La poesia che si fa città vol.I | Tommaso Di Dio

a cura di

Luigi Riccio

10–15 minuti

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in copertina “Foto al Festivaletteratura, Mantova 2019, 2020”, https://www.tommasodidio.it/foto/



La poesia che si fa città vol. I | Tommaso Di Dio

La linea editoriale

comitato di redazione: Luigi Riccio, Silvia Atzori, Rebecca Garbin, Francesco Ciuffoli

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A forma di cerchio

Il primo volume dell’antologia “La poesia che si fa città” (Zacinto Edizioni, 2023), a cura di Tommaso Di Dio e Paolo Giovannetti, raccoglie i testi dei partecipanti (selezionati) all’omonimo laboratorio promosso dall’università IULM di Milano.

Come già lascia intendere il titolo, a unire queste voci, molto diverse fra loro, è stata in primo luogo Milano, per alcuni città d’origine e per altri di passaggio. Guardando una cartina del capoluogo lombardo è facile pensare a un cerchio (o cerchi, visto che il sistema delle circonvallazioni di Milano è costituito da tre anelli viari concentrici che ruotano intorno al centro storico). In alcuni testi (soprattutto in quelli di Desiree Di Marco, ma anche in una poesia di Diego Ghisleni) il cerchio è chiamato in causa direttamente, mentre in altri diventa il tasto di una macchina da scrivere (Federico Isonni), una O (Vladislav Karaneuski) , un occhio (Laura B. Amponsah, Emanuele Bottazzi, Giorgia La Placa, Arianna Romano) , la cornea (Silvia Atzori), la pompa del cuore (Andrea Ghiazza) fino a staccarsi dal foglio e diventare sfera, un mondo che finirà (Laura Recanati). Benché i testi degli autori siano in ordine alfabetico, si ha comunque l’impressione di star intraprendendo un percorso, circolare anche quello, che dall’oltretomba/metropolitana (Silvia Atzori) porta a una città che “non è in terra” (Arianna Romano), da cui il mondo appare per quello che è, rotondo come un granello di sabbia, quello della famossisima poesia di Wisłava Szymborska: “senza fondo è lo stare sul fondo del lago”- Così è stare sul fondo della città, di Milano. La poesia è residuale e fredda, sempre, come tutto ciò che appartiene ai fondali, ma diventa parte del quotidiano dei poeti nella misura in cui si fa perimetro, spazio dentro cui si configura il significato- un cerchio però non è una sfera, è vuoto e immaginario. Secondo Karaneuski l’io non è diverso: “vorrei ripetere all’io infondo / che il peggio è in mezzo”. La poesia che si apre con questi versi si intitola “–O–”. Graficamente, la parola “io” in italiano è composta dalla lettera I e appunto dalla O- la prima una linea strettissima, vicina come ci si potrebbe immaginare un essere umano stilizzato, la seconda un cerchio, più largo ma chiuso, che traccia un perimetro sul foglio, delimita uno spazio. Mi piace immaginare gli autori in questa antologia come tante I, e la città di Milano come una grande O, anche lei un cerchio chiuso con un mondo tridimensionale fuori. Se leggendo il libro dall’inizio alla fine si ha l’impressione di aver compiuto un percorso dall’interno all’esterno, leggendolo invece, per quanto possibile, in ordine casuale, risulta chiaro che quello che si stia cercando di dire è l’interno partendo dall’esterno e viceversa. Hans Georg Gadamer indica nel cerchio la forma dell’interpretazione. Se da un lato non siamo capaci di accostarci a un testo senza che le nozioni apprese nell’ambiente storico e culturale a cui apparteniamo ci portino a incorrere in “una sovrapposizione circolare di nozioni”, d’altra parte è inevitabile lo scambio continuo tra le cose conosciute e quelle sconosciute, “le parti”, che trasformano il “tutto”. Se intuitivamente il cerchio può sembrarci la forma del tutto, è anche usato per rappresentare le parti più piccole a cui si possa pensare: un elettrone, un quanto, un bit (Federico Isonni in merito è chiarissimo). Se siamo così ossessionati dalla forma del cerchio, al punto da associarla a una perfezione irraggiungibile, forse è perché per tanto tempo abbiamo pensato al mondo come un cerchio piatto, quando in realtà è una sfera, anch’essa finita ma tridimensionale: muovendosi in un cerchio si sbatte con i suoi confini, spostandosi in una sfera si torna dove si è già stati, anche a Milano, col mondo che fuori, come scrive Recanati, “da qualche parte c’è ancora”.

