Edoardo Mosiewicz | Il latte dello stato
La linea editoriale
comitato di redazione: Luigi Riccio, Silvia Atzori, Rebecca Garbin, Francesco Ciuffoli
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Con l’uscita alla fine del 2025 de Il latte dello stato di Edoardo Mosiewicz si chiudono i primi due anni di vita anche per Obtorto collo, la collana di poesia che Riccardo Frolloni cura per Industria & letteratura. Per gustosa coincidenza, come nel caso di Due paradisi per Vallecchi Poesia anche qui la concrezione del libro ha il doppio merito di farsi oblò della retrospettiva, e cioè: il punto di convergenza più evidente, e quindi di studio, delle ossessioni programmatiche finora lanciate. Cosa rende coerenti queste raccolte, che principio di coerenza è Frolloni. Un passo indietrissimo, alle prime righe definitorie (a firma di Giulia Martini, ma ci torniamo): «Il latte dello stato di Edoardo Mosiewicz non è un libro di poesia lirica: è un libro che fa poesia lirica, dandosi questa non tanto nell’armonica congiunzione di metri e motivi cari alla tradizione (il lettore non li troverà che in retaggi, come tali trattati), quanto nel radicale disperante desiderio dell’accadimento di un io e del suo discorso. […] Romanzi sommersi, narrazioni non pervenute, […] mondi di fatiscenti personaggi colti nel bel mezzo».
Non staremo a trattare della dialettica tra lirico e non lirico, meno ancora della definizione di lirico. Il punto mi sembra essere un altro, e cioè, ancora una volta, il regime di credibilità e l’orizzonte d’attesa dei testi. Nonostante, in teoria, faccia poesia lirica, la lingua pratica del latte dello stato si nutre in via quasi esclusiva di romanzistica, o comunque di tessuti squisitamente narrativi, come gli adattamenti cinematografici e televisivi: «Il capitano Kurt Krazinsky distolse per pochi istanti lo sguardo / dal gruppo di Itteropteri che stava facendo fuoco su di loro / da circa cinquanta iarde e sollevò il viso di Pàmela / tenendole il mento tra indice e pollice»; «Ehi amico, è tipo wow! Devi stare scherzando, fratello! / Questa è definitivamente la miglior auto che abbia visto oggi, / e il prezzo è, è pazzesco! Un vero affare»; «Quand’ecco che da un finestrino, come fosse una cosa da nulla, / vide una figura avvolta in un cappotto viola. / “Oksana Anatòlyevna! Oksana Anatòlyevna!” gridò Ivàn correndo. / “Ivàn Trofìmovic! Voi qui!?” / “Oksana Anatòlyevna, non avrei potuto fare diversamente», per esempio. Tessuti squisitamente narrativi, sì, ma anche squisitamente dialogici, e le due cose non sono affatto separate. Nell’origliare tutti questi diversi personaggi, e le linee (si legga qui qualcosa di molto più prossimo all’inglese lines) delle loro storie, e qui disposte nelle altre linee tipiche del colpo d’occhio poetico, il rapporto in gioco si dimostra quello con la forma per eccellenza della creazione di realtà e di realismo, però costantemente frustrata, sia nelle realizzazioni che nella cornice contestuale che le permette di funzionare efficacemente: quello con il romanzo, appunto. O meglio, quello con uno specifico modo di intendere il romanzo: il raccontare, in via continuativa, qualcosa a qualcun*, che per patto con chi racconta (e cioè rispettando coerenza ed esattezza, e per virtù dello spazio che si occupa) ci crede, o almeno crede alla sua buonafede. Qualcosa di molto diverso dal principio di credibilità della poesia, dove altre dinamiche permettono a chi legge o ascolta di inserirsi nell’altrimenti impossibile realismo dell’accostamento di materiali incoerenti. C’è però un’altra opzione, ed è la diceria. Il formarsi di coerenze post factum, de-responsabilizzate perché non implicanti l* narrator* e l* narratar* iniziali, attorno alla narrazione interrotta di un testamento, di un fossile: i brani – nel vero senso della parola – del libro funzionano proprio perché, attivando in chi legge la percezione di affidabilità – risposta automatica al colpo d’orecchio o lingua del tessuti narrativi – disinnescano ogni altra obiezione sui loro funzionamenti e sulla loro postura, permettendosi un raddoppio di realismo nel privilegio del romanzo e nell’eccezione della lirica (ma quindi: ecco che si fa, nel pratico, poesia lirica). Non ci si allontana molto dalle dinamiche di passivizzazione che lo zapping televisivo (quindi, altra catena di brani decontestualizzati) produce, e tant’è che già queste erano al centro dell’implosione cannibale della credibilità del romanzo, anche per mano della microforma-racconto, in progetti come Woobinda di Aldo Nove (il primo racconto ha per incipit «Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal». Si chiude poi, paradossalmente senza tagli, così: «Ci versai dentro il Pure & Vegetal, dovevano capire che t»). Avevo detto che ci sarei tornato, e appunto: non è un caso l’opera critica di un’altra voce molto prossima a questi ambienti – quella di Giulia Martini – si concentri proprio sulla rappresentazione in poesia delle dinamiche di potere (e del potere dell’orizzonte d’attesa) tra autor* e pubblico.
