Cinque poesie dalla raccolta poetica di esordio di Beatrice Masini, Dammi per sempre giugno (Molesini editore 2026), con una nota introduttiva di Nadia Terranova.
Spostamenti #204
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
Falena d’autunno
Non credevo potessi farmi pena
spina vivente, piccola falena
arenata su un balcone di città
senza sapere come finirà
questa tua vita minima marrone
illuminata da due punti d’oro.
Cosa fai qui aggrappata resistente
tu che non hai memoria o paragone
che sei solo presente
tu che non pensi niente
ma il freddo che ti assale, la prigione
del tuo corpo di legno e di velluto
quelli li senti. Come foglia
ti disperi, resisti, ti trasformi
di forma e di colore. Non lo sai
e non sarai più tu, però ritornerai.
Stoltezza di fiori
Essere stolti come pratoline
ingannate dal sole di gennaio
attratte verso il cielo di cotone
convinte dell’inizio che è una fine
Vi toccherà bruciare dentro il gelo
il freddo sarà inferno e dannazione
se vi taglia lo stelo e fa poltiglia
della corolla che con tanto orgoglio
ostentavate per profondo sbaglio
Essere incauti come margherite
o fiori di ciliegio anticipato
nel bel tempo vi siete risvegliati
ma l’errore verrà presto pagato
Prendere il sole se l’inverno è duro
credere il sole se l’inverno è chiaro
è l’illusione di chi sta sicuro
e ignora il certo per l’incerto, e va
È una bella sciocchezza da tentare
data l’inesorabile attrattiva
di un’infondata felicità
Certe cose
Quando saremo morti a nessuno mancheremo
semplicemente perché non ci saremo
a chi resta mancherà ciò che eravamo
e non quello che siamo, se non siamo più.
Sarà solo la voce delle cose
a chiamarci quando non ci saremo
A certe cose più forte mancheremo
perché eravamo gli unici a guardarle
gli unici a contemplarne l’esistenza
le cose di cui gli altri possono fare senza
e noi invece no.
Perché ciò che è guardato si trasforma
e lascia a chi lo guarda la sua orma.
E quel che segue è un incompleto elenco
di certe cose a cui io mancherò.
La luce di un cammino di lumaca
come un nastro sul muro,
la fiamma dell’aloe nel suo vaso
il verde sopra il rosa,
e ancora verde e rosa nell’ortensia
che il sole ha prosciugato e non ucciso,
perché l’estate, non aprile, è crudeltà,
è la stagione suprema giustiziera.
Non ha l’impeto ingenuo della primavera
né la rassegnazione dell’autunno:
sua è la spada dell’unno.
Sassi ovali raccolti
solo perché ovali o solo perché sassi
viaggiati lentamente fino a qua
da una qualche remota eternità.
L’aria della cucina appena riordinata,
la federa di lino stropicciata
(perché l’ordine è fratello del disordine
e di entrambi si ha necessità).
Il silenzio appena prima di dormire.
Il silenzio appena prima del rumore.
Il tessuto del legno ripassato a cera,
il rampicante avvolto alla ringhiera
che per natura sa come si fa
e con pazienza piano piano va.
Forse le cose avranno nostalgia
di chi le ha tanto amate
da farle esistere in parola dopo
che il tempo le avrà cancellate:
se non guardate si ritireranno
nel loro essere finché non spariranno
perché nel mondo
ciò che si vede esiste, e il resto niente,
ciò che urla si ascolta, ciò che tace no.
Queste sono le cose a cui mancherò.
(Alle persone no
semplicemente perché non ci sarò.)
A Luigi, mio padre
Quando è stata l’ultima volta
che hai chiuso la porta di casa
e non sapevi
che era l’ultima
che hai bevuto un bicchiere di vino
che hai riso
che hai preso in braccio un bambino
o letto un libro amandolo
uno di quei piccoli blu che ti portavo
nutrendo la tua passione
per mistero e finzione
Siamo le nostre ultime volte
come siamo le prime
è una fortuna che non lo sappiamo
o sciuperemmo tutto con gli addii
Sarcofaghi al museo
Dei cavalieri estinti
nelle bare di pietra
mi commuovono i piedi.
Le dame hanno finito
da tempo di danzare,
rassegnate al riposo.
I cavalieri invece
continuano a marciare
come se li tenesse ancora un poco vivi
quel loro desiderio di scalciare.
Ed è giusto così, a ben pensare
perché quando il respiro se ne va
è la bocca a baciarlo
l’ultima volta e poi lasciarlo andare.
La vita si raffredda e lungo il corpo
cala il silenzio dell’immobilità.
Saranno i piedi gli ultimi a morire
e quei piedi di pietra che lo sanno
segnano il passo dell’eternità.









Rispondi