Storie di un secolo. Note sulla trilogia di Andrea Inglese | Scritture Ibride

a cura di

Francesco Ciuffoli

26–39 minuti

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da sinistra, Andrea Inglese e Michele Zaffarano

Storie di un secolo. Note sulla trilogia di Andrea Inglese

a partire da Storie di un secolo ulteriore (DeriveApprodi, 2024)


Storie di un secolo nuovo.

Sembra strano, ma non lo è. Anzi: tutto ciò ci appare oggi inquietantemente realistico, possibile.

Il discorso sull’ipermodernità – come sanno i più esperti – ha coperto buona parte del dibattito letterario e dei cultural studies (anche italiani) per diversi anni, dai primi anni Dieci fino alla metà forse degli anni Venti. All’interno di questo discorso le più importanti riflessioni messe in campo, utili da ricordare, sono sicuramente quelle di Raffaele Donnarumma (2011; 2014) e, per altri versi – che andrebbero sicuramente rivisti e dibattuti –, quelle di Massimo Recalcati (2017; 2019).

Però, dopo anni di tacito assenso e silenzio rispetto all’impossibilità di attribuire a quegli anni lì alcuni dei concetti tipici del discorso ipermoderno, facendo così anche sfumare qualsiasi possibile processo di avanzamento teorico sull’argomento, solo recentemente si è potuto assistere all’interno dei cosiddetti cultural studies (branca di studi sublimata solo in Italia a esclusivo uso e vantaggio degli studi letterari) alla reintroduzione di nuove definizioni. Ne è un esempio la teorizzazione di un certo postmodernismo avanzato, ipotesi avanzata da Marco Gatto (2024) rispetto ai cosiddetti tempi che corrono – in riferimento particolare agli anni pandemici e post pandemici .

Anche qui però, come accaduto in precedenza, ci sembra utile notare come neanche questa teoria possa essere sostenuta pienamente, se si tiene conto degli avvenimenti storici e culturali che hanno investito soprattutto l’Occidente nell’ultimo anno e mezzo. Perché di certo, come afferma Roberto Finelli:

«Un’epoca della modernità s’è ormai, a nostro avviso, conclusa. Il capitalismo è infatti divenuto capitalismo universale. […] la modernità capitalistica, che almeno dal XVI secolo aveva significato […] crescita progressiva della ricchezza e allargamento dei beni primari a masse sempre più estese di popolazione, sia venendo ormai estenuandosi come paradigma storico indiscutibile della crescita del progresso. Definiamo infatti ‘età delle catastrofi’ il periodo storico nel quale l’umanità si accinge a entrare, o meglio nel quale è già entrata» (Finelli, Gatto, 2024)

Ciò detto, preso nota che quella di oggi pare sia un’epoca che afferisce a un secolo anche ulteriore e nuovamente diverso, rispetto a quei postmoderni anni di timida ripresa post pandemica, non possiamo ora negare d’altro canto un altro importante punto della questione. Quest’epoca in cui ci stiamo progressivamente affacciando, in un senso anche accelerato, non può che essere finalmente riconosciuta come un’epoca diversa, questa volta autenticamente ipermoderna. Se vogliamo, potremmo persino avanzare ora l’idea di trovarci oggi sempre più immersi (politicamente, socialmente e culturalmente) all’interno di una vera e propria Nuova Modernità Schizofrenica.

Ovviamente la schizofrenia di questa Nuova Modernità, già in pieno corso – se ci si vuole riferire per esempio alle sole agitazioni sociali e repressioni che stanno investendo gli USA di Donald Trump di quest’anno –, va detto, supera anche ogni definizione fornitaci all’epoca dal già citato Donnarumma (2011), secondo cui

«l’ipermoderno, che ha abbandonato la fede moderna nel progresso […] è una compulsione nevrotica che neutralizza i suoi idoli (rapidità, novità, efficienza, fattività…) proprio mentre li innalza. […] la smania ipercinetica, la rincorsa a profitti sempre maggiori, l’affanno per una produttività sempre più alta [che] sono pronti da un momento all’altro a rovesciarsi nel tracollo. Il meccanismo gira a vuoto, impazzito, spente da lungo tempo le favole feroci degli anni di Reagan e Thatcher. Potremmo allora dire che l’ipermoderno è la risposta e in parte la conseguenza disforica al postmoderno, poiché, esaltandone i colori, finisce per virarli al nero» (Donnarumma, 2011)

Infatti, oltre a questo discorso, c’è un altro importante principio da considerare; un principio innanzitutto legato a stretto giro alla questione della finzione (virtualità, Virtuale) e della realtà (realismo – realpolitik, Reale puro).

Da questo punto di vista il riferimento migliore non può allora che essere da un lato lo stesso Deleuze di Differenza e Ripetizione (1968) e dall’altro l’interpretazione più applicativa fornitaci da un deleuziano d’eccezione come Rocco Ronchi (2015) attraverso la delineazione di ciò che vuole dire – a partire dal Virtuale – l’imposizione e l’introduzione di un Reale (così) puro.