Già da sola, quest’attenzione sugli effetti pratici del dire qualcosa all’altr*, ovvero sul rischio etico che qualcosa sia o non sia vero, sulla responsabilità dell’essere a prescindere credibil* (che è poi la natura forte delle forme più stereotipate di narrator* e di Io-lirico), sarebbe una buona chiave di lettura anche per tutta Obtorto collo: e del resto di giocoforza introiettati si parla. La Babajaga di Gaia Giovagnoli (2023) – già soggetto di diceria di per sé – viveva del resto «nel regno dei gusci vivi / queste sue poche cose le obbediscono e la sostengono. / In alcune storie, però, le diventano infedeli e / si rivoltano»; la preoccupazione maggiore di Un giorno di festa di Matteo Tasca (2024) era il rendere atto proprio delle responsabilità dell’Io nel razionalizzare (e narrativizzare) la violenza, il trauma, l’altra coerenza post factum che ci si crea col sogno (altra assieme a quella più tipica: il testamento, come nella raccolta eponima di Adele Bardazzi, uscita nel 2025); quella di Federica Defendenti in TLC era la pratica della formazione del Tu per cura verbale dell’Io, per voyeurismo di lingua. Manca, però, un dettaglio: quale sia adesso, effettivamente, l’orizzonte d’attesa attorno alla narrazione. Che giocoforza si introietti, e introietti davvero se nessuno di questi libri è riconoscibilmente almeno un romanzo in versi, anzi. La risposta, proprio dopo l’anestetizzazione dello zapping narrativo, sta nell’«esercizio dell’io» della seconda parte del Latte: «Sono stato io a sparare a Luigi Tenco», ad esempio. La risposta – ed è una risposta anche di mercato – è l’autofiction. La torsione della diceria per cui gli effetti di credibilità sul Tu sono, in teoria, effetti sull’Io (ma è al mondo dell’Io che il Tu crede, in effetti). È lo stesso grilletto che, proprio per forza accumulata nel tempo dal mezzo, fa sì che ci sia chi crede davvero che siano successe, e così, le avventure rumene al centro di Amigdala (Aragno, 2024) di Frolloni (ma il discorso varrebbe, ad esempio, anche per la sezione su Chernobyl in Eucariota di Nibali). E forse, a quel punto, lo sono sul serio, e Mosiewicz ci ha detto la verità su Tenco solo perchè adesso è tutto in prescrizione. Ma, pure, non è che ridurre la questione ai suoi minimi termini, se è un fare del discorso al Tu – quello lirico, quello narrativo -, un grilletto a colpo di cervello, pre-razionale, pre-obiezioni, è proprio un’amigdala, il meccanismo di coerenza alla base.
da Il latte dello stato (Industria & letteratura, 2025)
«Il Mondo come lo vedi è frutto di un inganno,
poco sappiamo dell’epoca precedente, quasi ogni traccia
si è persa che predatava l’Istituzione. Mio Dio,
forse siamo parte di un processo più grande,
siamo nati da una bocca luminosa.
Devo vedere ancora oltre,
sentire il suono dell’ultima campana:
da qualche parte c’è un nettare da bere
che dà la vita eterna ed una pietra.
Bisogna combattere, uscire dalle Mura»
+ + +
«All’apice della collina, dove la strada gira,
ci fecimo trovare impreparati. Fu un giorno
d’inferno nei bunker: le macule erano ovunque,
non si trovava più Gabriele. Che vita attendersi, allora?
Tutti i segnali erano stati decriptati e le bombe
tracciavano i grandi solchi nell’aria, per me
c’era una metafora, ma come ti dicevo
non esisteva ormai un codice, si stava come i cani
e gli uccelli. Vittoria lo disse “Sento
che non rivedrò casa”. Un raggio verde
la investì che scuotevo ancora la testa.
