Giammarco Di Biase | Solo le bestie

a cura di

Giovanna Frene

2–3 minuti

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Cinque poesie tratte da Solo le bestie di Giammarco Di Biase, prefazione di Davide Grittani (Marco Saya Edizioni, 2025).



Spostamenti #197

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



*


L’amore è un cane. 


Ho sbagliato tutto. La sommità 

cioè come si può guardare una bestia


quel cane ingordo, la stirpe delle bocche aperte 

che tira la luna nella catena.


Sono stato un credente, perché ho fiducia

di essere di razza nella stella lapidata. 


Il padrone mi abbevera su un presagio la 

mia lingua in ginocchio che non sa. 


Invece apro l’alto verso le labbra 

non avendo più fame, senza amore smaltire 


la candela servita dal piatto nel boccone. 

L’amore è questa fissità che chi è nel male 


spaccia per servitù. Chi è nel bene

per misericordia. 



*



La vittima sul soffitto ha il sangue intero 

mentre il giorno gli asciuga la bocca 

e dice una mano come vocale il suo petto 

il grido lo sforzo che esistono gli altri

è la lezione della sete se lascia separati 

abisso e lingua su una bilancia 

per l’equilibrio dei denti. È tempo di aprire 

di respirare l’infarto, di svegliare il cielo 

per eccesso negli occhi. 



*



L’uomo si apre negli specchi. È ora 

di devastare l’albero macchiato di 

vene, di liberare il diadema

che vede le rose mischiarsi. L’angelo

ha bisogno di mari enciclopedici 

per restare in vita tra spade

di isole. Chiamare i giorni le ore

parlate, possedere una mano

che in futuro non hai. Tu come lui

hai bisogno di un’aura fissa nel petto.



*



E dire che il mondo ti ha chiesto di essere 

rotondo per avere due mani. Una parità 

che se adesso scommetti saprà aderire ai vulcani

all’acqua che tocchi con lo sguardo; ti hanno 

trovato morto in un campo dove vorticano zagare 

di metadone, succo d’arancia che ora ti apre 

gli occhi agrumati come il buon vento che passa.



*



Basta dire parchi e immaginare uccelli 

che lasciano libera una parola dal libro

dischiuso come una lacca invisibile quando 

gli stormi migrano e ti manca la parola dell’albero. 

L’idea di stampare il becco della vita, una sorta di 

romanticismo mentre la fabbrica di me pensa

la piega. Stupido bimbo, il libro ti ha svelato

la scorza e il tuo sangue è di colla, ora che anche

riaprire gli occhi è pensarsi possesso: quando

meno te l’aspetti ritorni in marcia e sei solo. 




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