Ronchi, nello specifico – per comprendere meglio quello di cui stiamo parlando – usa come riferimento di Reale così puro un particolare tipo di evento culturale e storico (il Movimento del ’68), un tipo di azione sociale, alla Weber se vogliamo, intesa indirettamente dallo stesso autore come appunto un esempio (storicizzato) non-per-questo-irripetibile.

In sostanza si sta parlando di una tipologia di Evento capace di uscire autenticamente fuori dalla sovrastruttura del Capitale (dal suo realismo capitalista), introducendo e imponendo nel nostro mondo, afferente cioè a quest’epoca, una differenza autentica nel campo (contesto economico-politico quanto sociale). Stiamo quindi parlando di un tipo di azione sociale (realpolitik) che permea e che agisce realmente (con agentività) tanto nel tessuto spaziale e sociale, quanto concretamente nel movimento (storico) della società stessa, nel suo momento storico; un tipo di fermento politico che non ha come esito una serie di manifestazioni in-Reali (fenomeni Virtuali), veri e propri Schein (abbagli fantasmatici) heideggeriani. Questo tipo di accadimenti è qualcosa che va ben oltre la temporanea statistica, per esempio, delle persone coinvolte in una o due proteste di sostegno (un fenomeno destinato a estinguersi perché non legato appunto a un autentico agire sociale). Tant’è che nel più recente degli eventi sociali e politici di quest’anno troviamo l’annichilente e solo-virtuale sostegno al popolo palestinese, la conseguente e tranquilla gestione della guerra e della pace, avviata e conclusa da Stati Uniti e Israele.

In termini più semplificati, ciò di cui stiamo parlando si rende – ahimè – maggiormente comprensibile, nonché evidente – soprattutto oggi – all’interno del nazional-populismo di stampo trumpiano più che in ogni altro contesto, al cui interno troviamo in realtà una chiara affermazione di realpolitik macchiavelliana, in cui la virtualità (quasi memetica) gioca solo un ruolo trailer, un’anticipazione e la conseguente normalizzazione di ciò a cui presto si potrà assistere. Per essere chiari, un utile e recentissimo esempio è riscontrabile nell’uso delle piattaforme social da parte dell’attuale Presidente degli Stati Uniti, dove un’immagine creata attraverso l’IA – raffigurante magari una Virtuale riviera palestinese – promette una realtà effettiva, fattuale, esecutiva e pratica. Qui troviamo l’uso autenticamente studiato della dimensione virtuale (media), la ripetuta introduzione dell’immagine (Virtuale) nel nostro mondo come adattamento a un Reale prossimo e futuro, una visualizzazione della realtà nel passaggio da actual facts (realtà effettuale) a factual facts (realtà fisica), il come questa dimensione riesca a far passare alla massa distratta per evidente il concetto secondo cui chi ha dichiarato ha dichiarato una guerra ieri, commettendo un genocidio, è anche il salvatore che riporterà la pace domani.

Ciò ovviamente non si può dire invece per le grandi azioni di solidarietà per la Palestina che, seppur nelle intenzioni e nelle loro virtualità solo rappresentativa, non hanno neanche scalfito la superficie del Reale, assumendo così la forma di un atto performativo incapace di sfondare realmente la metaforica quarta parte del nostro mondo, di strappare cioè quella invisibile barriera  che distingue ciò che è realmente dentro e fuori la Storia, i suoi Eventi, al di là delle narrazioni, del teatro sociale e politico. Perché, si, la riviera palestinese verrà realizzata inevitabilmente a un certo punto, come anticipato Virtualmente da Trump sui social; il cessate il fuoco – al pari della futura pace per fermare il genocidio a Gaza – è stata redatto e stipulato esclusivamente da Stati Uniti e Israele, da quegli stessi Paesi cioè che hanno evidentemente iniziato e condotto questo conflitto, più che settantennale, a diventare un’epurazione etnica che ricorda, oltre che il genocidio degli armeni, il disboscamento delle aree boschive dell’Amazzonia (vuoi anche per via della presenza di bulldozer e altri mezzi utili a spianare il terreno per la costruzione di quei futuri resort).

Storie di un secolo tra due decenni e mezzo.

È su questo punto fondamentale per la nostra epoca che possiamo ora tracciare una traiettoria utile a comprendere meglio l’intero discorso di quella che lo stesso Andrea Inglese ha definito come una trilogia «sulle forme brevi in prosa (tra prosa in prosa, racconto fantastico e umorismo de-genere)» (Inglese, 2024). Certo, appare strano, quasi grottesco utilizzare ora la letteratura per comprendere certi fenomeni che accadono nel nostro mondo; ma, allo stesso modo, non vi è nulla di più indicativo di come si evolvono i tempi che le scritture stesse di certi autori. Perché questa trilogia è l’unica (forse) finora apparsa in Italia in cui si può cogliere come il nostro Paese – al pari della maggior parte dei Paesi europei e Occidentali – abbia vissuto e attraversato gli ultimi due decenni e mezzo.

