La poesia che si fa città vol.II | Tommaso Di Dio

a cura di

Francesco Ciuffoli

13–20 minuti

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in copertina “Alcune fotografie meno recenti”, https://www.tommasodidio.it/foto/


La poesia che si fa città vol. II | Tommaso Di Dio

La linea editoriale

comitato di redazione: Luigi Riccio, Silvia Atzori, Rebecca Garbin, Francesco Ciuffoli


* * *

“Un uomo solo, / chiuso nella sua stanza. / Con tutte le sue ragioni. / Tutti i suoi torti. / Solo in una stanza vuota, / a parlare. Ai morti”. Il testo è di Giorgio Caproni, presente in una sezione del Muro della terra intitolata, non a caso, Allo scrittoio, o. Ho sempre pensato contenesse una delle immagini che forse si avvicina di più a un certo stereotipo dell’atto della scrittura, soprattutto, probabilmente, fra le persone che non scrivono. L’idea che la scrittura sia un atto di immersione solitaria nella propria interiorità è, infatti, ampiamente diffusa e ha trovato un decisivo consolidamento nel periodo romantico, grazie al mito della soggettività geniale. È noto anche che ciò riguardi in massima misura l’ambito particolare della poesia che, dal romanticismo in poi, si tende, spesso ed erroneamente, a far coincidere con la lirica, nella sua accezione moderna: quel genere che poggia i propri piedi su due capisaldi tipicamente romantici che sono autobiografia ed autoespressione [1]. E anche quando non si cade in questo errore di sovrapposizione, una delle grandi chiavi di lettura della poesia resta, tuttora, la domanda che si interroga sulla soggettività enunciativa, sulla sua costruzione e posizionamento, su quanto questa aderisca o differisca dai modelli più tradizionali. C’è, dunque, il rischio di relegare l’atto stesso della poesia in una dimensione claustrofobicamente egoriferita, nei suoi aspetti intra ed extratestuali. Per questo motivo, il concetto stesso di laboratorio di poesia potrebbe sembrare una grande contraddizione. E proprio per questo, risulta assolutamente necessario. D’altra parte, la poesia, non teme la contraddizione se, proprio nella sua veste lirica, “spera di conseguire l’universale attra­verso un’individuazione senza riserve” [2], per dirla con Adorno. Un laboratorio di poesia sembrerebbe fondarsi proprio su un ulteriore ossimoro, altrettanto proficuo: «raggiungere un “in comune” del linguaggio solo se ciascuno dei partecipanti è disposto a fare un percorso di discesa nella propria singolarità ineludibile.”» [3]. La poesia che si fa città. Volume II (Zacinto, 2024) è il frutto dell’essere riusciti a creare un luogo di incontro tra singolarità, tra voci poetiche anche molto diverse, che superano qualsiasi rischio di ridursi a monadi, in favore di un confronto continuo con l’altro, in una dialettica tra esposizione di sé e ascolto paziente. Le voci poetiche che trovano posto nel panorama di questa seconda edizione del laboratorio sono quelle di Giuseppe Carlo Airaghi, Sabrina Amadori, Rocío Bolaños, Mino Buonincontri, Maria Sofia Caso, Michele Giuliano Cipolla, Davide Colletta, Emanuela Filippelli, Rebecca Garbin, Valentina Giordano, Guildor Gallo, Sharon Laporta, Gabriele Marturano, Sofia Natella, Fabrizio Pelli, Ema Stefanovska, Emma Stopelli, Berenice Valerio, Matteo Vavassori, Emanuela Vezzoli, Elisabetta Viganò. Esse risultano magneticamente diverse fra loro e, proprio come forze opposte, creano un campo di attrazione e di interazione densissimo. Tutto questo è il riflesso di ciò che possiamo immaginare sia accaduto nello spazio e nel tempo del laboratorio, che è fondamentale venga percepito come luogo sicuro, dal momento che confrontarsi sulla materia viva dei testi e allenarsi al distacco da essi può non essere facile. Eppure, quando ciò accade, si genera qualcosa di bello: l’occhio dell’altro diventa un modo per costruire la propria consapevolezza stilistica, individuare più nitidamente il proprio immaginario, seguire una traccia o tradirla, ma, in ogni caso, non si è immuni alla riflessione sulla propria poetica di fronte all’altro, anche solo perché con la sua semplice presenza, ci chiede di giustificarci, di giustificare la nostra scrittura. Attorno all’esperienza laboratoriale della poesia si ricostituisce, dunque, una piccola comunità che è il riflesso di una comunità ben più ampia: quell’umanità che ancora si raduna attorno alla parola poetica, con l’intenzione di parteciparne ed esperirne la forza aggregante che, evidentemente, non è indebolita nemmeno dai numeri poco incoraggianti che descrivono l’esiguo pubblico della poesia. Per questo, rispetto alla prima e solitaria immagine che ho proposto, il laboratorio di poesia ne suscita, in opposizione, una seconda, che riprendo proprio da chi questo laboratorio lo ha vissuto e lo ha condotto, ne è stato sacerdote, Tommaso Di Dio, che nella sua ultima raccolta poetica, Ardore (Aragno, 2023) scrive:

    Dopo la morte di Ardore, insieme ad alcuni cari amici, abbiamo iniziato a ritrovarci di sera con   cadenza regolare (…). Ognuno, ad un certo punto della serata, senza alcun preavviso, iniziava a raccontare qualcosa che riguardava la vita del nostro amico. Era come se aprisse uno scrigno: c’era luce dentro e batteva il sangue del suo cuore.[4]

A questa immagine di raccoglimento segue la comparsa di una misteriosa Signora luminosa, come evocata dall’assemblea dei presenti, che inizieranno ad annotare le parole che la Signora stessa pronuncia.  Difficile non lasciarsi accarezzare dal sospetto che questa figura parlante possa essere immagine della poesia stessa, della capacità dell’uomo di evocare una parola in grado di fungere da elemento unificante all’interno di un rituale umano e collettivo. I morti dell’uomo solo caproniano, chiuso nella sua stanza (le sue perdite, i suoi tentativi di risarcimento e sacrificio, che muovono spesso la complessa dimensione dello scrivere) diventano i morti di tutti; si passa dalla dimensione di compianto solitario e quella del rito compartecipato, in cui una comunità di parlanti si riunisce attorno a ciò che, forse, più di tutto ci aggrega in quanto umani: la parola come volontà di mettere in comune un messaggio e, in questo caso, interrogarsi insieme, nel confronto e nello scambio tra voci singole ma non monadiche, su come sia possibile farlo attraverso la poesia.


Silvia Atzori


[1] Cfr Mazzoni, Sulla poesia moderna

[2] Adorno, Discorso su lirica e società

[3] Di Dio, La poesia che si fa città. Volume II

[4] Di Dio, Ardore



città Reale / città Virtuale


Credere la città un luogo vivibile – comprensibile – oggi sembra impossibile eppure, seppur vero, dietro lo sfondamento, la sopraffazione e lo smottamento del quotidiano c’è da rendersi conto prima di tutto che esistono due città: una città Reale e una città Virtuale [5]. Prendere coscienza di questo, significa prendere coscienza di dove risiede il problema, se vogliamo. Prendere coscienza significa quindi anche un comprendere, comprendere che l’unico modo che ci è dato – per avviare un serio processo di conoscenza – è affidarci finalmente alla poetica dello spazio di Bachelard, alla sua grande capacità di intercedere tra due mondi come farebbe un mistico o un necromante del fenomeno urbano. «A che punto è la città?» invade e guida involontariamente questo processo di discernimento dei piani, lo infesta. Non si sa a cosa affidarsi per comprendere la realtà eppure la domanda c’è, sorge spontanea – penso – andando o tornando, seduti o in piedi nel buio non-ancora-in-luce della propria via o del tunnel scuro di una metro che ci riporterà a casa. «A che punto è la città?» circonda il nostro quotidiano e più che mai nelle orecchie e negli occhi di chi oggi la città la vive, nulla sembra risolversi in una situazione fissa, immutabile. La città ogni giorno fa la muta, squama, si converte e si modella, plasticamente, in base all’esigenza dell’istante, di momento in momento. E in questo senso, forse il più ampio, che la poesia, e il non-più-mai-poeta, è allora un fissare-intanto, azzeccare qualche punto sulla lavagna all’interno del nostro ufficio personale, all’interno cioè di quel commissariato invisibile e collettivo dell’esperienza in cui i più fini detective urbani e commissari dell’esistenza cercano da sempre di trovare una soluzione, quella che spieghi almeno in parte cosa è successo, o, più semplicemente, cosa anche oggi stia accadendo. Indizi; speculazioni; intercettazioni; vecchi casi irrisolti; i faldoni e le carte si accumulano dappertutto, perché dentro persino qualcosa di superficiale, di minimo, si potrebbe nascondere la risposta che tutti stiamo cercando. Ecco perché forse La poesia che si fa città ha e assume un certo valore tra le varie esperienze laboratoriali di scrittura portate avanti in Italia negli ultimi anni, è per questo “forse” che ne diamo resoconto oggi, poiché «del giardino non esistono fotografie» ma sicuramente possiamo scriverne poesie e qui, in questo volume, ne esistono di diverse, tutte ancora una volta utili a costruire un discorso dello spazio urbano, un puro centro per l’intercettazione.


