Renata Morresi | La verifica del reale
da Sulle mura del sole (Marcos y Marcos, 2026)
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È innegabile, la scrittura di Morresi è stata sempre caratterizzata da una certa verve ironica e immaginifica, un tipo di approccio alla scrittura che, se vogliamo, ha sempre permesso all’autrice di mettere in giudizio sé (io interno alla poesia) e il suo mondo (l’intorno, contesto sociale e storico), senza ricadere mai nel carattere individuale solispistico, tipico di una certa lirica precedente, quanto nel tratto edonico depresso (M. Fisher) di altre scritture della sua stessa generazione, per affiliazione e corrispondenza, vicine alla sua scrittura.
Con uno stile che potremmo definire “da cavalleria leggera della letteratura” (cit. Niederngasse), un tipo di scrittura che cioè punta per semplicità di linguaggio e scorrevolezza del verso a lasciare nel lettore una certa “buona impressione”, capace persino di ironizzare, in senso post-moderno, sulla tragedia umana, Morresi in quest’ultima opera, Sulle mura del sole (MyM, 2026), ricostruisce per frammenti un perfetto specchio del “momento” (H. Lefebvre) individuale, storico e collettivo che la sua generazione si trova a affrontare nei confronti della realtà odierna. E qui nasce una certa verifica del Reale.
Nella messa in scena (G. Böhme) di varie situazioni (G. Debord), in senso introiezionistico (psicanalitico) più che materiale-concreto-pratico (materialistico), Morresi si trova a tradurre, rendere manifesto, perfettamente tutto quell’ampio ventaglio di emozioni del secolo che lei al pari di ogni altro individuo della sua generazione, davanti al costante approssimarsi del collasso (apocalisse, crisi finale), si trova oggi a vivere.
Suddivise in precise sezioni, rappresentanti determinati campi dell’immaginario, individuale e anche sociale, queste emozioni, rese sintomatologiche attraverso un gioco (ludos dell’atto poetico) con tutto ciò che viaggia nel mezzo – in senso infrapsichico – tra ciò tra ciò che è reale (Marx, Nietzsche), infraordinario, e il pastiche post-strutturalista, si trovano sezionate e raccontate per blocchi.
Procedendo per ordine, troviamo infatti, nella prima parte, la nevroticità della dimensione privata, resa oggi ossessiva, per poter essere conservata, preservata da quel senso di precarietà permanente della vita quotidiana (in senso lavorativo, relazionale, famigliare e sociale), quella specifica sensazione di sentirsi sempre prossimi a un collasso del sistema, a una crisi definitiva che possa portarci a sentirci ed essere senza casa (G. Didino), senza accorgerci di aver già perso, in questo, ogni senso di familiarità con lo spazio abitato soprattutto privatamente. Su questo punto interessanti somiglianze sono riscontrabili anche nelle ultime opere di Severi e Polini.
Successivamente, davanti all’impossibilità di una dimensione interiore sicura, l’attenzione viene a spostarsi verso l’esterno, quello spazio Altro da me (io interno alla poesia), nel senso anche di un tentativo di fuga / nascondimento dalla nevrosi. E qui troviamo, una certa ricerca storico-genealogica delle emozioni, quel tentativo di ricostruzione della generale situazione di un presente (hic et hunc, storico e collettivo) che, solo passando da un stato di osservazione dell’io verso le varie situazioni (anche banali e quotidiane) vissute (per partecipazione diretta o indiretta) può chiarire quanto e come il disagio individuale, del privato, sia comune, conseguenza diretta di un più ampio e dominante disagio della società ipermoderna.
Il dominio è quindi esteriore (R. Finelli, M. Gatto), fuori dal nostro personale controllo.
Morresi a questo punto, richiamando il suo più recente lavoro de La cerimonia (lacollanaisola, 2025), volge lo sguardo dei componimenti in un senso, se non propriamente etico-politico quantomeno civile, centrando la riflessione intorno alle istituzioni, alla diplomazia. Anche quest’ultima svolta però, nella sua messa in scena, non può che volgere verso la consapevolezza di una ‘morte’ del valore transcendentale. Dio è morto ma anche l’individuo (umanismo) non se la passa bene. Sembra che non ci sia più nessuna giustizia che possa salvarci oggi, almeno non a queste condizioni.
In una dicitura troviamo a un certo punto: «un fantasma si aggira per l’Europa: l’Europa». Svuotata quindi dei propri valori e di concretezza, non sembra che la realtà odierna possa offrire una soluzione e/o La cura dalla ferita ipermoderna, anche quando, in certi momenti (nella sezione Baci dall’Italia Centrale), la “distrazione” (sospensione del discorso) di un certo ritorno alla natura (della montagna quanto della campagna) sembri offrire la possibilità di una vita diversa, alternativa (un certo e breve incontro con una forma di vita fuori dal moderno, perché precedente a esso).
Chiaramente ciò non può che essere un tipo di distrazione e non una possibilità di salvezza, perché distante dalla realtà di una dimensione nevrotico-urbana del Capitale che sempre richiamerà all’ordine prefissato, alle regole del gioco nevrotico iniziale che abbiamo richiamato. Davanti a tutto ciò che fare quindi? L’ultima parola in questo libro viene così affidata al caleidoscopio dei trenta parolomanzi su Anna e Zoz. E qui, lasciamo al lettore il compito di ragionare attraverso uno spunto ‘post scriptum’, buona lettura.