Scendendo ora nelle singole opere ci si accorge infatti di come ognuno di questi libri di Inglese risponda perfettamente alle varie teorizzazioni che finora elencate e proposte. Nel primo di questi libri, ollivud (Prufrock Spa, 2018), composto di due parti con prima una serie di 27 prose brevi e poi la riedizione di Quando Kubrick inventò la fantascienza: 4 capricci su 2001 (La Camera Verde, 2011), possiamo notare come l’immaginario del libro tocchi il cinema, nella misura in cui il cinema è ciò che appare e ciò che appare è la realtà (come ci verrebbe anche da ricordare da The Pervert’s Guide to Cinema di Slavoj Zizek). Il titolo uscito nel 2018, senza troppi giri, rappresenta perfettamente il meccanismo tipico del discorso postmodernista del tardo capitalismo, qui infatti

«il postmodernismo è più formale e “distratto”, come avrebbe detto Benjamin; esso non fa che registrare le variazioni in sé e sa fin troppo bene che i contenuti sono semplicemente altre immagini […] una colossale euforia per il nuovo ordine di cose, una corsa alle merci, la tendenza delle nostre “rappresentazioni” delle cose a suscitare un entusiasmo e un mutamento dello stato d’animo non necessariamente ispirati dalle cose stesse […] la “cultura” è diventata un prodotto a sé e il mercato si è completamente trasformato nel surrogato di sé stesso, in una delle tante merci che contiene […] un mondo trasformato in pure immagini di sé stesso, di pseudoeventi e di “spettacoli” (il termine è dei situazionisti)» (Jameson, 1989)

La condizione presentata in ollivud, è quindi quella condizione per certi versi satirica di ciò che resta del moderno: un gioco di maschere montato su vecchie strutture, forse, con tutta la loro relativa stucchevole estetizzazione; o, se vogliamo, il continuo e spettacolare tentativo di uscire dalla contraddizione senza che si possa autenticamente uscire da questa stessa. Le vetrine, le luci e lo svago del cinema, di ollivud quanto della postmodernità alla Las Vegas, abbagliano e invadono questi racconti al pari di ciò che accade nei romanzi – per certi versi – di Palahniuk. Qui però, in particolar modo nei più recenti racconti di questo libro, si avverte già quel lato così oscuro tipico del realismo capitalista e della sua relativa edonia depressa da postmodernità avanzata e stanca, maggiormente vicina alla scrittura di Pynchon, Don DeLillo, Oates, Wallace e per certi versi anche dello stesso Thomas Ligotti.

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Degenza

Era entrato in una casa di cura sostenuto da un’urgenza famelica, ma il calo di pressione lo rendeva sgonfio alle estremità, e poco maneggevole tra le braccia degli infermieri. Continuava a depistare diagnosi attraverso repentini miglioramenti. Sparivano i grossi orzaioli sulle palpebre, le macchie gialle sul collo, e i tanti difetti di pronuncia. Con una sciolta loquela proponeva a degenti e primari una possibilità di recupero in alcune cliniche-ombra, situate in zone climaticamente favorevoli di universi paralleli, ma spesso interferenti con il loro in ragione di una percentuale rilevante. “Di qui a qualche anno il cumulo d’interferenza farà sparire dai noi le malattie cardiocircolatorie e intestinali, spostandole su un pianeta gemello”. Più o meno tutte le sue arringhe terminavano con un grosso balzo in avanti simbolico e pratico, sempre in prossimità di finestre. L’infermiere grosso, dall’aria meditabonda di Orson Welles, lo prese sotto la sua ala protettiva, lasciandolo camminare nudo nel laboratorio di analisi. Non destava ancora sospetti la cautela con cui parlava al telefono, in ore regolari del giorno, a facoltosi zii americani. Ma quando comparirono alla porta alcuni trader ammaestrati, tutti si accorsero che sulla schiena il degente volontario aveva tatuato l’andamento di titoli azionari ad alto rischio. Anche l’infermiere meditabondo lo lasciò al suo destino. Si persero le sue tracce sulla tangenziale, quando dirigendosi verso un mucchio di sterpaglie fu nuovamente vittima di una crisi di anonimato.

[andrea inglese, ollivud, 2018]



L’ombra di cui parliamo ovviamente è quella che possiamo legare a stretto giro al ‘sentire’ di questi tempi, a quella tensione tonale-emotiva che già si avvertiva nell’atmosfera politica degli anni scorsi e che solo recentemente ha iniziato a manifestarsi esplicitamente, concretizzandosi attraverso fenomeni come pandemie, guerre, genocidi, repressioni e rappresaglie. Qui è importante comprendere come si sia però passati da un’epoca a un’altra in momenti così ravvicinati temporalmente.

Rispetto a questi passaggi epocali ci si deve infatti rendere conto di come questi cambi d’epoca non siano stati trainati – al pari di quanto accadeva durante il secolo scorso – tramite una più lenta esasperazione di certe sovrastrutture ‘culturali’ e strutture sociali – all’interno di un certo immaginario o inconscio collettivo -, al cui termine ultimo incontriamo manifestazioni di protesta, rivolta, golpe e/o rivoluzione , ma senza che ne venga intaccata la individuale soggettività culturale, sociale, economica. Diversamente, ciò che accade oggi – rispetto a questi passaggi – riguarda più che altro i processi emotivi di significazione e soggettivizzazione emotiva dei singoli (es. i dipendenti d’ufficio vorrebbero non lavorare come lavorano i dipendenti d’ufficio), l’interpretazione stessa che facciamo della realtà (di ciò che esperienziamo in primis emotivamente) e la cui conseguente riproduzione dei rapporti sociali (tra gli individui). Ciò porta inevitabilmente a un’esasperazione e un’isteria collettiva all’interno del campo (Bourdieu, 1982-1983), alimentando in questo modo quel primo principio schizofrenico che gli studi ipermoderni hanno intravisto nei primi anni 2000 (vedi Donnarumma; Fisher).

