Poeti russi | Poesia russa 1990-2023

a cura di

Giovanna Frene

11–16 minuti

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Pubblichiamo cinque poeti tratti dall’antologia Poesia russa 1990-2023 (Molesini Editore Venezia 2026), a cura di  Elena Pachomova e Daniela Rizzi, traduzioni di Alessandro Farsetti, Francesca Lazzarin, Benedetta Lazzaro, Martina Morabito e Daniela Rizzi.

Nella foto: Maksim Amelin (dal web).



Spostamenti #213

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



“I poeti qui antologizzati appartengono al novero dei più giovani tra coloro che sono passati per la scena del club “I classici del XXI secolo” e riflettono la varietà delle tendenze lì presentate. Dal punto di vista cronologico, fanno parte della generazione che aveva un’età compresa tra l’adolescenza e la prima fase adulta quando in Russia fece irruzione in anticipo il XXI secolo, “quello vero, non da calendario”, come potremmo dire usando parole di Anna Achmatova. La cultura improvvisamente accelerò insieme alla storia, archiviando i precedenti codici artistico-letterari e proponendone di nuovi, estremamente vari. In un unico cronotopo convivevano sia le tendenze della letteratura non ufficiale tardo sovietica, sia le varie forme del loro superamento, che è poi l’ampio (e per certi versi caotico) spazio letterario nel quale si collocano i protagonisti della nostra raccolta. Sicché, per fare un accenno alle poetiche, è forse più facile trovare loro un denominatore comune tentandone un’approssimativa definizione in negativo: non è lo spazio poetico del concettualismo, né del metarealismo, né dei vari “post-ismi” modernisti. Con il primo, questi poeti non hanno in comune il gusto dell’assurdo e il bisogno di instaurare un dialogo polemico-ironico con la realtà sovietica; del secondo, non condividono l’utopismo estetico, la pretesa di creare attraverso la metafora una nuova realtà; dal modernismo di inizio Novecento, che in Russia è pur sempre all’origine di tutto lo sviluppo poetico successivo, non mutuano però i procedimenti e i fini. Per meglio dire, essi mostrano consapevolezza di tutte queste esperienze, che appartengono al loro orizzonte culturale, ma non si identificano con esse, e in definitiva hanno ciascuno una postura poetica personale. Ne troviamo qui un ventaglio: dal tradizionalismo antiavanguardista di Maksim Amelin e Gleb Šul’pjakov, all’intonazione religiosa di Sergej Kruglov, dal passatismo lirico di Denis Novikov all’orientalismo misto a una certa inflessione tribunizia di Sandžar Janyšev, dal raffinato intellettualismo di Aleksandr

Skidan all’intonazione antipoetica e ironica della poesia “al femminile” di Vera Pavlova, dal lessico poetico apparentemente dimesso di Aleksej D’jačkov all’eccentricità engagée di Alina Vituchnovskaja, e così via.

È dunque un sistema poetico frammentato quello in cui questi autori si sono affacciati al lavoro letterario, e addirittura polverizzato è quello nel quale continuano a operare. Il tempo mostrerà se l’epoca della legittimità di ogni poetica avesse in sé anche i germi del declino della poesia stessa, e se avesse ragione qualche critico a parlare già negli anni Dieci di “fase di remissione”, vale a dire dell’affievolirsi dei segnali di creatività.

Ma al di là delle contraddizioni, insite in un tempo dalle caratteristiche così estreme, rimane, oltre all’interesse intrinseco dei versi che qui presentiamo, il significato di un’esperienza intensa e corale che conferma la presenza nella storia della cultura letteraria russa di una costante: un’idea della poesia – lo diciamo di nuovo con parole di Anna Achmatova – come “sacro mestiere / [che] esiste da migliaia di anni / e illumina il mondo anche quando una luce non c’è”.” (dalla prefazione di Daniela Rizzi)



Maksim Amelin


Maksim Amelin, poeta, saggista e traduttore, è nato a Kursk nel 1970, ma vive a Mosca fin dagli anni universitari. Ha lavorato nell’editoria, collaborato con tutte le più importanti riviste letterarie e partecipato a varie giurie di premi letterari, ricevendone anche numerosi altri e divenendo una delle figure più in vista nel panorama della letteratura russa contemporanea. Molta importanza nella produzione di Amelin ha il suo lavoro di studioso ed editore di poeti russi del XVIII secolo e di traduttore di autori dell’antichità (Catullo, Pindaro, Omero). Questa vicinanza ai testi del classicismo russo e della classicità antica, assieme a componenti che nella sua prima produzione lo avvicinano all’avanguardia, gli hanno valso l’etichetta di “arcaistainnovatore” (Tat’jana Bek), ripresa anche da altri critici (“La poesia di Maksim Amelin unisce tratti che il senso comune tende a considerare inconciliabili: modernità e arcaismo. Il punto sta nel fatto che moderno è l’arcaismo che l’autore consapevolmente sceglie e porta avanti in maniera coerente”, Vladimir Kozlov). Tra i suoi cinque libri di poesie ricordiamo Dubia (1999), Il cavallo della Gorgone (Kon’ Gorgony, 2003), Il discorso ricurvo (Gnutaja reč’, 2011). In italiano, oltre a poche liriche, è stata pubblicata una raccolta di sue interpretazioni e traduzioni di classici, Libro inverso, a cura di Marilena Rea, Roma 2024.


