha riportato a quell’infanzia
in grazia di adolescenza quando fiorì
la nostra amicizia, negli anni in cui
sembrava ancora intatto l’ordine
del mondo, e la casa era ancora la casa,
nel docile presente dei miti inverni
e di interminabili estati vestite di luce
marina e annunciate dal glicine in fiore.
La collina era ancora dominio materno,
e fu l’amicizia delle nostre madri
a favorire la nostra, i cinema insieme,
le passeggiate per le crose parlando
di cose da ragazzi, giochi e indovinelli
criptici di cui eri maestro, sbalordivi
con i tuoi prodigi di bambino
inconsapevole dei suoi talenti,
tutto preso dalla vita che ti sarebbe
presto mancata, in anticipo sugli anni
che non avresti avuto, cuore malato…
Così in quest’altra riva di esistenza
siamo quassù davanti alla tua tomba
disegnata da Carlo Scarpa al cimitero
di Sant’Ilario, i genitori che ti sono
sentinelle nella famiglia ipogea ricostituita.
Il rigore della pietra dice la potenza
del legame che è stato, il varco
aperto al centro il nero sgomento
per quanto fu perduto. L’aria passa
fra i cipressi che mi videro ragazza
protesa sull’affaccio a strapiombo
dove ogni cosa era sul punto di spiccare
il volo verso l’ampia superficie del mare,
per mano ai fidanzati di allora, ignara
fossi qui anche tu, che piantasti
nel mio giovane cuore cinque lire di stelle:
Mi hanno portato una conchiglia.
Dentro ci canta
Un mare di mappa.
Il mio cuore
Si riempie d’acqua
Con pesciolini d’ombra e d’argento.
Mi hanno portato una conchiglia.









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