Quante volte parliamo di un certo politico che si rivolge più alla pancia e delle persone piuttosto che al cervello, al suo cuore, qui inteso figurativamente come quell’insieme di emozioni, cultura e intelletto. Questi passaggi, per essere ben compresi, negli studi socio-culturali vanno oggi indagati a partire quindi da quel famoso sentire qualcosa – sentimenti spazialmente effusi –, dalle sue relative ricadute emotive, proprio-corporee anzitutto.

Perché è solo così che la spazialità emotiva ormai esasperata – dimensione urbana in primis -, nei suoi vincoli situazioni generali quanto specifici (di risposta) – overstimulation, frenesia e isteria -, può essere utile a spiegarci finalmente quando e come il sistema sociale sia stato intaccato da quel famoso discorso schizofrenico proprio anche dell’economia, della socialità e della politica, spingendoci avanti solo nella storia della produzione (capitalistica) e della tecnica. Le Torri Gemelle, la crisi finanziaria del 2007-2008, la pandemia per Covid-19 (Coronavirus Disease), la Russia che riconosce le repubbliche popolari del Donbass, la Guerra Hamas-Israele del 2023 con il suo relativo genocidio e massacro sono solo alcuni degli eventi che hanno mosso intensamente la storia in avanti, più dell’Occidente paradossalmente che di altre macro-aree del mondo.

Perché è qui, nel mezzo di questo movimento, che possiamo ora ragionare anche sul secondo capitolo della trilogia. Con Stralunati (Italo Svevo, 2022), Inglese infatti non solo sembra assorbire questo discorso pienamente ma pare che inserisca nella sua scrittura anche un ragionamento legato a stretto giro alla strana (weird) intrusione di una o più presenze (entità, agenti) all’interno dei vari piani delle narrazioni. Almeno questo è ciò che emerge dalla lettura di questa raccolta di prose, oscillante tra determinate forme di realismo (capitalista) esasperato e altrettante fantasie, in apparenza di stampo kafkiano. Perché certamente contesti e personaggi grotteschi, surreali, assurdi costellano le pagine di questo libro ma se ciò avviene, non vi è nulla che rimandi alla stranezza (weird) che possono per esempio farci delle pecore nel salotto all’interno di un film di Luis Buñuel.

Non si può quindi, in certo senso, rimanere storditi e ancora al contempo divertiti come si dovrebbe. Il weird di Stranulati ci informa infatti di come è avvenuto emotivamente, in questo anni, quel passaggio epocale che ci ha portati dalla dimensione di un postmodernismo pieno (ricco) a quella tipica di un postmodernismo più-che-avanzato, caotico e confusionario, perché stanco e depresso, impoverito quindi di ogni sua capacità di propulsiva di significati, di ogni suo potenziale decluttering di certi valori (anche in chiave ironica).

Se qui si ride, insomma, la risata che ci facciamo è da ricondurre più a una risata nervosa, alla stessa ricaduta emotiva che ci porta a comprendere come l’assurdo di Stralunati non sia così distante dalla realtà. Il punto qui fondamentale è allora comprensibile, ancora una volta, solo nella confusione emotiva in cui Inglese ci trascina da una storia a un’altra. O si accetta questa continua intrusione della stranezza (weirdness) oppure si impazzisce, ci si deprime davanti a questo fin troppo sensato no-sense delle varie storie.

A differenza però di quello che possiamo credere e affermare – attraverso una corretta rielaborazione delle parole di Mark Fisher –, qui non siamo ancora entrati nella fase dell’ipermodernità attuale, non siamo cioè ancora arrivati a farci completamente invadere da quello che potremmo delineare anche come un regime di Capitalist Eerieness (Inquietudine Capitalista).

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Uomini e animali

C’è un gran tramestio di maiali. Entrano, si guardano intorno, si vede, ma proprio si vede che non gliene frega niente, ma si siedono comunque, che poi magari nemmeno sono maiali per davvero, anche se l’aspetto ce l’hanno, è più una metafora o una carnevalata.

