Borio – Di Corcia | Un altro vero

a cura di

Giovanna Frene

8–11 minuti

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È appena stato pubblicato il volume Un altro vero. Poesia e autenticità come dialogo e ricerca (Mimesis 2026), curato da Maria Borio e Laura Di Corcia. Il libro contiene contributi saggistici di Alessandro Ferrara, Gian Mario Villalta, Jan Baetens, Gianni Turchetta, Alberto Casadei, Italo Testa, Roberto Cescon, Andrea Inglese, Franca Mancinelli, Tommaso Di Dio, Azzurra D’Agostino, Davide Castiglione, Massimo Natale, Giovanna Frene, Alberto Bertoni.



Spostamenti #211

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



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“Poesia e autenticità assomigliano a due gigantesse che si interrogano, come in una curiosa approssimazione di forze. Sembra paradossale? D’altronde, molti discorsi della nostra attualità storica affrontano l’autenticità con significati che rimandano a qualcosa tutt’altro che approssimativo, ma definito, reale, vero. Una persona autentica sembra farci sentire sicuri – possiamo soggettivamente contare sulla sua sincerità – e certi – possiamo oggettivamente contare sull’accordo tra ciò che pensa, prova e esprime –. La sicurezza e la certezza che l’autenticità dovrebbe ispirare spesso portano a trattare persone e situazioni come cose e fanno cadere nella tentazione di guardare la natura umana separando drasticamente il bianco dal nero, il sì dal no, il reale dall’immaginario, il possibile dall’impossibile, il distinto dall’indistinto. In questo modo, chiediamo all’autentico di indicarci la via del vero rispetto a chi siamo e a come ci relazioniamo. Autentico, identità ed etica: vengono affrontati come fossero dei solidi dai contorni netti, di cui si può cercare di definire l’essenza (che cosa sono?) o attorno a cui si può riflettere dialetticamente (come ci fanno pensare e agire?). Trattare l’autentico come una cosa – fatta di materia e pensiero – è un limite. Siamo sempre stati abituati a farlo?
Se entriamo nelle acque in cui si muovono poesia e autenticità si apre una curiosa approssimazione. Teniamo presente che chi è poeta possiede un linguaggio e un’immagine. Il linguaggio della poesia non risponde facilmente a questa domanda: esso dice la verità? In altre parole: può essere considerato una cosa che indica la via del vero? La lirica moderna ha mostrato che la poesia nasce dalla creazione della verità del soggetto, che esprime sé stesso autenticamente. Oltre i confini individuali, però, la verità individuale si incrina. L’incanto si trasforma in disincanto. Le avanguardie hanno destrutturato e scardinato la pretesa lirica della verità. E la verità dell’io lirico si è ricalibrata, con un lungo processo di decreazione dell’auto-espressività. Dunque, il linguaggio della poesia, letteralmente, non dice la verità: o, meglio, esprime autenticamente uno stile individuale. Ma chi è poeta possiede anche un’immagine. Cosa significa? Si può dire che lo stile è la forma linguistica di una voce; questa voce, in poesia, si libera dalle logiche strumentali, dalle convenzioni, dal noto. Facendo poesia, la voce può scegliere di dire la verità oppure no, seguire la via del vero o inventare, confessare sé stessa come in un diario o in una fotografia oppure immaginarsi e immaginare la realtà, ma anche mescolare i piani. E per farlo può usare diversi strumenti, da una pagina di carta ai software IA. La sua immagine sarà comunque autentica. In poesia, la voce si slaccia dalla vita materiale o concettuale del vero, dall’essere identificata con un oggetto un concetto, ed entra in una dimensione di possibilità, dove la sua immagine, qualunque via scelga, è autentica. Autos (me stesso) e hentes (colui che agisce), “autentico”: la stessa etimologia greca della parola “autentico” rimanda a un dialogo tra una parte più soggettiva del sé (autos) e la parte in cui il sé agisce, si muove, si relaziona, si realizza. Per realizzarsi, esce da sé ed entra nel dialogo, nella rispondenza, nella relazione intersoggettiva: così diventa veramente chi è. In questa dimensione multi-prospettica, poesia e autenticità, gigantesse curiose, si interrogano. (…)” (dall’Introduzione di Maria Borio)



