Cinque poesie tratte dal recentissimo libro che raccoglie l’opera poetica della compianta Giovanna Sicari (1954-2003), Tutte le poesie, a cura di Milo De Angelis e Sara Vergari (Interno Poesia 2026). La fotografia è di Dino Ignani.
Spostamenti #202
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
*
Sognavo che ero morta e camminavo
l’ignoto scandiva impeti e campane
l’ignoto, quando tutti seguono la legge
dà la vertigine, una macchia il sole
all’improvviso, ricordava tracce di ideali:
penitenti bagnati sull’asfalto
accarezzano aria.
Seguitemi – dissi – ho mani divise
cerco un insensato forte luogo
di alghe e sesso
dove lo scenario ha puri battiti sfrenati
coperte nuziali ricamate di cielo.
[da Sigillo, 1981]
*
C’è qualcosa di buono in noi
che si chiama Dio questo preghiamo che venga
quando dolcezza e meta sono corpi
malate carcasse che non vedono quel bambino
che picchia la palla con l’energia divina.
– La luce della stanza vedrà le cose per la prima volta. –
– Lui continua a salvarmi
dovevamo compiere una strana missione. –
Questo domanda, questo grida; che venga la gioia
con fulmini e alluvioni. –
Questo è tutto.
[da Nudo e misero trionfi l’umano, 1998]
I trapassati chiedono di me
Il piccolo essere sotto la coperta domanda
e io mi oppongo e non mi sento degna,
masse d’aghi e spilli mi sottraggono
al corpo. Sono arrivati con una valigia
gli estranei e chiedono di me
non si sa chi sia la madre o il padre
bisognerà andare fra loro, chiedere
dei loro morti, farli rivivere adesso.
Nozze per il cielo
Non ha più vent’anni il cielo di metà aprile
che purifica nel vento fresco di una casa chiusa
– bordello – argomento noto per misurare la gioventù.
Chi di noi avrà pazienza per raccontare
saremo come loro, non abbiamo fatto la guerra ma questi nostri sono
i cieli neri della calunnia e poi la cellula che esaltava
la magia e la sacca della distanza, finestra con gli occhi
nel letto, ricordi? diremo – eravamo sempre stanchi ammalati
racchiusi ardenti in una bolla –
e così passavamo gli anni accusandoci amandoci.
Conservo ora un messaggio per il giardino e per la notte
– anime anime disegnano gli uccelli e volano, guarda se volano! –
Non ha parole forbite per discutere del bene e del male.
Saremo così silenziosi, fuggiremo e le cose non ci vedranno.
[da Epoca immobile, 2004]
*
Non basta più scrivere
terra sulla torre screziata
volano alti tre colombi
li vedo dalla balaustra
si ergono nel cielo
di fronte una bianca stella
sotto la quale gli alberi
non soddisfano più
quando si è deboli e malati
nulla ti riempie di prana
[inedita, 1 dicembre 2003]
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BIO
Giovanna Sicari (Taranto, 1954 – Roma, 2003) è stata una delle voci poetiche più intense del secondo Novecento. Trasferitasi a Roma nel 1962, si laurea in lettere all’Università “La Sapienza” con una tesi su Officina e Il Politecnico. Esordisce nel 1982 sulla rivista Le Porte e pubblica poesie su Alfabeta, Linea d’Ombra, Nuovi Argomenti, tra le altre. Il suo primo libro, Decisioni, esce nel 1986. Insegna per dodici anni nel carcere di Rebibbia e fa parte della redazione di Arsenale. Nel 1990 sposa Milo De Angelis, con cui avrà un figlio. La sua opera poetica, segnata da una tensione civile e visionaria, è attraversata dall’esperienza della malattia, comparsa nel 1997. Nel 1999 partecipa al congresso della IPSA a New York. Si trasferisce a Milano nel 2002, ma nell’estate 2003 torna a Roma. Muore nella notte tra il 30 e il 31 dicembre. Poco prima, riceve in dono la prima copia della sua ultima raccolta, Epoca immobile.









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