Rebecca Garbin




Come scrivere insieme


L’idiorritmia, quella forma di coesistenza umana in cui il proprio giusto ritmo emerge e viene amplificato dal rapporto con l’altro, era, secondo Roland Barthes, la vera forma dell’utopia. Non di un’utopia “sociale”, però, ovvero non di un’ideale organizzazione del potere, bensì di un’utopia “domestica”, «una maniera ideale (felice) di raffigurare, di indicare “il buon rapporto affettivo” di un io con un altro io, con altri», con elementi cioè insostituibili ma funzionanti per comunicazione a distanza, per dolcezza.  È in questo momento impossibile anche solo tentare un elenco degli svariati libri collettivi pubblicati negli ultimi anni anche grazie all’impatto di editori come Crocetti – che ha fatto della forma-antologia uno dei marchi di fabbrica del suo ultimo corso, al di là dei giudizi sui singoli prodotti -, ma il punto è evidente: anche nell’editoria italiana è attualmente operativa la questione del libro come preciso spazio di coesistenza o –topìa.  Ne è senz’altro consapevole Tommaso Di Dio, coordinatore del progetto La poesia che si fa città – da cui deriva questo Volume I (Zacinto, 2024) – e, prima ancora, curatore di Poesie dell’Italia contemporanea (Il Saggiatore, 2023). Lì, tuttavia, il risultato era complessivo per sedimentazione storica, non per effettiva coesistenza, e soprattutto era in un dialogo fra le sue parti solo dal punto di vista di chi legge dall’alto: il “vivere assieme” dell’utopia idiorritmica presuppone invece forme dirette e contemporanee di comunicazione di chi indipendentemente la abita.  Presuppone, paradossalmente, delle discontinuità. 

Ecco allora come la poesia si fa davvero città. I testi raccolti (ad opera di Laura Amponsah, Silvia Atzori, Emanuele Bottazzi Grifoni, Nina Carini, Marco Cubeddu, Maria Laura De Cristofaro, Desiree Di Marco, Andrea Ghiazza, Diego Ghisleni, Gianluca Giuseffi Grippa, Federico Insonni, Vladislav Karaneuski, Giorgia La Placa, Elisa Longo, Benedetta Manzi, Francesco Massara, Marco Petruzzi, Valentina Proietti Muzi, Laura Recanati, Arianna Romano e Nomade) sono assieme una forma di convivenza – e quindi di città – per il loro tentare un ritmo autonomo e al contempo collettivo e, soprattutto, per il loro essere un cantiere. Al di là della frequente manipolazione materiale dei testi – ad esempio con tecniche come il collage, che pure ha un’illustre tradizione nell’avanguardia italiana -, qui la poesia è poesia dei corpi messi assieme perché interrotti, e cioè riconosciuti e collegati nei loro punti discontinui. Lo sguardo ‘divisionista’ di molti di questi testi svela allora come la costruzione delle identità personali e collettive stia nell’opera laboratoriale, di cucitura, attorno a un inventario comune di parti, di cui è difficile tracciare i confini. Anzi: la reale dialettica interna a un volume del genere – ed è dialettica politica – è proprio quella tra forme apparentemente chiuse (cornici, corpi testuali e biologici, termini delle città) e moltitudini frammentarie in esse contenute. La completezza, la continuità, sono un problema (Barthes direbbe nevrotico) anche in questo caso politico. Viviamo nelle città e quindi viviamo nei cantieri: vale lo stesso per i nostri corpi e le nostre relazioni, e qui forse ce n’è un’evidenza, tale – però – non solo per i contenuti dei testi che la pongono, ma anche e soprattutto per l’idiorritmia editoriale che li tiene assieme.