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“Quando abbiamo inaugurato questo viaggio, che ha il sapore della quête, sulla poesia e l’autenticità, chiamando a raccolta un nutrito numero di poeti e poeti che si sono espressi sul tema sui litblog, sapevamo di approcciare un tema delicato e difficile. Se di primo acchito, dopo anni di dibattito dominato dal cosiddetto “pensiero debole” (…), il tema dell’autenticità poteva sembrare un nostalgico e ingenuo tentativo di ripristino di istanze ormai superate, dall’altra è anche vero che l’epoca, e con essa la temperie culturale cui siamo esposti come soggetti, è radicalmente cambiata. Già un libro di Maurizio Ferraris, il Manifesto del nuovo realismo, sosteneva un approccio e un punto di vista distante rispetto a certe tendenze postmoderne, sostenendo che il tentativo decostruzionista di attaccare il potere e l’esercizio della supremazia messo in atto dalle classi dominanti si fosse trasformato, a conti fatti, in un generoso regalo alle stesse. Se non esistono i fatti, se tutto è relativo, se esistono solo la narrazioni, allora a prendere il posto dei fatti sono le narrazioni stesse, ed esse saranno tanto più vincenti e centrali quanto più saranno agite da chi possiede i più potenti strumenti di diffusione, con un grosso pericolo per la democrazia stessa. I risultati di questa prospettiva, tutt’altro che ingenua, sono sotto i nostri occhi. Libri come questo appena citato e come l’agile ma intenso saggio di Walter Siti, Il realismo è l’impossibile, ci segnalano ancora che i recenti accadimenti storici, dalla caduta delle Torri gemelle all’oggi, segnato di nuovo da guerre in diverse parti del mondo e dal concreto pericolo di un’escalation in direzione dell’atomica, polverizzano l’idea (molto ideologicamente orientata) che l’Occidente (questo progetto pure traballante e in crisi) si possa porre al di là della storia, come si è pure creduto, certo sulla scorta di ingenuità e miopia, per lungo tempo. La storia (e con essa i suoi conflitti) è invece presente, agisce, nei modi più imprevedibili e schizoidi, costringendoci a una revisione puntuale e coraggiosa delle categorie con cui abbiamo letto i fatti che compongono la realtà. Non possiamo più permetterci il lusso di ironizzare, di prendere distanza, di giocare al gioco di chi ha capito gli strati che concretano il mondo rispetto agli ingenui, agli sprovveduti: il rischio è quello, piuttosto reale, di opporre a un’ingenuità una contro-ingenuità o un’ingenuità di segno opposto, rischio in cui cade ciascuno quando si fidelizza a visioni estreme e dicotomiche delle cose. (…)” (dall’Introduzione di Laura Di Corcia)



Recitando la mia verità
di Gianni Turchetta


“(…) Forse vale anche la pena di ricordare che potrebbe essere necessario ridiscutere, come del resto accade per tutti gli altri valori, anche e proprio quello dell’autenticità. Un solo riferimento, attuale e problematico: il recente libro di Gilles Lipovetsky La fiera dell’autenticità, che mostra con ricchissima esemplificazione quanto la ricerca dell’autenticità sia integrata con le dinamiche dell’efficientismo capitalista. Anche limitandoci alla poesia, o, come già suggerito, allargando un po’ il campo, a tutti quegli autori che continuano a pensare alla scrittura letteraria come al luogo di una verità altra, più densa e profonda, capace di sfidare ogni altro linguaggio, a me pare che nessuna crisi del soggetto possa impedire alla poesia di giocare la sua partita di verità. In fondo, la stessa “scuola del sospetto” ci aiuta a cogliere meglio quanto, a ben guardare, sapevamo già, forse da sempre: e cioè che la scrittura esiste solo come maschera e cerimonialità, come costruzione di meccanismi testuali attraverso i quali il soggetto si mette in scena, recita la sua verità: una verità che non è affatto meno vera per il fatto di essere opaca, stratificata e plurale. Forse non esistono verità più vere di così: al contrario, è solo attraverso la maschera dello stile che posso cercare la verità nella poesia e nella scrittura, dal momento che questa verità accade solo nel testo, e non altrove. Questa verità chiama comunque in causa la mia verità, rispetto alla quale l’esigenza di autenticità appare al tempo stesso come necessaria e impossibile, utile ma fatalmente ingenua: la scuola del sospetto docet, implacabilmente. (…)”