Dopo la cerimonia, un po’ troppo corta e secca, si alzano rumorosi, e si vede, ma da subito, che non sono contenti. Sono prontissimi al litigio. Si guardano intorno con facce da maiali. Magari è tutta un’attribuzione a sfondo razzista, è gente per bene, di origine modesta, ma che vive dignitosamente, gente che non ha mai perso la dignità, anche con quei gruzzoletti in banca, con quei soldini nascosti nella credenza, l’orticello comunale, che non gli permette però di risparmiare sulle carote, sui cavolfiori e le zucchine, gente anche gentile, non eccessivamente elegante o atletica, magari sono anche vecchi e in ciabatte, allora questa storia di trattarli da maiali è un’esagerazione. Ma proprio quando ci siamo tutti convinti di questo, che abbiamo trasfigurato la realtà, che è stato il punto di vista satirico, e anche un po’ sadico, che davvero abbiamo mancato di rispetto a gente così dignitosa, quelli si rivelano di nuovo dei porci, si mettono a sputare per terra e fanno scene madri. Le scrofe del gruppo piangono e si strappano i capelli. Gli uomini minacciano gli uscieri. I più risoluti si scacazzano addosso […]

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Uno, anche se ha molta fretta, perché deve produrre una quantità di cose probabilmente molto richieste, e deve convincersi che le ha prodotte bene e in abbondanza, e poi deve correre a convincere gli altri con argomenti imbattibili, o sbandierando insegne con le braccia, o pestando i piedi, come a comporre un ritmo, un allarme sonoro, quell’uno entra subito nel rallentatore, sembra impossibile ma, sotto l’agitazione, o forse intorno, come per via di un etere traslucido e denso, tutto della produzione disperata avviene con troppa calma, senza che nulla sia fatto, con solamente qualche rada lacrima, ma che non scivola, che non cola sull’epidermide, se non grazie alla pazienza dei secoli, delle carni che seccano e sfarinano, e questa violentissima lentezza non è che un effetto istantaneo, una sensazione del tutto transitoria, la frazione probabilmente di un secondo, tra un esercizio e l’altro, nel piano della furia, mentre sbattiamo avanti le gambe e dispieghiamo la voce, e basta questo, l’illusione di una quiete che ci crolla addosso, basta questo senso d’inerzia per stroncarci, ed è senza neppure voltare la testa all’indietro che abbiamo già esaurito le forze e, in ginocchio contro la catasta inerte dei prodotti, cerchiamo di respirare ancora un poco, di goderci l’ultima luce.

[Andrea Inglese, Stralunati, 2022]



Dicevamo all’inizio di quest’articolo: sembra strano ma non lo è, anzi tutto ciò ci appare oggi inquietantemente realistico, possibile. Perché è qui che subentra e si innesta il discorso di Storie di un secolo ulteriore (DeriveApprodi, 2024), nonché quel discorso tra gradi di finzionalità e forme del realismo, ormai perduto per sempre, all’interno di questo nuovo cambio d’epoca.

L’Io tradizionale – inteso come enunciazione di un’introflessione emotiva propria, unica e personale – viene in questo libro sostituito da Io nuovo e diverso – modulatore e traduttore di istanze esterne, un vero e proprio qui-ora-intersoggettivo –, mutando così anche la funzione stessa del pronome personale in qualcosa che è e deve essere inteso solo come una persona valida per chiunque, perché comune a chiunque all’interno di quella data esperienza e narrazione. Una narrazione di cui – tra l’altro – non posso più negare con estrema certezza che non sia per me, lettore, un fatto, un evento o un fenomeno realmente accaduto (perché sempre Virtualmente quanto Realisticamente possibile).

Parafrasando le memetiche regole di internet: se di qualcosa non c’è prova al momento, ci sarà qualcosa (per qualcuno) prima o poi a riguardo. (Ne esisterà poi a un certo punto anche una versione furry.)

Qui, nell’epoca della Nuova Modernità, non possiamo quindi più parlare di autofiction nella misura in cui è ancora possibile distinguere tramite l’enunciazione dell’autore che ciò che stiamo leggendo sia almeno in parte una finzione. Qui iniziamo con Storie di un secolo ulteriore a parlare di un tipo di poesia/prosa/narrazione più vicina a quel realismo viscerale alla Bolaño, a una vera e propria scrittura ipermoderna. Perché vi sono qui, nelle Storie, Eventi Virtuali che possono in certi casi essere più autentici (nei loro effetti) di altrettanti Eventi verificatesi sul piano concreto e materiale delle cose. Non a caso l’elemento strano e alieno (weird) in questo libro rapidamente sparisce, torna così un forte principio di potenzialità realistico- umana.

Su questo stesso principio possiamo quindi intercettare nuovamente un cambio d’epoca, che è quello adesso in corso: siamo in questo senso entrati oggi nella più autentica e atmosferica forma di ipermodernità, un tipo di Nuova Modernità carica – questa volta – anche emotivamente di tutta una sua reale inquietudine (capitalista). Lo ricordiamo ancora una volta: in questo cambio di passo non è più l’Evento o la cultura a muovere l’azione (economica, politica sociale) bensì il sentimento intersoggettivo dipeso dalla tonalità emotiva presente all’interno di un più o meno vasto vincolo situazione, spaziale, atmosferico.

