Beatrice Masini | Dammi per sempre giugno

a cura di

Giovanna Frene

3–5 minuti

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Cinque poesie dalla raccolta poetica di esordio di Beatrice Masini, Dammi per sempre giugno (Molesini editore 2026), con una nota introduttiva di Nadia Terranova.



Spostamenti #204

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



Falena d’autunno


Non credevo potessi farmi pena

spina vivente, piccola falena

arenata su un balcone di città

senza sapere come finirà

questa tua vita minima marrone

illuminata da due punti d’oro.

Cosa fai qui aggrappata resistente

tu che non hai memoria o paragone

che sei solo presente

tu che non pensi niente

ma il freddo che ti assale, la prigione

del tuo corpo di legno e di velluto

quelli li senti. Come foglia

ti disperi, resisti, ti trasformi

di forma e di colore. Non lo sai

e non sarai più tu, però ritornerai.



Stoltezza di fiori


Essere stolti come pratoline

ingannate dal sole di gennaio

attratte verso il cielo di cotone

convinte dell’inizio che è una fine

Vi toccherà bruciare dentro il gelo

il freddo sarà inferno e dannazione

se vi taglia lo stelo e fa poltiglia

della corolla che con tanto orgoglio

ostentavate per profondo sbaglio

Essere incauti come margherite

o fiori di ciliegio anticipato

nel bel tempo vi siete risvegliati

ma l’errore verrà presto pagato

Prendere il sole se l’inverno è duro

credere il sole se l’inverno è chiaro

è l’illusione di chi sta sicuro

e ignora il certo per l’incerto, e va

È una bella sciocchezza da tentare

data l’inesorabile attrattiva

di un’infondata felicità



Certe cose


Quando saremo morti a nessuno mancheremo

semplicemente perché non ci saremo

a chi resta mancherà ciò che eravamo

e non quello che siamo, se non siamo più.

Sarà solo la voce delle cose

a chiamarci quando non ci saremo

A certe cose più forte mancheremo

perché eravamo gli unici a guardarle

gli unici a contemplarne l’esistenza

le cose di cui gli altri possono fare senza

e noi invece no.

Perché ciò che è guardato si trasforma

e lascia a chi lo guarda la sua orma.

E quel che segue è un incompleto elenco

di certe cose a cui io mancherò.

La luce di un cammino di lumaca

come un nastro sul muro,

la fiamma dell’aloe nel suo vaso

il verde sopra il rosa,

e ancora verde e rosa nell’ortensia

che il sole ha prosciugato e non ucciso,

perché l’estate, non aprile, è crudeltà,

è la stagione suprema giustiziera.

Non ha l’impeto ingenuo della primavera

né la rassegnazione dell’autunno:
sua è la spada dell’unno.

Sassi ovali raccolti

solo perché ovali o solo perché sassi

viaggiati lentamente fino a qua

da una qualche remota eternità.

L’aria della cucina appena riordinata,

la federa di lino stropicciata

(perché l’ordine è fratello del disordine

e di entrambi si ha necessità).

Il silenzio appena prima di dormire.

Il silenzio appena prima del rumore.

Il tessuto del legno ripassato a cera,

il rampicante avvolto alla ringhiera

che per natura sa come si fa

e con pazienza piano piano va.

Forse le cose avranno nostalgia

di chi le ha tanto amate

da farle esistere in parola dopo

che il tempo le avrà cancellate:

se non guardate si ritireranno

nel loro essere finché non spariranno

perché nel mondo

ciò che si vede esiste, e il resto niente,

ciò che urla si ascolta, ciò che tace no.

Queste sono le cose a cui mancherò.

(Alle persone no

semplicemente perché non ci sarò.)



A Luigi, mio padre


Quando è stata l’ultima volta

che hai chiuso la porta di casa

e non sapevi

che era l’ultima

che hai bevuto un bicchiere di vino

che hai riso

che hai preso in braccio un bambino

o letto un libro amandolo

uno di quei piccoli blu che ti portavo

nutrendo la tua passione

per mistero e finzione

Siamo le nostre ultime volte
come siamo le prime

è una fortuna che non lo sappiamo

o sciuperemmo tutto con gli addii



Sarcofaghi al museo


Dei cavalieri estinti

nelle bare di pietra

mi commuovono i piedi.

Le dame hanno finito

da tempo di danzare,

rassegnate al riposo.

I cavalieri invece

continuano a marciare

come se li tenesse ancora un poco vivi

quel loro desiderio di scalciare.

Ed è giusto così, a ben pensare

perché quando il respiro se ne va

è la bocca a baciarlo

l’ultima volta e poi lasciarlo andare.

La vita si raffredda e lungo il corpo

cala il silenzio dell’immobilità.

Saranno i piedi gli ultimi a morire

e quei piedi di pietra che lo sanno

segnano il passo dell’eternità.



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