Teresa Murgida | La vertigine dell’ombra

a cura di Mattia Tarantino
da La vertigine dell’ombra (Ensemble, 2021)


La farina e la voce
Tentativi per una trama

La madre, i morti, il paese: sembrano, questi versi, indicare il mistero che li agita. Da qualche anno ai poeti viene chiesta una parola chiara, minima, onesta. La poesia, però, è una pratica dell’oscurità. Come gli indovinelli e le lingue dei bambini (1), la parola poetica appare frangendo e sparpagliando i suoi elementi. Non scopre: piuttosto apre (2) – e apre per velare, e velare nuovamente: rivelare. Rivelare le cose da niente, quelle inafferrabili al fondo e al termine del linguaggio (3), quelle già rovesciate e scucite nella trama del suono, instaurate nella parola che formano e le forma. È un gioco di soglie: di quel che resta tra l’al-di-là e l’al-di-qua della parola e delle cose. Il senso, sempre ritaglio (4), sagoma questa frattura che si dà tra i due mondi, i due lati, i due ordini (5). Proprio lì, nell’insidia della soglia (6), sta la voce del poeta. Voce che maschera, nasconde, occulta e dice, quindi, sempre il vero. Perché, nella soglia, il poeta oscilla: dice ciò che non è mai, il veramente falso (7), quel che di vero resta delle cose tolte via, ormai, nel nome. Il poeta indossa la maschera del custode – e ne assume la postura. Custode delle cose del mondo, delle trame dell’invisibile, del segno opaco che ci occupa. Custode necessario, sulla maschera posa un velo e poi lo incendia: così che possa, una volta ancora, dire che nasce dagli occhi la parola/ dal modo in cui si posano sul mondo (8). Proporre ai lettori i versi di Teresa Murgida è proporre, allora, di custodire il mondo, perché «Il “mondo” […] è istituzione di parola. Di questa istituzione linguistica del mondo, la poesia (quella dei poeti “necessari”) è la custodia. Custodia della soglia del senso, nella carne del mondo» (9). Ci troviamo, confrontandoci con questi versi, di fronte allo scheletro di una vertigine fissata (10), lacerata e, tuttavia, inchiodata in uno spiffero. Le cose da niente, la punta del lume: sono questi i nervi irriducibili della vertigine dell’ombra. Centro e circonferenza dello stesso cerchio, durata del raggio e alchimia della ruota (11), i versi della Murgida sono la forma che nasce – e che nasce ferendosi – da un salmo imperdonabile che smargina e incede nelle fiabe più nere. La crepa, lo spacco, la morte tra l’ordito e la trama; le iniziali scucite che non durano, ormai, e il sonno, il cielo, la gola: ogni cosa viene meno (12) quando appare. Poesie dei morti e dell’infanzia, poesie di un’immagine che si sfalda, sembra questi versi costituiscano un solo poema di fratture e di crepe, di varchi e di pieghe. Quasi non dicessero che la loro vulnerabilità, la loro offerta, nuda, alle cose del mondo e alle storie dei luoghi: è il volto di un Sud che si specchia sfibrandosi e si sfibra specchiandosi; è essere a Sud di nessun Nord, finalmente orfani dei punti cardinali, non sapere offrire che la farina e la voce. Ormai lontano il ferro dei balocchi (13) ogni voce è la voce di una madre, perduta come le cose ritrovate, dolorosa accanto alle scarpe rovinate/ e un diario sporco (14). È in quella voce che la vertigine si fa preghiera e vortice ed è lì che si impara la stessa pace/ che imparano i morti. Questa l’elastica della poesia, quasi il suo sapere arcano e indispensabile, fatica che, nonostante tutto, «se blesse à nous, et nous à ses fuyants» (15). Perché se è vero che esistono due mondi – e il poeta viene dall’altro (16), è anche vero che due rive ci vogliono. E ci vogliono perché ogni cosa sia in sé stessa ogni altra, indomabile e spalancata, tanto radicale quanto ultima. Ci vogliono perché solamente così la stanza, strofa e camera, visione e quotidiano, si risolve in una stella che non muore di sangue, d’aria, primavera («Cosa proibita, scura la primavera») (17). Tentare una trama che passi dai santi ai biscotti, dai capelli ai morti è, forse, impossibile. Perché nei versi della Murgida il Sinai è il focolare, la stanza Giosafàt, il bagno Hèbron: l’Antico Testamento un ricettario. La farina e la voce sono, allora, i termini attorno cui tutto ruota: i confini, il solco sacro, maledetto, delle cose. Il pane e ‘Ayin, l’occhio nella terra, l’occhio degli uomini, lo Shemà’ (shin, mem, ayin) Yisraèl (alef, chet, dalet) (18) che ci rende testimoni della più antica e disattesa tra tutte le promesse. Quella che ci porta, ancora e nonostante, a disegnare il giorno/ a sperare che duri.