*


Мне тридцать лет, а кажется, что триста, —

испытанного за десятерых

не выразит отчетливо, речисто

и ловко мой шероховатый стих.


Косноязычен и тяжеловесен,

ветвями свет, корнями роя тьму, —

для разудалых не хватает песен

то ясности, то плавности ему.


На части я враждебные расколот, —

нет выбора, где обе хороши:

рассудка ли мертвящий душу холод,

рассудок ли мертвящий жар души?


Единство полуптицы — полузмея,

то снизу вверх мечусь, то сверху вниз,

летая плохо, ползать не умея,

не зная, что на воздухе повис.


Меня пригрела мачеха-столица,

а в Курске, точно в дантовском раю,

знакомые еще встречая лица,

я никого уже не узнаю.


*


Ho trent’anni, ma sembrano trecento,

ho vissuto dieci vite, e nessun verso,

– non il mio, ineguale, goffo, lento –

potrà narrarne a dovere il corso.


È un verso faticoso e claudicante,

gli mancano chiarezza e fluidità

per intonare ardimentosi canti:

cerca la luce e scava nell’oscurità.


La gelida ragione uccide l’anima,

l’anima ardente annienta la ragione:

diviso, lacerato nel mio intimo

le riconosco entrambe come buone.


Per metà aquila e per metà serpente,

ora proteso in alto, ora riverso a terra

di volare o strisciare non mi sento:

sospese in aria le due parti in guerra.


Mosca matrigna m’ha accolto e riscaldato,

nella mia Kursk, paradiso dantesco,

incontro adesso volti un tempo noti,

ma neanche uno più ne riconosco.



Vera Pavlova


Vera Pavlova (Mosca, 1963), laureata in Storia della musica all’Accademia musicale Gnesin, ha iniziato a scrivere poesie nel 1983, in occasione della nascita della sua prima figlia. Da quel momento ha pubblicato ventuno raccolte poetiche, tra cui spiccano quella d’esordio, Animale celeste (Nebesnoe životnoe, 1997); Il quarto sogno (Četvertyj son, 2000), che le ha valso il prestigioso Premio Apollon Grigor’ev; La donna. Manuale d’uso (Ženščina. Rukovodstvo po ėkspluatacii, 2011), un’opera che raccoglie immagini del corpo femminile nella storia dell’arte, descritte poeticamente dai versi di Pavlova; Libretto (Libretto, 2012), originale silloge di versi, disegni e testi sperimentali in prosa; Linea di contatto (Linija soprikosnovenija, 2023), una riflessione poetica

sulla guerra in Ucraina. Le sue opere sono state tradotte in più di venticinque lingue. Oltre alla sua attività poetica, Pavlova ha scritto libretti per opere liriche e testi per cantate, collaborando con compositori di rilievo. La sua produzione si contraddistingue per la spiccata musicalità del verso e per la concisione delle forme, in cui i dettagli quotidiani si trasformano in simboli onirici e di memoria. I temi principali che la poetessa esplora sono l’amore, la maternità, il desiderio femminile e il legame intrinseco tra poesia e musica.


*


Дом — это место для слушанья голоса ветра,

для рассуждений о криках под окнами в полночь,

для размещенья и перемещения книжек,

чашек, подушек, квитанций на чистку одежды.

Дом — это мир существительных, осуществлений,

мир до-мажора арпеджио под абажуром

и поцелуев, которые будят ребенка,

и разговоров о лучшем, несбыточном доме.


*


La casa è per ascoltare la voce del vento,

per ragionar di urla notturne sotto la finestra,

per sistemare e poi spostare libri,

tazze, cuscini, ricevute di lavanderia.

La casa è mondo di nomi e avveramenti,

mondo di arpeggio in do maggiore sotto l’abat-jour

e baci che svegliano il bambino

mentre parliamo di una casa migliore, un’illusione.



