Agustín Fernández Mallo | Io ritorno sempre ai capezzoli e al punto 7 del Tractatus

a cura di

Luigi Riccio

8–12 minuti

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Agustín Fernández Mallo | Io ritorno sempre ai capezzoli e al punto 7 del Tractatus
Scritture ibride

comitato di redazione: Francesco Ciuffoli, Rebecca Garbin, Mikel Marini, Dimitri Milleri, Luigi Riccio


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L’ipotesi di iniziare un percorso di scoperta (ancora prima che di critica o anche solo di ragionamento) attorno al concetto di scrittura ibrida, e cioè alla particolare natura della poesia nell’ipercontemporaneo “al negativo”, che sta letterariamente mettendo fine alla «serie di grandi binarismi su cui si è costruita l’identità occidentale che la cultura contemporanea sta rimettendo in discussione […]»,1 passa per due necessità: una storica e una di ricezione. Da un lato è naturalmente importante comprendere i passaggi che hanno portato a questo preciso statuto, non per visione storicistica di per sé – non perchè si intendano le forme letterarie come “in evoluzione”, insomma -, ma intendendo le espressioni testuali come dimostrazioni pratiche di una possibilità del dire. Che il nostro secolo si apra con l’autopubblicazione e poi il successo di Io ritorno sempre ai capezzoli e al punto 7 del Tractatus (2001) di Agustín Fernández Mallo è cioè molto più la prova che con le parole, in questo momento e forse a prescindere dagli autori, si possano attivare determinati meccanismi, piuttosto che un punto di passaggio lineare nella “questione dell’ibridismo” (assunto che, beninteso, dovrebbe valere anche per qualsiasi altra questione letteraria). Dall’altro, c’è un dato da non sottovalutare: se molta della sperimentazione sulla natura delle forme letterarie passa per la ricerca – in senso più o meno accademico – o per realtà editoriali di piccola e piccolissima diffusione, e se questa fa dei suoi posizionamenti nominali (titoli, sottotitoli, collane etc.) parte integrante del suo percorso, la pubblicazione in italiano nel 2023, per Interno Poesia, di un libro che «è sempre stato rivendicato» da Fernández Mallo «come un libro di poesia, nonostante il lettore si trovi davanti agli occhi un testo […] scritto nella modalità della prosa»,2 significa poter studiare l’esposizione a tutto ciò da parte di un pubblico molto più grande e decisamente meno specializzato rispetto a simili questioni. E non è un caso che nella sua teorizzazione della “postpoesia” Fernández Mallo ribadisca la necessità di fuoriuscire dall’ortodossia critica e disimparare il canone.

C’è però anche un’importanza tematica di Io ritorno sempre. Si tratta della ‘infedeltà’ «della memoria [quell’organo poroso]». L’azione del ricordo non è però ritenuta unicamente tale in quanto fallace, ma soprattutto in quanto annullante l’altro nella narrazione a cui lo obblighiamo, spesso utilizzando in ogni caso tessere non appartenenti nemmeno a chi mette in moto la macchina memoriale. Se dunque «il destino delle ombre è fondersi», l’unica possibilità di identità – e pertanto di esorcizzazione del vuoto – è affidata a quanto resti materialmente del proprio vissuto; sicché il rimuginare dell’Io lirico in lunghi passaggi ekfrastici sarà descritto come il fare «l’inventario dei […] possedimenti», il controllare «quanto di me hai lasciato negli oggetti» che affollano innumerevoli le pagine del libro, sebbene, come ammesso dal protagonista, le «cose» – spesso rappresentate come rifiuti o in stato di decadimento – «fuggivano via non appena cercavo di afferrarle, come se ormai non reclamassero il loro nome [la planarità e i suoi simboli in attesa ovunque]». Ma «uno dei conflitti capitali del nostro tempo» – come sottolineato da Eduardo Moga nella prefazione alla prima edizione della raccolta – è del resto quello dell’identità, ed è questo conflitto a fare da centro al libro e forse al nostro discorso sull’ibridismo: un’identità impermanente perché frutto unicamente dell’inaffidabile discorsivizzazione altrui; frammentata – anche nella forma testuale – perché tesa dialetticamente tra i poli di un dialogo, sebbene interiore; impossibile persino metatestualmente a causa della messa in discussione ‘postpoetica’ – per come definita da Fernández Mallo – del genere letterario che dovrebbe tentare di mettere ordine tra i suoi pezzi.