Francesco Ciuffoli


+ + +


Dentro l’immagine fa sempre freddo, ed è lì, in quel freddo, che qualcosa potrebbe diventare, o capitare, qualcosa che potrebbe riuscire a tagliare le parole e le pagine assieme al vento.


Del giardino non esistono fotografie.



Alla lettura di questo quadrato vuoto sarà stato
dedicato parecchio tempo. Il giardino come un
cubo, come un cubo che si apre sul cielo. In
quanto tale la prima cosa da dire è che non lo si
può fotografare. La superficie dell’immagine, o
l’immagine come superficie, da qualunque punto
la si prenda, non poteva presentare, ma nemmeno
rappresentare o evocare, il cubo, il volume d’aria
inscritto all’interno dei quattro bordi. Ancora
meno lo poteva indicare come il posto delle fonti,
come un luogo (groviglio di linee e figurazione
del tempo), o contenere la violenza delle fonti,
invisibile, impercettibile.

Non esiste nessuna fotografia della

violenza delle fonti compresa all’interno

dei quattro bordi del giardino, i due muri

e le due terrazze, pietra e legno, nessuna

comunque che fosse adatta allo «stile

dell’attesa», un’attesa vissuta, interiore e

incalcolabile, tra il momento dello scatto

mentale, un gesto confuso e cieco, e quello

del bagno di sviluppo, dove e quando,

liquido e tempo sconosciuti.

Non fissabile.

[Jean Marie Gleize, «Aliquid ampius in sylvis invenies», Tarnac. Un atto preparatorio]



[5] Bisogna infatti ricordare che dove c’è innanzitutto un Reale – lacaniano, materiale e storico –, da decenni afflitto questo da un progressivo processo di annullamento e svuotamento, vi è (e vi sarà sempre) anche un Virtuale che cercherà di infestare e colonizzare anche con la forza il mondo, la sua esperienza intesa qui come everyday life (espressa oggi da un effimero efficentismo, utile solo alla produzione e riproduzione isterica delle merci e dei rapporti). Da uno scorcio di via a una scena più ampia, tutto però ci scorre ancora davanti e ci attraversa con i suoi rapporti di significatività, i suoi valori, anche nella Virtualità di un sempre più profondo realismo inquietante e di tutto ciò che questo consegue. E a tal proposito che adesso, quando abbiamo parlato di Virtuale, non si può e non si deve più intendere tanto il Virtuale come una realtà assestante, dispersa nell’iperuranio come molti pensano, quanto piuttosto bisogna pensare e pensare bene alla virtualità dell’esperienza come un ulteriore – al Reale – e complesso sistema interconnessioni agenti sull’esperienza anche quotidiana. Dietro una quasi-banale “scena” esperita, c’è sempre un mondo di interpretazione e di valore.

Calcificate nella nostra memoria, quelle del Virtuale sono quindi dinamiche agenti concretamente nel quotidiano, le manifestazioni (fenomeniche) di come cresce si sviluppa dentro di noi persino quell’impotenza riflessiva – esistenziale quanto pratica – e che, attraverso di noi, nel sottopelle stratificato della nostra città determina più che mai anche l’andamento della nostra vita. È dall’urbano che nasce il suo abitante, come un residuo umano, un qui – situato – perché immerso nel contesto che lo circonda. E in ciò che ci circonda il Virtuale è e deve anche essere inteso come l’atmosfera che si respira non tanto fisicamente quanto esteticamente, l’aura cioè di ogni singolo frame della nostra giornata, il suo riprodursi con diversi ritmi, il suo ripetersi nell’identico, il suo martellante movimento. Parafrasando le parole di Benjamin: “ciò che fa del ramo e della montagna quella precisa, precisissima situazione di ramo e montagna [solo qui e ora]”, questo è in definitiva il Virtuale, quello che la poesia cerca e cercherà sempre disperatamente di raccontare, il volto invisibile della realtà, della sua esperienza.



La selezione di Silvia
* * *

 Sono la parte più sola di me
  (sono stata la parte più sola)
  l’argine che non tiene il centro.
  Le sughere amano il fuoco
  come le pigne che bucano il buio
  per precipitare i semi sulla terra.
  Saresti stata una brava madre.