Sandžar Janyšev


Sandžar Janyšev è nato nel 1972 a Taškent, in Uzbekistan, dove è vissuto fino a poco più di vent’anni. Poeta di lingua (madre) russa e traduttore dall’uzbeko, dopo gli anni universitari si è trasferito a Mosca, dove vive tuttora, mantenendo stretti legami con i circoli culturali della capitale uzbeka. La sua produzione (poesia, sia in metro sia in verso libero, e prosa lirica) da un lato è contraddistinta dalla presenza di elementi dell’immaginario e del lessico poetico appartenenti alla cultura della sua terra d’origine, dall’altro si rifà in maniera molto personale alla tradizione poetica russa del Novecento. Su di lui è stato scritto: “Sandžar Janyšev riunisce in sé la cultura linguistica e spirituale dell’Oriente e dell’Occidente. Per lui il processo della creazione letteraria è un atto misterico, in cui i minimi dettagli rivestono la massima importanza” (Sergej Alichanov). Tra i fondatori della “Scuola poetica di Taškent”, ha collaborato con le principali riviste letterarie russe e, a partire dal 2000, ha pubblicato sei libri (tra cui Acqueforti di Orfeo [Oforty Orfeja] del 2003, Il giardino regolare [Reguljarnyj sad] del 2005, Poesie [Stichotvorenija] del 2010, Umr. Nuovo libro di appelli [Umr. Novaja kniga obraščenij] del 2017) che gli hanno valso diverse volte il premio per la migliore raccolta poetica dell’anno. Sue composizioni sono state tradotte nelle principali lingue europee e in alcune extraeuropee.


Смерть солдата


Я не тем оглушeн, что погоста,

словно нехристь двурогий, лишeн,

что свечного домашнего господа,

как блудный овен, отлучeн.


И не тем, что, как в детстве из лука,

настреляться я так и не смог,

что не лeг, как отцова наука

учит нас — головой на восток.


А — что вместо просторного гроба

я лишь кожей обернут сырой,

как какой сарацин, и природа

с пятиста меня давит сторон.


Мне другое обещано было:

как-то крестный мой Скарабей

на Покров говорил, что могилой

мне воздастся по вере моей.


Я не больно-то верую в Бога

как радетеля мeртвых. Кабы

всe исчезло — ан вона как бойко

без меня продолжается быть.


Я сквозь ситечко вижу коренья;

крышки нету, всеяден песок…

Так лежу, словно умер. Но время —

как и раньше — летит на Восток.


La morte del soldato


Non mi sconvolge essere insepolto

come un maledetto infedele,

in esilio dal dio dei miei padri,

montone staccato dal suo gregge.


E nemmeno, come da bambino con l’arco,

non aver messo a segno tutti i miei colpi,

o non esser caduto riverso, come vuole

la sapienza dei padri, con la testa a oriente.


È che invece di una tomba spaziosa

mi avvolge umida solo la pelle,

come un saraceno qualunque, e la natura

da mille parti mi assedia.


Altro mi era stato promesso:

il mio padrino – detto Scarabeo –

per la festa del Velo diceva:

avrai sepoltura pari alla tua fede.


Non credo granché in un Dio

protettore dei morti. Se

ogni cosa scomparisse… ma tutto

continua alla grande anche senza di me.


Vedo le radici attraverso un intrico di fibre;

nessun riparo, e vorace è la sabbia…

Disteso, come un morto. Ma il tempo,

anche adesso, vola verso l’Oriente.



Alina Vituchnovskaja


Alina Vituchnovskaja, nata a Mosca nel 1973, è un’attivista politica, giornalista e saggista, autrice di venti volumi di prosa e poesia; è inoltre membro dell’Unione degli scrittori di Mosca e dell’associazione PEN International. Ha debuttato nel 1993 e nel 1996 ha usufruito di una borsa della fondazione tedesca “Alfred Toepfer”; nel 2010 è stata insignita del Premio Nonkonformizm “per il coraggio e la fermezza nell’espressione delle proprie idee”. Alle elezioni del 2018 si è candidata alla presidenza della Federazione russa con un programma liberale. Ha pubblicato per note testate russe e straniere come “Schreibheft”, “Index on Censorship”, “Smena”, “Arion”, “Novyj mir”, “Oktjabr’”, “Novoe vremja”, “Die Zeit”, “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, “Neue Zürcher Zeitung” e altre. I suoi versi sono stati tradotti in tedesco, francese, inglese, svedese, finlandese e italiano (nell’antologia La

nuovissima poesia russa, 2005). Valerija Novodvorskaja ha illustrato così la poetica di Alina Vituchnovskaja: “È un’autrice assolutamente libera e assolutamente sincera. Non conosce la paura mentre gli altri vivono nella paura. Ha fatto ciò che Baudelaire non era riuscito a fare, perché una volta scritti I fiori del male Baudelaire li aveva spruzzati di profumo e abbelliti. E la bellezza non spaventa, perché è un’illusione. Vituchnovskaja invece mostra i fiori e i frutti del male, dell’Essere e del Non-Essere. Senza il velo di Maya, senza alcun inganno accecante. Dostoevskij si era mosso in una direzione simile, ma poi aveva ceduto alla menzogna: Myškin, Aleša Karamazov, la morale, il Cristianesimo. Tra i prosatori, un alter ego di Vituchnovskaja è Kafka. In poesia, invece, non vi è niente di analogo”.