da Io ritorno sempre ai capezzoli e al punto 7 del Tractatus (Interno Poesia, 2023)
traduzione a cura di Lia Ogno


Gli hotel sono luoghi bolla, gonfi di non-mondo, asettici, garza e bisturi, per questo li scelgono per convegni e riunioni neutrali, per questo i viveurs in abito scuro arrivano da soli, danno qualche spicciolo all’inserviente e inscenano il loro teatrino di operazioni. Ho chiamato per farmi portare in camera una bottiglia di champagne e un calice con lo stelo lungo. La tua silhouette aristocratica si dissolve al bianco in fondo alla strada vuota [come una di quelle di De Chirico ma con mare], ben stretta la valigia che ti presi al mercatino di Ciutatella, un marinaio si abbottona la cerata gialla fino al pomo d’Adamo e non ti leva gli occhi di dosso; siete soli: io, dietro al vetro, non gioisco né mi dispero. Ho creduto di vedere il vento che ti appiccicava una carta di gelato alle caviglie; ti è costato levartela [di questo non sono più tanto sicuro].


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Se, come dice María Zambrano, «ogni bellezza tende alla sfericità», questa casa non ha più sfere, persino l’immagine del tuo ricordo si sta linearizzando, persino la mia quando mi guardo allo specchio [gli specchi, dal passo, sanno perfettamente quali peripezie hanno condotto fino a loro chi gli si avvicina]. Perché non mi hai detto che in un altro mappamondo stavi gonfiando un’altra casa? Mi sarebbe piaciuto viverla una notte con te, viziargli l’aria fino a renderla irrespirabile, demolirne le pareti, sporcargli i materassi, prepararti la colazione mentre ti alzavi, vestirci di bianco e guardarci allo specchio dell’ingresso per riconoscerci sfericamente perfetti prima di uscire a bucarla [dopo aver chiuso la porta, questo sì, con estrema cura]. Mostrarti l’inutilità della fuga; mostrarti che una sola casa esaurisce tutti i mappamondi.


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Non è colpa mia se questa metafora è già stata coniata, o se è vecchia e abusata, no, non è colpa mia: seduta al bordo del letto, il violino della tua schiena, e la vita, dove i margini strangolano il fiume delle natiche. Avvolgo i giorni in un sudario, pretendo di conoscere il profilo della solitudine, a quale pelle aderiscono ora i miei gesti. Accendo la luce della scrivania [per maggior precisione, e se qualcuno avesse voglia di fare un salto, Hotel Port Maó, camera n. 7] quando le notti si chiudono senza pomello, e mi siedo, mi siedo e basta. Qualcuno potrà vedermi al di là della finestra e se non altro ingannare così la propria solitudine, dato che io con la mia non ci riesco. Avvolgo i giorni, per via della solitudine, l’ho già detto, e quando credo di aver cinto l’ultimo capo, quella si spande nuovamente lungo le dipendenze dell’hotel. Credo che non riuscirò mai a conoscerla, a conoscermi, debitore dei suoi gesti, esisto da sempre ma non sono nulla. [Ora lo so], non ha profilo il lato naufrago del tempo.


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C’è una foto.  C’è uno identico a me nonostante sia io [e sono consapevole dell’assurdità di questa affermazione]. C’è una donna che non riconosco [sono consapevole anche di questa assurdità]. C’è questo momento, che si va componendo nell’ombra, che diluisce ora la foto tra le mie mani e la lascia come priva di bordi. Non c’è più foto, c’è un paesaggio, minimo, eccentrico, lunare, e un braccio di mare che lo delimita, e due malnutriti che vi si avvicinano malati di poesia [un uomo e una donna, per l’esattezza]. Non volevano vedere [ancora non potevano], che quella malattia che si diagnostica quando le poesie degenerano in vasi comunicanti di tempo, ma quello si sa solo dopo, quando questi hanno ridotto la vita a un istante, e non ti resta che temere l’arrivo dell’autunno senza una donna, e guardare dalla finestra, creare un succedaneo. [A volte sono consapevole che, realmente, là fuori nessuno aspetta].