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Storia della sala

Non possiamo entrare nella sala, anche se la sala è deserta. È deserta e interamente bianca, di un bianco avorio su bianco sporco (c’è anche il bianco-neve, e il bianco-lenzuola antiche). Dietro di me spingono, noi siamo tutti davanti alla porta, ma loro sono tutti alle nostre spalle, e hanno sicuramente motivi più impellenti per dilagare nella sala. Non dico che noi si voglia temporeggiare, perché è falso, siamo per altro arrivati per primi, con motivazioni altrettanto precise e urgenti, ma ora vogliamo considerare con attenzione quanto sta accadendo: nonostante la porta spalancata – anzi, manca proprio l’anta della porta (e persino il telaio) – e la vuotezza della sala, il bianco abbagliante che emana da essa ci blocca, impedisce ogni nostro ulteriore passo, e nonostante le spinte di quelli dietro, che continuano ad ammassarsi. Questa bianchezza di suolo e parete, non interrotta da niente, ha sicuramente un effetto pietrificante sui nostri muscoli, e tutto si gioca al livello mentale: non è il vuoto che fa ostacolo, ma la nostra mente terrorizzata dal vuoto, è lei che impedisce i movimenti, perché in quel vuoto fatto di bianco c’è qualcosa d’incerto, tremolante, come frutto della pulsazione luminosa di un tubo al neon guasto, c’è qualcosa che urta, che aggredisce i nervi. Insomma, quel bianco incostante che si irradia dalla sala vuota, biancore forse ospedaliero, forse metafisico, non annuncia nulla di buono. Inoltre, ed è venuto il momento di dirlo, dal centro di quel bianco (centro probabile, poiché è del tutto indistinto dal resto) sorge un rumore cadenzato, come di legno su legno (gioco di bastoni, scontro di mobilio, o semplice battito di tacchi su pianale). Quindi decidiamo di andarcene: è una concertazione rapida, fatta di sguardi e di piccoli gesti, spintarelle contro il torace, pacche leggere sulle spalle. Ci è però impossibile incamminarci nella direzione opposta, per dare finalmente le spalle al vano della porta e al deserto biancore della sala. Tutti gli altri, infatti, bloccano il passaggio, ci spingono lentamente ma inesorabilmente verso la sala, gridano convinti del loro diritto di fargliela pagare a non si sa bene chi. Siccome non siamo entrati nella sala, si sono convinti che il nostro obiettivo è bloccare loro il passo, difendere l’infame personaggio che si tiene indenne all’interno di essa, ma noi vogliamo solo evitare di avere a che fare con quel bianco insopportabile e spaventoso. Non siamo neppure riusciti a girarci, per poter guardare in faccia gli spintonanti, per spiegare loro che saremmo felicissimi di cedere il passo, che ci lascino però un piccolo spazio per sgusciare di lato, e toglierci così dalla soglia della porta, lasciando loro il libero accesso alla sala, dove avvenga poi quel che deve avvenire. Noi ce ne laveremmo ben volentieri le mani, se solo però cessassero di insultarci e darci gran spintoni, tenendoci bloccati con la faccia verso il vano biancheggiante, con i muscoli sempre più contratti, i pensieri sempre più ottusi.

[Andrea Inglese, Storie di un secolo ulteriore, 2024]



Scendendo maggiormente nel particolare filosofico della questione, usciti quindi dallo schema tipicamente postmoderno secondo cui la costruzione del reale può essere, in certi casi, persino intesa come una solo-mente linguistico-informazionale immersa all’interno di un infosfera (Floridi), al pari quindi di una burocratica e antropocenica versione del già ben noto paradigma post-strutturalista del ‘tutto il mondo è segno e linguaggio’ ; compreso infine che oggi ci troviamo in un’epoca basata sul ribaltamento del normale paradigma prospettico percettivo tra Io e ciò che è Altro – da cui ne consegue anche quell’inevitabilmente, disforico rapporto con il nostro Reale –, ciò che ci rimane non è altro che questa nuova iper-realtà neo-moderna.

Un ulteriore passo che possiamo adesso comprendere riguarda lo strano (weird) del postmodernismo avanzato. Notiamo come questo sia ancora incluso all’interno di un discorso che «comincia nel luogo dell’Altro, in quanto lì sorge il primo significante», nei termini in cui ogni rapporto di definizione dell’Altro avviene a partire da un Io che lo pone, che lo determina, che decide e costruisce il suo mondo.
Contrariamente l’effetto emotivo di questa nuova epoca è l’inquietante (eerie). Esso si realizza innanzitutto nella sua dipendenza significante rispetto a un luogo che è (e si manifesta) Altro, Virtuale, in-differenza rispetto a qualcosa, ciò che è insito in primis nelle cose stesse dello spazio e in nessuna di esse in particolare. Il mondo è ribaltato, crediamo Vero ciò che è Virtuale, sostenendo forme vuote di protesta; ciò che riteniamo Virtualmente (folle), i post di Trump generati con l’IA, assume con il tempo realtà. Il mondo dell’Altro ci attraversa così, riproducendo in noi il sistema per come lo si aspetta al pari di come il Capitale riassorbe anche la propria antitesi e i suoi simboli (es. Kurk Cobain). Rimodulando il valore simbolico come merce, le parole stesse (Rossi-Landi), utile a alimentare il mercato di controtendenza. Non vi è modo di affermare differenza (Lefebvre – artefice del ’68) seguendo le logiche del sistema, perché non vi è differenza autentica tra l’Io e ciò che è Altro-da-sé, tutto ci in-traversa e determina secondo logiche che non sono autenticamente nostre. Si è caduti nell’era della “deiezione” heideggeriana, un’era in cui l’uomo diventa una cosa tra le cose, trascinato dalla “chiacchiera”, dalla “curiosità” e dall’equivoco (al pari di quanto già affermano i più famosi Graham e Morton, arrivando però a un pessimismo antropologico).