Щелкунчик Ницше


Когда голов орешки грецкие

Скучающий Щелкунчик выберет,

То Смерть придет, как сказка детская,

Придет она, Богиня Гибели.


Грядут кровавые репрессии

Во вновь отстроенных Бастилиях.

Голубоглазым скучно бестиям,

Они тоскуют по насилию.


И арестанты ждут пристанища,

Чтоб вместе бредить Революцией.

А на допросах их товарищи

Безлицым хохотом смеются.


К глухим богам взывают нищие

И глупо молятся убогие.

И Истина ясна как Ницше.

И гнилостны останки бога.


Nietzsche lo Schiaccianoci


Quando, annoiato, lo Schiaccianoci

avrà scelto le teste da fracassare

verrà la Morte, fiaba per fanciulli,

verr lei, la Dea della Fine.


Repressioni nel sangue ci attendono

in Bastiglie appena edificate.

Si struggono pensando alla violenza

quei bastardi dagli occhi glauchi.


I reclusi attendono un rifugio

per vaneggiare assieme di Rivoluzione.

Ma i loro compagni, agli interrogatori

scoppiano in sghignazzi senza volto.


Invocano dèi insensibili i miseri

e stolti pregano i derelitti.

E la Verità è chiara come Nietzsche.

E i resti di dio imputridiscono.



Aleksandr Skidan


Aleksandr Skidan è nato nel 1965 a Leningrado. Rappresentante dell’underground tardo sovietico, Skidan ha scritto poesie fin da giovane, lavorando al contempo come operatore delle caldaie di condominio anche dopo la caduta dell’URSS e adottando per molto tempo uno stile di vita da intellettuale appartato, ai margini della società. È autore di otto raccolte poetiche, tra cui Nella rilettura (V povtornom čtenii, 1998), Spostamento verso il rosso (Krasnoe smeščenie, 2005, vincitore del Premio Andrej Belyj nel 2006), Contaminazione (Kontaminacija, 2020). Le sue poesie sono state tradotte in varie lingue straniere; in italiano sono state pubblicate in antologie di poesia russa contemporanea e nella silloge La poesia è secondaria (2022). L’opera di Skidan è caratterizzata da un dettato sperimentale che spicca per metaforismo e complessità, in bilico tra una scrittura automatica di tipo surrealista e la piena consapevolezza delle scelte espressive; le poesie rimandano sovente a un mondo postmoderno e antipoetico, vissuto con distacco, fatto di violenza e perdita del senso comune. Secondo il critico Sergej Finogin, “nelle poesie di Skidan il soggetto è presente nella modalità dell’assenza, ma non si tratta di una poetica priva di soggetto, bensì di una poetica in cui si rivela il meccanismo stesso di eliminazione del soggetto; ciò conferisce alle sue poesie un senso ideologico, ossia un atteggiamento militante contro il mainstream, che prescriverebbe al soggetto di porre il proprio ‘io’ psicologico al centro dell’attenzione”. Oltre che poeta, è anche prosatore, saggista e traduttore di poesia americana contemporanea e di testi filosofici (tra l’altro, ha tradotto Slavoj Žižek e Toni Negri).


*


где выставка цветет как Климт

танцующего тирса

не оторвать от той ложбинки уст

что женщину каленую клеймит

когда одна и обнаженней торса


и нижет нижет нежный зуд

мать соблазняющая к смерти

как сходят медленно с животного ума

в окна распахнутый живот

так по ступеням в тридевятом марте —

о чем еще она поет? —


“и ты сердешный в сердце тьмы

египетской изустной

в залоге сострадательном ходьбы

подставишь мозг ширококостный

под перочинный ножичек холста

раскрашенный как девочки уста”


*


dove la mostra è in fiore come Klimt

il tirso danzante

è inseparabile dalla fessura delle labbra

che marchia la donna temprata

quando è sola e più nuda di un torso


e la madre seduttrice e mortifera

infila le perle della dolce frenesia

come lenta deraglia la mente ferina

nel ventre spalancato della finestra

così si scendono i gradini in un marzo lontano:

quale canzone lei canta ancora?


“e tu mio caro nel cuore di una egizia

tenebra verbale

come pegno pietoso del tuo andare

offrirai il tuo cervello ossuto

al coltello a scatto di una tela

pitturata come labbra di bambina”



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