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I fiori del vaso [solo un vaso] si decompongono per mostrarmi tutt’attorno l’alone giallo del tempo: poesia eri, polvere diventerai. Quando un bicchier d’acqua si spargerà sull’inchiostro [solo inchiostro asciutto] di queste righe, petali neri che si schiudono sul foglio: polvere eri, fiore sarai. Stanco di vivere senza tragitti [solo tragitti], il camionista isolano condusse il camion al faro, valutò entrambe le possibilità, e fu il camion a volare di sotto: rottame eri, plancton sarai. Il vento trascina cartacce, foglie sulla pancia delle auto, la silhouette aristocratica della donna che trascina la valigia [solo una valigia] si dissolve sulle cabine e scompare: plancton eri e rottame sarai. E potrei continuare così, ora che tutti se ne sono andati e ci sono solo io in hotel, con le sue porte identiche e i campanelli che non suonano. Sospetto che la morte voglia morire, si trasforma nelle sue maschere. Solo con me ha portato a termine il lavoro, polvere ero; polvere sono.


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In questi giorni previ, lisci come uno specchio [deserto in cui si guarda il tempo, mi dico tutte le volte che penso allo specchio], controllo quanto di me hai lasciato negli oggetti. So che il pane quotidiano non è pane se non ha conosciuto il sapore di qualche parola importante come solitudine, amore, morte o vita. So che dentro c’è un mare, so anche quello, arriva sempre più affaticato ma arriva, come se i colpi dei frangiflutti non lo scalfissero, culla i piloni, complice del vento e delle cartacce che trascina, e io, che ormai so tutto, immagino di muovermi, ma chi si muove è il mare che in modo sordo, impreciso, equivale a te. C’eravamo incamminati insieme col sole di ponente in faccia, ora ho il sole alle spalle, e solo la mia ombra davanti a me, le cammino incontro liberandomi di tutto quel che è mio, cedendole tutto in una lente disgregazione che, se non ci pensi, avverti appena, perché nonostante abbia percorso tutte le parole che nominano tutte le cose [ricordalo], quella strada non conduceva da nessuna parte se non nuovamente verso l’ombra stessa. Mi resta l’eco della tua voce, unicamente, anche se in te non resta la mia, ti sento ruggire, protestare, ma non ti ascolto, la mia metà è pura sordità, la più vuota, quella di me stesso [non c’è umiliazione più grande per il suono]. L’identità di una persona si disintegra quando ripete più volte il suo nome; non si perde, si disintegra, mi dico, o quando ripete i giorni e fonda involontariamente abitudini, che in fin dei conti è la stessa cosa.


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Se è vero che un quadro non è che una macchia interpretata, è stato vero che le tue labbra erano pesci resuscitati nel masticare il pesce. È stato vero quel tuo movimento studiato delle posate tra le dita. È stato vero il bisbiglio della fontana. Vere le tue labbra sulla mousse, e il calice triangolare dal lungo stelo [pube trasparente], e la sfericità dei tuoi occhi, e l’infinito azzurro dei capezzoli, quella notte. Se è vero che un quadro non è che una macchia interpretata, io ero l’interprete e tu la macchia. [Ora mi domando come sia stata possibile tanta bellezza].


Agustín Fernández Mallo (La Coruña, 1967), fisico di formazione, si è specializzato nel campo della radiofisica delle particelle. Teorico della postpoesia, ne darà trattazione in Postpoesía, hacia un nuevo paradigma (2009) e applicazione in Io ritorno sempre ai capezzoli e al punto 7 del Tractatus (pubblicato originariamente nel 2001), Creta lateral travelling (2004), Joan Fontaine odisea (2005), Carne de píxel (2008) e Antibiótico (2012). Nel 2006 avvia il “Nocilla Project” – caposaldo della cosiddetta linea Afterpop o ‘Generation Nocilla‘ della letteratura spagnola contemporanea – e pubblica il suo primo romanzo, Il sogno della Nocilla (pubblicato in Italia nel 2007 da Neri Pozza), cui seguono Nocilla Experience (2008) e Nocilla Lab (2009). In Italia è inoltre disponibile il romanzo Trilogia della guerra (Utopia, 2022), uscito in Spagna nel 2018.

  1. Massimo Fusillo, Tra epica e romanzo, in F. Moretti (a cura di), Il romanzo, vol. II: Le forme, Einaudi, Torino, 2002, p. 30 ↩︎
  2. Lia Ogno, Il silenzio dell’indicibile, prefazione ad A. Fernández Mallo, Io ritorno sempre ai capezzoli e al punto 7 del Tractatus, Latiano, Interno Poesia, 2023, p. 7 ↩︎


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