D’altro canto, ragionando ora su quest’inquietudine (eerieness) pervasiva dell’in-traversamento, non si può che comprendere come questa Nuova Modernità non abbia assunto questa forma a partire da una Realtà basata esclusivamente sui linguaggi e l’inconscio (collettivo), bensì da una realtà, vera e concreta; una realtà che però guarda a-soggettivamente alle significatività prodotte dallo spazio – prescindendo da chi sia colui che enuncia –; una realtà dove, in primis, si realizza l’accadimento inquietante (eerie) in sé, anche al di fuori di colui che percepisce – narra o legge –; una realtà che proprio per questo getta le sue radici in una «soggettività-per-me […] tale che la parola “me” va [oggi] intesa non tanto come pronome quanto come un avverbio (come “qui” e “ora”) che non nomina un oggetto ma, caratterizza un milieu, esattamente come anche con la parola “qui” non ci si riferisce a un oggetto (“il qui”) ma a ciò che è qui, nel milieu della massima vicinanza».

Ciò che leggiamo quindi in questo ultimo libro di Inglese, Storie di un secolo ulteriore, non è che la pura verità del vivere contemporaneo, a prescindere da ciò che il lettore pensa sia vero o meno. Il fatto di accettare o meno la verità oggi dipende esclusivamente dalla volontà di comprendere che ciò a cui assistiamo e che leggiamo è fattualmente possibile in un qualsiasi momento al pari di un lancio di razzo oltreconfine o di un colpo di Stato in un Paese occidentale. Sembra che nulla ormai debba più sorprenderci mentre leggiamo e osserviamo senza nessuna possibilità se non quella di rimanere impressionati, inquietati dall’imprevedibilità che in questo libro, proprio come nella nostra quotidianità, ci attraversa e ci determina, consumandoci nel suo gioco schizofrenico, perché costruito per «fallimenti di presenza» o di «assenza» (Fisher, 2016).

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Storia delle mani in tasca

Mi portano in quel posto orrendo, dove in realtà sto benissimo – sono più gli altri a essere a disagio, persino quelli ben pagati, equipaggiati di dottrina –, perché bisogna discutere seriamente della cosa, la cosa stessa è ovviamente talmente grave, che dopo i politici faranno intervenire anche gli scienziati, avendo i giornalisti già fatto il possibile, con la formulazione dei ritornelli da diffondere ovunque e che s’imprimono nella memoria a lungo termine. Quindi presenteranno dapprima gli slogano semplici, poi le grandi analisi – non per forza chiare e convincenti –, e infine si procederà alle audizioni. E qui siamo tutti coinvolti, noi di poco conto. Gli stronzi per primi. Quelli dalle visioni tagliate con l’accetta, dai princìpi balordi, ma di cemento armato. Poi tutti gli altri: i confusi, gli insicuri, i balbuzienti, i piangina, quelli che con il miagolio nella voce. Comunque io faccio un paio di passi avanti con le mani in tasca. È quasi scandaloso, me ne rendo conto, c’è infatti il borsista degli studi strategici, e l’editrice di punta, persino il drappello di specialisti dell’Intelligenza Artificiale. Tutti disposti dietro al tavolone grigio-fumo. E io di fronte a loro, che faccio altri due passi avanti, sempre con le mani in tasca.

Non c’è veramente nulla di cui gioire: ricordo che una guerra simbolica, la peggiore mai conosciuta dalla specie umana, potrebbe scoppiare qui e oggi. Tutto è ingarbugliato e irrisolto, i corpi soffrono o sono troppo stanchi, e fonti energetiche interne ed esterne sono praticamente esaurite, ma i simboli, quelli, perdurano fino a ora intatti. Li abbiamo ancora in bocca, nella testa, almeno potenzialmente. E raccolti in archivi appositi, circolanti dentro canali sgombri e oliati. Ma se scoppia la guerra simbolica e generalizzata, non ci resterò di vagamente sano, non guastato dal conflitto, dalla spietatezza dei nemici, neppure la parola: «fazzoletto», o «ginocchio». Tutti in realtà già stanno male adesso, anche se siamo in uno stato di pace. Di tristissima pace. Ma potrebbe essere peggio.

Mentre spiegano perché sta avvenendo tutto questo, io mi spingo ancora vanti, altri due passi, e non ho niente da perdere. Loro ce la mettono tutta: proiettano grafici, snocciolano statistiche, fanno ragionamenti ad ampie e molteplici subordinate, raccolgono anni di studi in una sola e tagliente formulazione, elaborano piani facendo leva sulla loro più riconosciuta autorità. E io, in piedi, proprio davanti al lungo tavolo, in attesa dell’audizione, non mi sogno minimamente di sfilarmi le mani dalle tasche. Farò scena muta o qualche battuta puerile, ma come se fossi in vacanza, rilassato di fronte a loro ma come se stessi contemplando gli argini erbosi di un torrente, come se non fossimo agli sgoccioli, come se non dovessi giustificare la mia poco pertinente esistenza.