L’autenticità in poesia, tra profilo e artificio
di Alberto Casadei


“(…) Come tutte le opere creative, pure la poesia è un artificio, che può essersi evoluto a partire da una base rituale, ha mantenuto a lungo componenti sacrali e ha comunque richiesto sforzi sempre più intensi per allargare le modalità di impiego non referenziale del linguaggio. Ciò implica, nelle varie epoche, la nascita di miti della poesia, che può essere portata, dalla sua dimensione di techne, sino a quella del sublime e, quasi inevitabilmente, dell’oscurità. Ora, i nuovi artifici poetici che vogliano rivelarsi autentici non possono più certo aspirare a una ri-mitologizzazione, come quella esperita soprattutto fra Romanticismo e Simbolismo, ma possono unire la capacità di elaborazione di qualunque materiale verbale una stilizzazione che sia pure inclusione delle immagini, delle voci, delle musicalità, e ora forse soprattutto delle nuove forme di condensazione aforistica. La scommessa è quella di essere autentici non nell’esibizione di un io che si autoraffigura, come nei ritratti in versi tra Sette e Ottocento, bensì di un individuo interpretante, che si coglie in maniera multiprospettica, sapendo di essere anche voce, immagini, pensieri sull’estraneo, così come possono essere fagocitati dagli strumenti di condivisione in internet. Se quelle singole immagini sono inautentiche perché condizionate dalla necessità dell’apparire con il proprio profilo, la loro somma individuale, e la somma delle somme di tutti gli individui può aspirare a una gnoseologia dell’autenticità, valida non solo in questo tempo. (…)”



Autenticità, poesia e parole d’altri: da Baudelaire a Bachmann, passando per Montale
di Massimo Natale


“(…) Come far reagire la storia del soggetto lirico con il nodo dell’autenticità? La prima, più spontanea attitudine potrebbe essere quella di far combaciare lirica e autenticità, appunto: se ‘autentico’ equivale, come si è visto, a ciò che ha in sé la propria norma, il proprio impulso a esistere – auto-nomo, centrato sul sé – allora la storia della lirica moderna è quasi per intero la storia di questa auto-fondazione, di questa potente inflazione della coscienza soggettiva. È una prospettiva su cui la teoria letteraria e, più in generale, i lettori di poesia hanno riflettuto a lungo, non senza ottime pezze d’appoggio, soprattutto da parte dei più disponibili, fra gli alfieri della poesia moderna, a riflettere sulla propria stessa pratica di scrittura (un solo riscontro, fra i molti possibili, viene da Gottfried Benn, dalla sua idea di poesia come arte indubitabilmente «monologica», basata sul progressivo «rafforzarsi del sentimento di autonomia del soggetto individuale»). Tuttavia, in queste righe, mi interessa puntare l’attenzione su ciò che rema in senso contrario – o almeno così mi pare – al dominio indiscriminato della soggettività in lirica. Fisserei almeno un paio di punti: in primis, la presenza quasi ossessiva e centralissima di un’altra persona, del Tu, che dovrebbe portare a problematizzare almeno un poco l’idea di poesia come “arte monologica”, con il Benn appena citato. E anche a valorizzare, più di quanto si tenda a fare, la dimensione allocutiva della stessa lirica, il fatto che chi parla si rivolge pur sempre a “qualcuno”, e sia pure quel “qualcuno” una casella vuota, o immaginaria: «il tu / falsovero dei poeti», direbbe Vittorio Sereni. (…)”



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