[Sabrina Amadori, Un campo bruciava nel buio]

+ + +

non generata non creata della stessa sostanza del mare –
  qui in grembo a non-monti, a rannicchiate ombre,
  puntiformi neri schiacciati sugli orizzonti, nei sui seni
  di mia terra gemellamente trinitaria e indecisa.
  dalla mia città il mare si può guardare, disteso
  panaro dal balcone della comare
  che sale nelle mattinate familiari
  e lento porta odore e rumore dalle lontane cavità.
  dalla mia città il mare si può guadare, con piede
  fantastico: può avermi
  attardata su queste tegole mangiate,
  stretta al marmo di piccole divinità.
  dalla mia città c’è liquidezza:
  quel poco di amore che ancora impregna
  me figlia anfibia in senno in lingua in madreterra.


[Maria Sofia Caso, Anfibietà]

+ + +

V10

Vive ut vitas vivi – non moriro. Vivo ancora
 
io che sono come te nella leggenda
 Vive ut vitas vivi
 Viviana che vivi per sempre nei laghi
 donami un anello per curare tutti i mali
 trasforma tutti gli uomini in foreste
 senza pioggia, incendiami nell'odio.
 Tu sai che non è l'aria a tenere i mondi uniti
 ma il fuoco bianco delle stelle
 troppo grandi anche per essere pensate.


[Rebecca Garbin, Male Minore]

+ + +



La selezione di Francesco
 * * *

La sua lapide è circondata da fiori stanchi del proprio colore, e robaccia simile. Mi sono presa la sua vita; la sua vita preziosa come un rubino che mi rigiro in bocca di nascosto, come se avesse un sapore. 
Di prezioso da darle indietro ho soltanto queste parole, perché nessuno le ha mai ascoltate:


Nostra figlia era neonata,
pallida. Aveva due teste nascoste
dove si nasce.
Spingendo l’osso sacro
ne usciva una terza
piena di denti, ringhiava.
Te l’ho mostrata: ne eri impaurita,
schifata.
Ma la bambina aveva bisogno di te
perciò ti ho messo una strana collana. 


[Berenice Valerio, Tabula defixionis]

+ + +

senti che il tempo non appartiene. siede.
mangia. chiedevi magia
al sonno, non ti sapevi ancora.
dalle lenzuola una mano – la tua?
hai ripetuto troppo il gesto – ritorna
all’orario sullo schermo. ritorna il comodino,
il ricordo.
pensi all’ennesima buonanotte sprecata.
all’intimità intera, a quel cuore – il tuo?
hai odiato troppo la pelle.
e non appartieni, finché la tua mancanza
rimane trattenuta in te stessa, nella tua sveglia
usuraia.


[Maria Sofia Caso, Anfibietà]

+ + +

L’unico modo per porre fine all’estate è stato sputarci sopra,

star male. Il confine tra temperatura corporea e temperatura

esterna si fa sottile, il corpo straborda tutto intorno lasciando

pezzi scuri tra la cucina e il bagno. Il pensiero diventa

frammento storico, il sentimento esplode sui muri. Ogni anno

si rinnova una promessa nella forma finale del seppellimento,

il disperdere parti di sé nel sottosuolo — il cuore una testa

d’aglio, il sistema nervoso complessa radice. Un rituale, un

impulso enciclopedico. Quello di poter varcare tutte le porte

del mondo. Nomi e cognomi. Suonare il campanello e al chi

è? Rispondere “un santo”, che casa dopo casa si strappa la pelle

e la usa per riparare i buchi nelle porte. […]


[Mino Buonincontri, Fiumi di bianco]

+ + +



La selezione di Luigi
* * *

[1]


annunciata benedetta l’accensione cantava il primo tocco alla mia finestra spalancare sulla più verde stabilità. evidente forza noi sapevamo come ascendere con le sfide facilità del mistero. saturo del tuo azzurro più zucchero il cielo erava su noi la linda beltà sorgente delle icone.


[2]


compilata la più elevata colonna dell’excellenza, consacrata al templato culto per il futuro contentare l’officio, adorna di tutte le estensioni io versavo per te.


in un’oasi più alta del sole io versavo per te le più precoci acque perpetuamente refreshando. nel sacro flutto mirroravo. lungamente disteso tu sfregavi la dorata calotta del genio e le palme pacificamente realaxavano.


