Gbenga Adesina | La morte non finisce nel mare

a cura di

Giovanna Frene

7–10 minuti

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Pubblichiamo alcuni testi dalla prima raccolta poetica di Gbenga Adesina, La morte non finisce nel mare (Transeuropa 2026), traduzione dall’inglese di Stella Sacchini e Federico Biolchi, con una nota introduttiva di Andrea Sirotti.

La foto del poeta è stata fornita dai curatori del libro.



Spostamenti #214

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



“Enea è nigeriano, e porta suo padre Anchise sulle spalle mentre fugge dalla morte e cerca salvezza e futuro oltre il mare. I Carried My Father Across the Sea, poesia che apre la raccolta del poeta nigeriano Gbenga Adesina, comincia con un chiaro rimando all’immagine virgiliana della fuga da Troia dell’eroe fondatore di Roma. A nutrire i suoi versi, come racconta lo stesso Adesina in un’intervista apparsa sulle pagine del «Guardian Nigeria» nell’ottobre del 2022, sono le storie che vede attorno a sé: «Sono prima un essere umano, e poi un poeta, ok? La mia poesia è un’estensione della mia umanità. […] Mettere la propria arte al servizio dell’uomo significa accogliere l’uomo con il suo carico di vita vissuta, essere quindi umani nel senso più profondo del termine, e dunque vulnerabili, sentirsi parte di una sequenza di destini connessi tra loro. Non distogliere lo sguardo, rifiutarsi di dimenticare; dare voce a chi non ha voce». Ed è quello che Adesina fa nei versi di questo poemetto: parte dalla sua esperienza personale per narrare la storia di ogni uomo che migra. Il mito dell’origine, della terra nativa, della casa come luogo di appartenenza sono centrali nella sua opera. I miti sono antichi come l’uomo. Ma non nelle asfittiche e ristrette rappresentazioni che siamo soliti associare, con una certa mancanza di fantasia, agli immigrati in seguito alle narrazioni che ci vengono dalla stampa e dai media. Adesina è interessato agli aspetti più intimi, ai dolori, ai desideri più reconditi e alle famiglie che, per un puro caso geografico e storico, si sono trovate a dover lasciare il proprio paese come migranti. Prima di tutto, gli esseri umani.” (dalla nota introduttiva di Andrea Sirotti)



Paradise


Girls walk by the side of the road, a cluster of bright

patterns.

—Teju Cole


Chibok, North of Nigeria


North of the country, a road led to the desert.

Dust was the first sentence. The Sahara

was a white darkness in the distance,

and beyond it the glint of a great lake.

We drove past fields of ginger and wild purple onions.

There was a public garden and a ring of white egrets

around still water.

At a farm, we met farmers who knew the stiff silk

and red heart muscle of watermelons.

They hold the fruits close to their ears and listen

to measure their own decay.

At an animal sanctuary, we met a donkey named Happiness.

She had rheumy black eyes and a silvery blaze on her forehead.

We drove past a little town that was named in a language

that was disappearing. We arrived at the city called Paradise.

Its gate and city walls were burnt in the last

century and rebuilt only in a dream. Praise the emptiness.

We were offered water from wells dug by men of the desert tribe.

The wells, we were told, are older than the country.

The desert was once a lake.

Sorrow has such beautiful wings.

Women in black sarongs gathered around the wells.

The lake was in their voices, it rose and fell as they sang.

In a dream, their children vanished.

When they woke, the children remain vanished.

The girls, in a near forest, I imagine, huddle together,

as in the nightmare of children, afraid of the dark.

In the far distance, valleys of sorghum, minarets, and the sepulchers of kings.

Pray for mercy. Here, the desert will eat your child.



Paradiso


Ragazze che camminano al bordo della strada, un grappolo

di fantasie vivaci.

—Teju Cole


Chibok, Nigeria del nord


Nel nord del paese, una strada si addentrava nel deserto.

La polvere era la prima condanna. Il Sahara

era una bianca tenebra in lontananza,

dietro la quale il lago scintillava grandioso.

Oltrepassammo campi di zenzero e cipolle rosse selvatiche.

C’era un parco pubblico con un cerchio di egrette candide

attorno all’acqua immota.

In una fattoria, incontrammo dei contadini che conoscevano la seta rigida

e il rosso miocardio delle angurie.

Tengono i frutti vicino alle orecchie e restano in ascolto

per misurare il loro stesso declino.

In un rifugio per animali, incontrammo un’asina di nome Felicia.

Aveva neri occhi lucidi e uno sbaffo argenteo sulla fronte.

Oltrepassammo una cittadina il cui nome apparteneva a una lingua

quasi scomparsa. Arrivammo nella città chiamata Paradiso.

Le porte e le mura erano andate a fuoco nel secolo

precedente ed erano state ricostruite solo in sogno. Sia lode al vuoto.

