Valeria Rossella | Oltre il buio e il tremore

a cura di

Giovanna Frene

2–4 minuti

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Valeria Rossella è tornata da poco in libreria con il suo nuovo libro di poesia, Oltre il buio e il tremore (Marco Saya Edizioni 2026), collana ‘Di soglia in soglia’ diretta da Antonio Bux.



Spostamenti #215

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



Luci mummificate


Luci mummificate, perdonatemi.

Poiché nella corsia del gelo faccio fatica a riconoscervi

ammiccanti sotto la plafoniera del supermercato,

diafana scia raccolta da una donna

che passa col carrello, oscillante polena

di un Vascello Fantasma.

E compero provviste che non vi serviranno per il viaggio

sotto stelle non tolemaiche, un viaggio

verso le creste di ghiaccio, verso il nulla, buia Antartide,

un frullo di ali nel buio, un vento tra il sartiame delle tende

Aldo che volevi sapere il mio nome, Dariusz

che nella tua lingua frusciante ancora mormori

Come ti sta bene il rossetto rosso,

fra lo specchio e il nulla.



Stelle senza nome


Il netturbino svuota i cassonetti e io penso
a tutte quelle cose avvolte
in un involucro deperibile, le anime
per esempio


Noi siamo fatti di tutto quello che è sparito
e giace, ammasso di stelle senza nome,
in un disordine illuminato
(chi saprà mai se tutto questo strazio
lo governa una sconosciuta armonia)


Col raffio ora agganciaci, su, portaci via,
divinità invisibile,
mentre passiamo piroettando nella polvere volubile,
eterna jeunesse dorée qui va mourir,
sventate ballerine
oltre il buio e il tremore, oltre questa nube di spine,
oltre il fragore del tempo, oltre l’amore



Living or dying


Allora usciva dalla chioma dei platani
dei cedri e degli aceri un lamento
una Babele emorragica di voci che ronzava
minacciando o implorando, lasciaci passare,
in russo polacco francese fiammingo
sassone occitano greco bizantino
Ascoltaci – dicevano – uscire dalle mura di Bisanzio
dalla Conciergerie dalla Kolyma
dalla Garonna e dal ponte sulla Drina
dalle Fiandre dalla brughiera dalla Nivà congelata, dalle aule
di anatomia, dal vecchio mattatoio e dalle fogne
di Varsavia nel quarantaquattro,
dai cieli orientali luminosi come bombe al fosforo
dalla democrazia della polvere
ora e dall’ora della nostra morte ti imploriamo
(mai disperdendosi ma sempre
sollevandosi e ricadendo senza sosta)
lasciaci, cicatrizzati infine, estuare
pioggia di tacche emorragiche sui divani
dei vostri placidi salotti

– spazi living or dying –
fra la dracena il tv al plasma e la morte.



E tutto scorre


e tutto sfugge, tutto è già passato mentre scorre
al finestrino secondo la prospettiva precoce dell’addio,
alberi case e nuvole in perpetua metamorfosi
sulla pianura padana, sul varcato Ticino,
tutto non ancora raggiunto
eppure già perduto per me,
che do le spalle al futuro mentre viaggio
Ah Milano non posso
dormire nelle tue spire, prenderò
il treno delle ventuno e zero due per ritornare
a casa, e dalle palpebre
socchiuse del giorno mi canzonerà
la luce grigio ardesia delle iridi
tue, amore mio càtaro di un’ora



Chopin a Solange Clésinger,

Johnston Castle, 9 settembre 1848


ho visto sorgere improvvisamente dalla cassa aperta del mio pianoforte le creature maledette che mi erano apparse alla Certosa


questa è l’energia oscura dunque, pervasiva
e invisibile,
le sue interferenze, i messaggi urgenti, le teste pallide
dei cavalli dell’Apocalisse, le protesi intrusive, la notte di nozze
con l’oscuro
che sferrerà il colpo di grazia


ho dovuto uscire un momento per riprendermi, dopo di che ho ricominciato senza dire nulla


(e questa energia con grande pena tu l’hai presa in mano
hai reso leggibile il suo disordine, e gli hai dato pace)



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