Mattia Tarantino
Aversa, febbraio ’21

(1) Cfr. Daniel Heller-Roazen, Lingue oscure. L’arte dei furfanti e dei poeti, tit. or. Dark Tongues. The Art of Rogues and Riddlers, Macerata, Quodlibet, 2019.
(2) Michel de Montaigne, cfr. cit. in Felice Ciro Papparo, Il giardino interminato. (Nei dintorni dell’io), Napoli – Salerno, Orthotes, 2020, p. 52
(3) Cfr. Giorgio Agamben, Che cos’è la filosofia?, Macerata, Quodlibet, 2016, p. 59
(4) Cfr.  Roland Barthes, Il valore, in Elementi di semiologia. Con un’appendice di testi in italiano, a cura di Gianfranco Marrone, tit. or. Eléments de sémiologie, Torino, Einaudi, 2002, pp. 44 – 45.
(5) Cfr. Jean-Luc Nancy, La custodia del senso. Necessità e resistenza della poesia, tit. or. Résistance de la poésie, Bologna, EDB, 2017, p. 22.
(6) Yves Bonnefoy, Nell’insidia della soglia, tit. or. Dans le leurre du seuil, Milano, Arnoldo Mondadori, 2010, pp. 298 – 299.
(7) Platone, cfr. cit. in Nicola Russo, L’ipotesi ontologica I. Dell’essere, Napoli, Cronopio, 2017, p. 10.
(8) Si veda, a proposito, Felice Ciro Papparo, Il giardino interminato. (Nei dintorni dell’io), Napoli – Salerno, Orthotes, 2020, pp. 175 – 176: «Apprendendo il ‘che è’ delle Dinge ‘prima’ attraverso il ‘disegno’ della cosa-là fuori, l’Ich denke lo fa poi trasmigrare-convergere, inquadrandolo in una cornice ‘distintiva’, in un per-Io che se lo rende ‘prensibile’ e ulteriormente ‘fissabile’ attraverso un ‘nome’ che lo designa, trasformandolo così da ‘cosa buttata lì’, ovvero insignificante o ‘equivoca’, in cosa-significata, Sache, quale simbolo essenziale, d’ora in avanti, della Ding in quanto tale. È solo nel volgersi in quanto Io verso di Es-se che le cose-là acquisiranno, via trans-parenza categorial-nominale, una ‘esistenza significativa’».
(9) Eugenio Mazzarella, Perché i poeti. La parola necessaria, Vicenza, Neri Pozza, 2020, p. 7.
(10) Cfr. Arthur Rimbaud, Alchimia del verbo in Una stagione all’inferno, tit. or. Une saison en enfer, https://arthurrimbaud.jimdofree.com/opere/alchimia-del-verbo/
(11) Si veda, a proposito, Alejandro Jodorowsky, Marianne Costa,  X La Ruota di Fortuna. Principio, metà o fine di un ciclo, in La Via dei Tarocchi, tit. or. La via del Tarot, Milano, Feltrinelli, 2014, pp. 193 – 194: «Tutto ruota intorno a questo nucleo, in cui si potrebbe vedere un simbolo del mistero divino. Mentre gli elementi esterni che influiscono sulla ruota […] arrivano all’inerzia mediante le loro manovre, il centro è il punto di partenza per il cambiamento».
(12) Cfr. Georges Bataille, Sacrifici. Con 4 acqueforti di André Masson, tit. or. Sacrifices, Viterbo, Stampa Alternativa, 2007.
(13) Cfr. Roberto Carifi, L’obbedienza, Milano, Crocetti, 1986, p. 13.
(14) Roberto Carifi, Dopoguerra, in Amorosa Sempre. Poesie (1980 – 2018), Milano, La nave di Teseo, 2018, p. 87.
(15) René Char, Vittorio Sereni, Due rive ci vogliono, Roma, Donzelli, 2010, pp. 22 – 22: «la poesia si ferisce in noi, e noi/ alle sue fughe».
(16) Cfr. Cristina Campo, Diario Bizantino in La Tigre Assenza, Milano, Adelphi, 1991, p. 45.
(17) Cristina Campo, Elegia di Portland Road in La Tigre Assenza, Milano, Adelphi, 1991, p. 40.
(18) Cfr. Catherine Chalier, ‘Ayin, in Le lettere della creazione. L’alfabeto ebraico, tit. or. Les Lettres de la Création, Firenze, Giuntina, 2001. p. 75.


Nasce dagli occhi la parola
dal modo in cui si posano sul mondo.
Da come guardano la luce
quando compie mosse di ragno.
Ogni parola è la precisa mappa
dei giorni messi in fila.
È il tremare del mio sangue
alla danza di uno stormo.

*

La luce mi affida con fede
la vertigine
dell’ombra.

*

C’è una minuta pace
una grazia minima
che non so replicare.
Giace nelle intercapedini,
sugli spigoli lisi,
nel caro odore
delle stanze chiuse.
Io vi entro dalla banale soglia
le abito per un giro di vento
mi sfamo di quella bianca polvere.

*

A ogni partenza della rondine
mia madre torna più indifesa.
Compie un volo d’affanno
intorno al tempo che rimane.
Ha solo un lume fioco
e un garrito chiaro.

*

Il cielo è un cencio
le ferule lo pungono dal basso.
Non trovo nessun fiore
sulla pancia della terra,
li ha tutti mia madre nella gola, ne
dona alle raffiche sguaiate mentre
parla ai morti di novembre.


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