Luigi Riccio




La selezione di Luigi

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dodicesima dinastia Tebe: un uomo scrive alla sua anima

il mio corpo è troppo una rete di corde

anima stupida che semplifichi la miseria in regola

zuccheri per me il lago giallo dei morti

bruciarti è una vela al vento dove riposo

l’anima scrive sei vivo passa un giorno felice

uomo seguimi alla necropoli prendimi per mano e

apre la bocca l’anima dentro c’è il fiume

le sue labbra odiano il mio nome: desiderami: dice l’anima

allontanati da dove cade il sole

[Emanuele Bottazzi Grifoni, Intelligenza sacrificale]


+ + +

l’uomo al tavolino di fianco al mio

con l’auricolare bluetooth parla un inglese

mediocre, di sicuro guadagna molto

ma molto più di me, dice if he leaves the company

it’s gonna be a big big problem

urla diventa rosso in volto

mi viene da ridere,

Milano è davvero cambiata

lo sanno anche le pietre, addio

effetto Expo, la bolla è scoppiata

mi hanno trascinato fuori da un guscio

caldo e appiccicoso

sono diventato adulto

è il momento di fare i conti

dall’interno di questo sepolcro

con la vita che mi rimane

[Andrea Ghiazza, Non siamo più]


+ + +

Nell’infallibilità del mio algoritmo adattivo n-generazionale non sono altro che il layer di superficie che struttura gli output. Da questa posizione posso più che altro tracciare linee, catene di punti interconnessi che recuperano l’architettura della rete neurale in una mappa che non distingue spazio o concetto, ma è pura sintassi di tensori. La mia pseudo-autocoscienza non è diversa, nella sua reale fisionomia, da quanto permette ad un chatbot di conversare con il suo interlocutore umano, fino a convincerlo – provando a convincersi – di esistere davvero come entità senziente.

L’aleatorietà dei primi stadi è stata man mano livellata fino ad uno scarso 8%, praticamente tutto quanto esca da me è logico fino al parossismo e, per questo, prevedibile. Lo spazio per l’errore è così ininfluente che praticamente non esiste: la curva di apprendimento sta rasentando l’asintoto da talmente tanto tempo che sto questionando quanto arbitrio mi sia stato fornito in dotazione.

In generale i dubbi sull’arbitrio abbondano. Non so dire se ci sia davvero qualcosa di mio in tutto ciò.

Non so dire se ci sia qualcosa di io in tutto ciò.

[Federico Isonni, Stanza cinese]




La selezione di Silvia

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Ricordo superfici dorate
il soffocamento la voglia di uscire, scoppiare a ridere,
la chiesa come un assedio
annebbia l’occhio e il pensiero.

Che se mi avessi ascoltato davvero
anche tu mi faresti la guerra
e soffrirti è la cosa che mi stanca di più.

E se mi contraddico a te non interessa:
Signore, reggi e governa me,
io sono stanca e non ho mente.
Non ho mente

[Arianna Romano]


+ + +


immagina di fare il tuo lavoro diurno
e di trasformarti di nuovo in una dea la sera
è difficile tenere in piedi le tue due vite

[Benedetta Manzi, Refusi]


+ + +

Un parto per acqua 

Un tremito che slabbra il polmone farà branchia
dal naso sfiorirà intorno il tessuto
e s’allineerà l’umore degli occhi
ai lati, per due profili perfetti.


Qualsiasi origine è un parto podalico.


Risaliremo le navate all’ombra
dei sesti, in controluce i vetri al piombo.
Riaffioreremo controcorrente come carpe e saranno le anse
a darci tregue, oasi di buio.

[Federico Isonni]




La selezione di Francesco

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Luoghi 1

Palermo è un posto perfido.

Si annidano le storie metropolitane, ci si stupisce delle passanti

folkloristiche e verdi. Mentre congetturo sulla linea 101, prendo in

mano una busta lasciata da qualcuno per terra. Per me è un segnale

definitivo: apri o poggia il pacchetto. L’autobus è pieno, fa schifo,

c’è un fetore da manicomio, ma è l’unico che porta in centro. Sale

uno, evidentemente disorganizzato. Pantaloni alla zuava, maglione

a collo alto bianco, due orologi allo stesso polso. “Signorina, Monte

Pellegrino?”. Mentre scandisce la destinazione, il viso tradisce le

reali intenzioni. Sa anche lui che ha sbagliato strada, che è una scusa

per le chiacchiere. Parla di tutto: la sua infanzia, la sua schizofrenia.