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Da Sulle mura del sole (Marcos y Marcos, 2026)
Quando ti metti lì davanti allo specchio tutto quello che nella stanza è alla tua destra, lavatrice, water, bidet, risulta alla sinistra della te-figura nello specchio, e tutto quello che è alla tua sinistra nella stanza, la porta, la vasca, è alla destra nello specchio per la stessa te-figura. Se dovessi voltarti, tutto quello che era a destra, lavatrice, water, bidet, e ora per te è sinistra, nello specchio è rimasto lì a sinistra della te-figura dov’era, e quello che era a sinistra, porta, vasca, e ora è a destra per te, è pure a destra della te-figura proprio come prima. La te-figura che guardava nella stanza prima, mentre tu guardavi nello specchio, guarda ancora nella stanza ora che è dove guardi adesso. C’è un solo verso per lo specchio. Finché vi resti dentro.
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Cantine Leopardi
Partono da sole, verso ovest o verso nord, verso le montagne.
Continuano a camminare. Lasciano Omelas, si addentrano
nell’oscurità e non tornano indietro.
Ursula Le Guin, Quelli che vanno via da Omelas
Loro nell’incessante mondo se ne andarono
Giuliano Mesa, Poesia per un romanzo d’avventura
Gli uomini, cinque, sugli scalini del palazzo comunale
a mezz’ombra, a fumare, una razza lenta
ingombra l’ingresso, stanno lì che c’è il bar,
il più basso la camicia sgargiante,
quello alto bianca e blu, gesticola, parla di soldi,
che non bastano mai, e chi siamo diventati, ridotti così.
Così ridotti, mi allontano, sono sempre più piccoli
Fiori di camicie tra i sampietrini.
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E quando sono scesa io non ricordo le curve
non ricordo le poesie non mi importava niente
di niente non ricordo di aver guidato
deve solo aver visto che c’era una strada e l’ho seguita
senza capire tutte le metafore dietro che facevano
oooh issa oooh issa
(potere non sapere e invece –
arriva sempre la verifica
del reale)
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Romanzo 2
Anna e Zoz si incontrano per caso grazie a. Decidono di rivedersi. La prima volta è a casa di. Poi, anche le altre volte. Per tutta l’ora precedente l’arrivo presunto di – che non ha mai un orario molto preciso – un cuore sobbalza a ogni moto dell’ascensore. Le tende si tendono, la cucina cucina. A volte si comprano alcuni contorni già pronti facendoli passare per fatti in casa, per dare un senso di dedizione e completezza. Per ora la cosa accade due volte a settimana, a scelta. Ma chi ama spera, e sa che dentro quiche mezza bruciata e sbilenca c’è una boccuccia gialla tenera che brama, che un giorno uscirà libera e leggera. Un giorno invece, l’inganno. Chi ha tradito chi? Chi ha fatto il primo passo? Chi ha scelto la location? E, soprattutto, chi ha ordinato il manzo di Kobe in crosta? Qualcuno telefona insistente, qualcuno blocca, chi ha un forte esaurimento nervoso ora racconta a chiunque la sua triste storia, poi incontra qualcun altro. Le rispettive nuove coppie proseguono come in romanzo 1.
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Romanzo 5
Anna e Zoz, figli di soci del Rotary, si incontrano a una cena di beneficenza contro il buonismo. Lei, erede di un imprenditore del mattone, ha studiato management “perché la cultura non dà da mangiare”. Lui, rampollo dell’alta finanza con MBA a LSE, afferma: “la meritocrazia è l’unico valore”. Parlano di Shakespeare: Romeo e Giulietta come esempio di spirito imprenditoriale represso dall’eccessiva regolamentazione. Si amano come due azionisti in fusione. “Il mercato premierà la vostra unione” dichiarano i broker. Poi la recessione, poi il down-grade. Si gettano dal 47° piano, broken.
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Romanzo 14
Anna e Zoz sono due organi interni nello stesso corpo. Lei è cuore, lui è fegato. Lei pompa sangue con passione, lui filtra tossine con dedizione. Ogni tanto si supera il limite: troppo zucchero, troppo alcool. Ma si amano, sanno che senza l’altro organo non ci sarebbe vita. Hanno figli partoriti dal colon. Nipoti dai dotti lacrimali. Un giorno il corpo muore, e con lui Anna e Zoz. Ciò che conta resta, nell’anamnesi medica.
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Romanzo 22
Anna è la Terra.
Zoz il capitale.
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Romanzo 25
Anna parla in endecasillabi. Zoz risponde in modulistica inps. La loro storia si compone a spezzature: Ti amo soltanto in dueplice copia. / Allego con tremore il mio peccato. / Sottoscrivo la luna che m’illude. Ma il funzionario sbaglia i nomi, “Zanna e Ozo”, poi chiude lo sportello. Si muore così, per un refuso.
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Renata Morresi vive tra le Marche e il Veneto, scrive, insegna e traduce, ha pubblicato poesia e saggistica, fa parte della redazione di Nazione Indiana e Le parole e le cose, cura la collana “Lacustrine” per le edizioni di poesia Arcipelago Itaca.
La sua scrittura in versi è raccolta in Terzo Paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone, 2013), Cuore Comune (peQuod, 2010), nelle plaquette La cerimonia (Collana Isola, 2025) e La signora q. (La camera verde, 2013), e in varie altre antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese, spagnola e bengali.
Ha tradotto varie autrici e autori anglo-americani, tra cui Margaret Arwood, Rachel Balu DuPlessis, Robert Lax, Louis Zukofsky. Lavora come ricercatrice di letteratura americana all’Università di Padova.









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