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Storia di un incontro

Ci ho messo non so quanti anni a capire che stavo arrivando, non è stato facile, perché non credevo che il cammino fosse stabilito, lo sentivo un po’ occasionale, un po’ vago, un po’ improvvisato (inoltre ho fatto tutto da solo, come è ovvio, senza guide illustri o stelle per naviganti da seguire) e invece stavo arrivando là dove, alla fine, avrei dovuto incontrarle, quelle persone che mi aspettavano. Non erano che un gruppo abbastanza ristretto, una percentuale bassissima della popolazione, ma per me era un campione umano significativo, che includeva anche donne, gente più giovane e più vecchia di me, sei o sette persone, ma anche di più. Un gruppo non compatto, per altro, in quanto alcuni erano già arrivati e attendevano da tempo, davvero da troppo tempo, quindi, quando finalmente mi sono avvicinato, anche intontito dal viaggio, con i riflessi abbastanza rallentati, il corredo emotivo come in leggera ibernazione e i passi un po’ strascinati, riluttanti, quelli hanno tagliato la corda, sono partiti senza voltarsi indietro, sicuramente delusi, amareggiati, come se non avessero ripensamenti, ma io non sapevo che erano proprio loro, dopo invece apparve così chiaro, quelli e non altri dovevo incontrare, e non prima e non dopo, e in nessun altro posto fuorché quello: in un quartiere neanche centrale, neanche troppo interessante, con un frastuono di lavori pubblici in sottofondo. Così ne sono rimasti pochi, con i quali almeno ho scambiato qualche parola, ma certamente troppo tardi, anche a causa dei rapporti che avevo instaurato calorosamente con altri, che invece non mi aspettavano, e che in effetti poco o nulla avevano a che fare con me, a parte qualche abbraccio forse affettuoso, ma di sfuggita, quasi per sbaglio, come se poi, addirittura, se ne fossero pentiti. Ma con gli altri, quelli davvero importanti, i quattro o cinque dell’incontro finalmente riuscito, abbiamo passato un certo tempo assieme, uno accanto all’altro con naturalezza, battendo i piedi nel freddo, a guardarci. Una donna giovane, un ragazzo in divisa da lavoro, un signore con pochi capelli in testa, che fumava, e altri due o tre che non ricordo. Abbiamo chiacchierato un poco, un paio di battute riuscite ci hanno fatto persino ridere, ognuno pensava quanto fosse stato bello tutto quel lungo cammino, apparentemente casuale e solitario, e poi invece motivato dal gruppo, e che adesso era giunto a compimento. Certo, eravamo rimasti davvero in pochi, ma almeno potevamo salutarci, prima che l’uno montasse in macchina, l’altra sparisse in un sottopasso e un altro ancora s’incamminasse verso il parco. Io anche dovevo tornare a casa, ma in bicicletta. Non che avessi qualcosa da fare, ma agitai la mano già a cavallo del sellino, già con il piede su uno dei pedali. Dopo una così lunga attesa, era più opportuno lasciarsi di scatto.

[Andrea Inglese, Storie di un secolo ulteriore, 2024]


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Breve Bibliografia

Pierre Bourdieu (1982-1983), Sistema, habitus, campo. Sociologia generale vol. 2, Mimesis, Milano, 2021;

Gilles Deleuze (1968), Differenza e ripetizione, trad. it. a cura di Giuseppe Guglielmi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997;

Raffaele Donnarumma, Ipermodernità: ipotesi per un congedo dal postmoderno, «Allegoria», XXIIII, 64, a cura di Valentina Sestini, G.B. Palumbo & C. Editore, Palermo, 2011, pp.15-50;

Raffaele Donnarumma, Ipermodernità. Dove va la narrativa contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2014;

Roberto Finelli, Marco Gatto, Il dominio dell’esteriore. Filosofia e critica della catastrofe, Rogas, Roma, 2024;

Mark Fisher (2009), Realismo capitalista, NERO, Roma, 2018;

Mark Fisher (2016), The Weird and the Eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, minimum fax, Roma, 2018;

Marco Gatto, L’egemonia della superficie. Per una critica del postmoderno avanzato, Castelvecchi, Roma, 2024;

Andrea Inglese, in In\trevoir | S1E3-4 | Andrea Donaera e Andrea Inglese, «Inverso – Giornale di poesia», 24 settembre 2024;

Fredric Jameson (1989), Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, Fazi Editore, Roma, 2015;

Massimo Recalcati (2011), Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffello Cortina, Milano, 2017;

Massimo Recalcati, Le nuove melanconie. Destini del desiderio nel tempo ipermoderno, Raffaello Cortina, Milano, 2019;

Rocco Ronchi, Gilles Deleuze. Credere nel reale, Feltrinelli, Milano, 2015.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Il rumore è il messaggio, Diaforia, 2023 (Premio Pagliarani 2024). Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Stralunati, Italo Svevo, 2022. Storie di un secolo ulteriore, DeriveApprodi, 2024. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato i volumi collettivi Teoria & poesia, Biblion, 2018 e Maestri Contro. Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi, Biblion, 2024. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.



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