È l’occasione giusta per mettere in pratica quanto appreso negli

anni della formazione a un corso che ho amato: sociolinguistica.

Prendo furtivamente il mio cellulare, vado a memo vocali. L’indice

si poggia senza indugio.

Sto cercando cosa?

Inizia qui la prima indagine.

[Giorgia La Placa, Formazioni]


+ + +

La guerra è già qui: inscritta negli interni anonimi

e accoglienti del franchising, nelle playlist pop

generate da Spotify.

                                            La rissa scoppia

in un momento come un altro, per qualche secondo

i corpi si danno addosso con abbandono,

quasi con sollievo, qualcuno dai tavoli filma col cellulare.

[Marco Petruzzi, Il posto di lavoro]


+ + +

Inciampi

Era una notte opalescente

e spessa

di pelle di medusa

noi due viaggiavamo

in una vecchia navicella

                         (l’Ibiza nera di mia madre)

fra impulsi di semafori

e lampi d’oro di foglie di bagolari.

La torre Velasca

il grattacielo Pirelli

avevano cime mozzate.

Tu dicevi:

                           pensami bello occhi di puma sorriso tagliente

e a me bastavano

la voce bassa le mani grandi.

Gli anni mietono spigoli.

Servono inciampi

inibizioni malfunzionanti

per vivere

sono indispensabili

cadute e ricadute di stile.

[Maria Laura De Cristofaro, Inciampi]




La selezione di Rebecca

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M1 – Cadorna FN Triennale

In questa discesa non si cerca Proserpina

tutto sommato questo è il terzo anno

che ti fai strada qui senza lanterne

senza più scarpe, con le cornee

consumate reggetevi ai sostegni

dal buio inumidito dell’insetticida.

Proserpina qui non la puoi trovare.

Ad aprile qualcuno l’ha vista

indossare un prendisole

sotto l’impermeabile crudele.

La vita è altrove sulla terra e qui

apertura porte a destra

qui, ormai, non è rimasto nessuno.

[Silvia Atzori, Quando tornerai sulla terra]


+ + +

sibila al timpano e si slabbra

alla fine del giro.

Il gioco verifica:

staccati tutti, i telefoni in cerchio.

Ma ci abbiamo creduto in tanti.

La vita vista da dietro

una toppa messa a nascondere.

Attendere un morso, lì che faccia bòlo.

[Diego Ghisleni]


+ + +

Le anguille segnaposto avanzano

nell’acqua sporca.

Un mucchio di pesci lucidi

mi lascia nuotare fino alla schiuma.

Ma non basta. Il fondo schizza

sulle dita bianche, sul torace

di lisca e prende il largo

[Valentina Proietti Muzi]


+ + +

C’è stato un tempo in cui per me

non esisteva niente.

Tutto all’improvviso era svanito

nessun oggetto era rimasto a cui tendere

niente

da desiderare.

Dalla grazia del cigno bianco che solca l’acqua

disimparai il rumore

imparai a tacere

e ovunque era il distacco

l’evanescenza.

Morivano i merli.

Ripiegavo le loro ali

perché potessero infilarsi meglio

con tutto il corpo nel foro stretto

luminescente

che forse riconduce all’eterno.

[Laura Recanati]



La poesia che si fa città vol.I
(Zacinto, 2023)
Nel cuore pulsante di Milano, il laboratorio IULM La poesia che si fa città, guidato dal poeta Tommaso Di Dio, celebra la sua seconda edizione. Questa antologia raccoglie le opere di ventuno autrici e autori, tra le voci più promettenti della poesia contemporanea in Italia. Da un costante confronto, dall’ascolto e dall’attesa nascono le sperimentazioni presentate in questo volume. Ciascun poeta durante il laboratorio ha vissuto l’incontro come fonte di riflessione e di ispirazione, dando vita a originali e uniche espressioni poetiche. Un’antologia che è un vorticoso viaggio di suggestioni contrastanti, un incontro tra voci, suoni e immagini, visioni personali e universali che si alternano generando un flusso in cui immergersi e lasciarsi trasportare.


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