[3]


disposta a tutta la più supina voluttà ogni comando veniva a leccarmi con la sua lingua aramaica. cangiante il tuo prodotto empiva di potenza le conchiglie.


vanificate le mie resistenze io osavo chiedere un maggio che potesse coincidere. ridescenti aromi disponevano in larghe nubi. un gettone d’oro rotava sopra le nostre teste per con un salto raddoppiare la misura delle nostre vite.


processata per infinite incontentabili virtù io invece avevo gene il bacato dono della diminuzione. tempestata da un vizio di parità io bramavo angoli che potessero innalzare un aldilà più uniforme. volteggiando sui tuoi spigoli io sospiravo l’analemma di un incantesimo. sinteticamente succhiavo le possibilità in un dubbio radicale per provare che tutto era verde muscolo delle aurore. ridendo tu regolavi le corde e imprimevi una tirannide geometria alle sabbie.


[0]


e i fiori disertavano gli eredi.


[Sofia Natella, [erray]]

+ + +

Alla fine del XII secolo


Ultimo soldato normanno
bardato d’asce e lance
tu di Messina o Cefalù non sai
che mentre a Palermo serri
il sepolcro di Costanza,
oltre tutti quei mari, su ignote terre
sdraiate fra i cubi d’acqua del Pacifico
un gruppo andino attraversa e fa sua
la valle di Cusco, tra i racemi santi
dell’altissimo Perù inca.
La Storia, l’alterità
i suoi multipli, plurimi, sciolti oggetti
e le cose che accadono a tutti
nello stesso momento, senza saperlo.
Prudono le tempie e mugugna
un corpo sfaldato dal digiuno
ignaro e maledetto di chi non sa.
Disgiunta nel deserto una preghiera
a mani scisse, forse, potrebbe sollevarmi
se cantasse in un confuso impero di sabbie
l’orma dell’altro.
Al di là di me
c’è qualcuno.

[Michele Giuliano Cipolla, Il timore di sembrare]


+ + +



La selezione di Rebecca
* * *

Un campo bruciava nel buio

Quando ho iniziato ad avere paura.

Un campo bruciava nel buio.

Quando ho iniziato ad avere paura

ero un campo:

avevo cominciato a costruire luce.

[Sabrina Amadori]

+ + +

Malore a Zara

Si sciama Milano, si sciama

verso un altro binario, verso l’uscita

della metropolitana. Non sa che dire

la voce metallica: errata corrige

ci scusiamo per il disagio.

Forse la raggiungerà dopo il trapasso.

Forse ride. Si rattrista.

– la ragazza non sa più nulla.

[Davide Colletta]

+ + +

III.

scrivo perché ho guarito

in questo esatto secondo

datato novembre psicologico

 scorpione fittofitto

un mio difetto.

sarà piccolo taglietto

ornamentale

a cui oracolare…

[Sharon Laporta]

+ + +

Vieni, lascia lo zoccolo all’uscio:

prendi il tuo ostracon, supera

la soglia, accompagna le rondini.

Di là, alla vigna, ti aspetto.

Sono le anime smarrite nel bosco

cercatori d’oro e di mostri.

Corrono da Cerbero,

il drago che tiene in bocca il Tempo.

Si scambiano un sasso, una promessa

senza anello: infilare storie in un

giro di perle.


[Emma Stopelli, Lo sposo di sangue]

+ + +

Power off

Tela nera con cornice nera

su parete nera in stanza nera

e proiettori neri, traballano, brusii

Si incontrano, si spostano, pianificano.

Moltitudini commentano, approvano,

si rivoltano, acclamano, si disperdono

Visitano stanze nere e commentano

brusiscono, proiettano, appoggiano.

La tela è nero carbone

la tela è incorniciato carbone

Una mosca s’appoggia, si sposta

[Matteo Vavassori]

+ + +


La poesia che si fa città vol.II (Zacinto, 2024)
Nel cuore pulsante di Milano, il laboratorio IULM La poesia che si fa città, guidato dal poeta Tommaso Di Dio, celebra la sua seconda edizione. Questa antologia raccoglie le opere di ventuno autrici e autori, tra le voci più promettenti della poesia contemporanea in Italia. Da un costante confronto, dall’ascolto e dall’attesa nascono le sperimentazioni presentate in questo volume. Ciascun poeta durante il laboratorio ha vissuto l’incontro come fonte di riflessione e di ispirazione, dando vita a originali e uniche espressioni poetiche. Un’antologia che è un vorticoso viaggio di suggestioni contrastanti, un incontro tra voci, suoni e immagini, visioni personali e universali che si alternano generando un flusso in cui immergersi e lasciarsi trasportare.


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