Giovanna Cristina Vivinetto | Ogni corpo ritorna

a cura di

Giovanna Frene

3–5 minuti

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NOVITA’ EDITORIALE. E’ uscito ieri, 29 settembre 2026, il nuovo libro di Giovanna Cristina Vivinetto, Ogni corpo ritorna (Crocetti 2026), con il quale la poetessa chiude idealmente il trittico della sua opera giovanile. Siamo particolarmente orgogliosi che Giovanna Cristina abbia concesso l’anteprima a “Inverso” e la ringraziamo caldamente. Quello che la poetessa ha portato alla poesia italiana è ricco e ormai irreversibile, e nessuna intolleranza sarà in grado di cancellarlo. Questa è la funzione dell’arte. Salvare.



Spostamenti #221

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



*


Comincia adesso a perlustrare
questa solitudine ricurva come una schiena,
l’osso più appuntito della mente.


Da una fitta nebbia tornarono i nostri corpi,
capimmo che ci riconobbero dal modo
in cui arrossirono. Piccole mezzelune violastre
affollavano la pelle del petto, le guance.
Si chinarono. La carne sommitale
si squarciò in mezzo per permetterci di entrare.


All’inizio della vita come all’inizio dell’amore
c’è un gesto definitivo di separazione,
un movimento brutale. Qualcosa
comincia ad amputarsi e non si vede.


E solo a noi è dato credere
di essere liberi di ignorare questo dolore.



*


Dice corpo e il corpo di prima
accorre da una quiete di boscaglia,
da un’alta luce assiepata nella stanza.
Da bambina credeva nella durata,
in ciò che è destinato a consumarsi.


Dice corpo e adesso il corpo deve
indietreggiare fino a quella striscia di tregua
della mente dove nessun’idea di corpo
esiste ma esiste l’intenzione di esserci,
la voce di sua madre dentro il telefono
quando senza attese, parlando di poco,
parlando di niente, un giorno le ha detto
ricordi quando eri bambina, quando eri piccola?
ma in nessun punto perlustrato
della sua infanzia lei è stata una bambina
e la voce nel telefono ricuciva le ferite, gli sbalzi,
le restituiva ora un preciso immaginario.


Non c’è difesa in questo corpo, in questo
spazio tormentato che attraversiamo
dove le mani si raccolgono a scudo.
Eppure c’è un modo nel linguaggio
in cui talvolta ci sentiamo meno soli,
una postura nella lingua, uno schermo
con cui diciamo: vola alta paura, vola
lontano da noi, fa’ che questo dolore
si alzi con il vento e finalmente abbia un senso
.



*


Non avevo che qualche ossuto strumento
per parlare. Stare insieme agli oggetti,
farne cunicoli, canali di scolo dove
scorrere, diluirmi o restare in silenzio dilatandomi
dentro l’acqua. Potevo chiamarli
oppure allontanarli ma non potevo uscire da me.


Per guardare c’erano cose minuscole
che non gridano vendetta. Piume, spille,
fogli dove talvolta si screziava un verbo.
Mi vedevano per come ero, vera
e imprendibile, veloce come margini di bufera.
Eppure come ero, non lo ricordo più.


Attraversare le stanze, ripercorrerle
avanti e indietro, piegarsi sul pavimento.
Nel movimento la polvere si stacca dagli oggetti,
si innalza verso un punto di pace tra la finestra
e il buio. C’è stata una tristezza qui, è vero,
e ora sai soltanto la sua distanza, la nebbia
che si è posata su ogni cosa vista, toccata.


Anche oggi abbiamo avuto corpi mortali,
corpi difettosi ma alti, pieni di luce e di vento.



*


Si era allontanata da un greto dove i rami
affollandosi graffiavano la lastra del pensiero.
Tutto era soffocato da quella distanza.
Più in alto, in un punto cavo del paesaggio,
un merlo piegava le ali grigio-gelo
del mattino come se ci fosse ancora tempo
e il tempo fosse una ciotola da svuotare.


È un peccato – disse – che loro non le vedranno,
tutte queste cose non avranno sbocco.
E la voce subito si confuse con il nitore
del terreno battuto dalla sua paura.
Poi aggiunse: non resistere se non puoi dimenticare.
E anche se era ormai lontana, lei sentì.


Cosa fare dello sconforto che ci insegue?
Il vento spella via la notte dai platani.


Non è molto ma guarda adesso
come si asciugano i tuoi spettri
all’aria, come tintinnano
finalmente carichi di sole.



Confini


Il dolore di stare insieme agli altri ci spinge verso forme ordinarie di solitudine. Tentativi quotidiani di protezione. Ci sentiamo assediati, non possiamo farci niente, e anche l’amore, la gioia della mattina può trasformarsi presto in un’opera di resistenza. Non resistere ma galleggia, dice la voce, lascia che ci sia spazio anche per la tristezza. E quello che vorrei invece è tracciare linee, seguire alberature, sapere che esistano ancora luoghi che non possono essere espugnati. La perdita, la mancanza ci premono verso una gravità anomala che non conosce nomi. Come se avessimo inghiottito un buco nero. Possiamo uscirne indenni? Possiamo ancora essere noi stessi? Non smettere di desiderare. Non dimenticare che i confini della tua vita si spostano, sono più grandi, sono più in là. Si muovono insieme a te.





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