Ci offrirono acqua dei pozzi scavati dagli uomini della tribù del deserto.

I pozzi, ci raccontarono, sono più vecchi del paese.

Il deserto, un tempo, era un lago.

Le ali del dolore sono tanto splendide.

Attorno ai pozzi si radunarono donne in sarong neri.

Il lago era nelle loro voci, si alzava e si abbassava al loro canto.

Le loro figlie svanirono in un sogno.

Al risveglio, non erano tornate.

Immagino le ragazze in una foresta vicina, strette l’una all’altra

per la paura del buio, come in un incubo fanciullesco.

All’orizzonte, vallate di sorgo, minareti e i sepolcri dei re.

Implorate pietà. Qui, il deserto si ciberà di vostra figlia.



Elegy of hands


It is that my hands

are also my father’s hands,


and where the lines meet on the palm

both of us have met


and sat, each with his own silence

not speaking.


It is not that we are fighting

It is the shape of love we have come to.


He keeping to his script of being dead

and I, doing the pose of the living in retaliation.


It is the shape of love we have come to.

On my way to the train this morning,


I cut through a small field of elms

and birches and thought I saw from afar


a white cluster, a crown of egrets

that had landed on the ground.


But really it was a cemetery.

It was as though the gravestones were holding hands.


It was the kind of thing that would have made him laugh:

gravestones holding hands.


I say this to him as

he sits beside me


And yes, he laughs.

He reaches out his hands toward me.


I pretend to not see the hands

I keep to the pose of the living.



Elegia di mani


Il fatto è che le mie mani

sono anche le mani di mio padre,


e nel punto in cui le linee s’incontrano sul palmo

noi due ci siamo incontrati


e seduti, ciascuno nel suo silenzio

senza parlare.


Non è che litighiamo,

è la forma dell’amore a cui siamo approdati.


Lui, che si attiene al suo copione restando morto,

e io, che per ripicca assumo le pose dei vivi.


È la forma dell’amore a cui siamo approdati.

Mentre andavo al treno, stamattina,


ho tagliato per un campicello di olmi

e betulle e da lontano m’è parso di vedere


un grappolo bianco, un diadema di egrette

che si era posato a terra.


Ma in realtà era un cimitero.

Le lapidi sembravano tenersi per mano.


Era il genere di cosa che l’avrebbe fatto ridere:

delle lapidi che si tengono per mano.


Glielo dico mentre

siede di fianco a me


e sì, ride davvero.

Tende le mani verso di me.


Io fingo di non vedere le mani

Mi attengo alle pose dei vivi.



The lovers of Modena


Your hands in the small

place of my bones,


shore of skin

slow furl.


Lord, such delicious

ruin.


Love’s vast colony of hunger.

The map lines crackle, they run


in my maple wood veins.

I would that you know


what is hidden is what is broken

is what is holy.


The mouth, remember,

is red clay.


Time,

rock, weathering


rock, lie here with me

in the dark.


We are the histories

of dust.


I speak to you from my flesh to your flesh:

My loss is a loss with doors.


It opens.



Gli amanti di Modena


Le tue mani nei brevi

interstizi delle mie ossa,


lembo di pelle

un lento ritirarsi.


Signore, che rovina

deliziosa.


L’amore è una vasta colonia di fame.

Le linee della mappa crepitano, corrono


nelle mie vene di legno d’acero.

Vorrei che sapessi


che ciò che è nascosto è ciò che è rotto

è ciò che è sacro.


La bocca, ricorda,

è argilla rossa.


Il tempo,

la roccia, la roccia


che si consuma, sono qui con me

nel buio.


Noi siamo le storie

della polvere.


Ti parlo dalla mia carne alla tua carne:

la mia perdita è una perdita di porte.


Si apre.



___

BIO


Gbenga Adesina (1989) è nato ad Akure, in Nigeria, e attualmente vive e lavora negli Stati Uniti. È stato il primo poeta nigeriano – nonché il primo africano in assoluto – a vincere, nel 2016, il Brunel International Poetry Prize. Nello stesso anno, la sua poesia How to Paint a Girl è stata scelta per la pubblicazione sul «New York Times». Nel 2020 ha vinto il Narrative Prize con la sua poesia Across the Sea: a sequence. Suoi contributi sono apparsi sulle pagine di «Yale Review», «Harvard Review», «Narrative», «Academy of American Poetry’s Poem-a-Day» e «Prairie Schooner». Di recente ha inaugurato, in qualità di Mellon Foundation Fellow, il corso in “Global Black and Diaspora Poetry at the Furious Flower Poetry” alla James Madison University. La morte non finisce nel mare è la sua prima raccolta poetica. Uscita in America a settembre 2025, è nella long-list del National Book Awards 2025 for Poetry e nella short-list del Griffin Poetry Prize 2026, e ha vinto l’Anisfield-Wolf Book Award 2026.



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