Non so tuttora che voglia dire.
Forse non so di cosa parlo, forse
è bello almeno che voglia ancora capirlo»
+ + +
«Passata l’ultima città rimasero i campi
e le fattorie. I contadini
erano piuttosto tranquilli, come non vedessero oltre le loro porte di legno
l’orizzonte rosso ogni sera, forse
dentro una diversa concezione della vita.
“Voi scappate a Est, loro scappano a Ovest,
per noi non fa differenza. I nostri campi sono inermi,
i nostri mulini girano in un cielo di temporale,
le nostre bestie odorano l’aria e non sanno pensare oltre
[la loro estinzione.
Come fanno gli uccelli nel cielo della sera
a capire quando è ora di partire?
Verranno forse a chiederci conto della nostra posizione,
ma noi non ragioniamo del domani”. Avevo queste idee in testa.
Ma la speranza era ovviamente quella di passare tra le maglie
dell’esercito in ritirata, forse ricontattare Giulio,
ricompattarsi e poi vedere»
+ + +
«Cominciò a manifestarsi negli operai agricoli,
con segni di squilibrio e una bocca aperta sui campi di grano,
sull’oro del mondo. Difficile da rilevare
finché un effetto a cascata nel giro
di poche settimane portava a danni irreparabili all’encefalo.
Il misfolding aveva tratti diversi
di efficienza, discrezione, semplicità: tutti
potevano già averlo. Mutazione casuale nel regno vegetale,
l’incubazione poteva essere durata un anno.
Da qualche parte, forse in Francia, una
coppia sta conversando in un dehors:
dai gesti delle mani, dalle espressioni
danno segnali della loro commozione. Poi lui
dice frasi sconnesse nella sua lingua, il braccio trema:
cade dalla sedia con un’espressione idiota
e una nuvola gli passa sopra.
Alla conferenza di New York parlò
il professor Goldstein:
“Il terrore dei prioni è il terrore atavico
di fronte all’ordine meccanico del mondo.
Se nel batterio, fungo, o persino nel virus
si trovano le vestigia o gli indizi dell’intenzione,
e può intenerire la chemiotassi e il flagello,
il prione non si presta ad alcuna forma di antropomorfizzazione:
esso non interagisce con gli enzimi,
ed è nemico della vita pur essendo alla vita liminare.
Cancro astratto, assoluto, mercurio moltiplicabile,
primitivo e semplice agente entropico
unito qui sommamente all’orrore del contagio”
Spighe di grano oscillano nel vento, il cielo è
nero d’acqua e vento, un topo cade
morto tra le formiche, queste tentano
il corpo con bocche incerte, i feromoni
non sono più una guida sicura,
i feromoni vagano abbandonati e ormai soli.
Il presidente batte i pugni sul tavolo.
“Non mi interessa come, dannazione:
trovate una cura per quella fottuta
proteina”.
Finita l’era della concorrenza, le grandi aziende del mondo
insieme creano l’AI più potente mai esistita:
la chiamano l’Oracolo: gli chiedono
una risposta. Dalla sua torre argentea,
dove i misteri della fisica quantistica sono piegati alla computazione,
finalmente compresi e domi,
per quaranta giorni e quaranta notti
l’Oracolo è chiuso in meditazione.
Completa il calcolo: produce l’immagine di una farfalla.
Allora si mandarono le sonde nello spazio,
si incisero nelle montagne i nomi, i giorni, le gesta:
preparammo la Terra per il dopo,
per gli esseri senza un sistema nervoso.
Ognuno lo visse a modo suo, ormai compresi
da una regola più generale, compiuti,
belli nei nostri gesti ultimi»
+ + +
«Va in banca, ama o corre, oppure
vorrebbe essere nannato.
I nomi sono numerosi e non suoi:
egli sente in modo definitivo il suo essere adulto
come qualcosa di terrificante. I nomi
ha letto su libri, ha letto le idee
che ora sono sue e non sue.
Pensa: “Bisogna dimenticare”.
Pensa: “Mi hanno mentito sugli esiti di questo percorso”.
Ma scopre del sollievo nella corsa,
di pomeriggio accoltella i libri di filosofia
e trova l’espiazione, il pensiero magico»
+ + +
«Matite appuntite, penne al gel che hanno un tratto
piacevolissimo, una ergonomicità superiore,
e poi le stilografiche. Un uomo guarda da una finestra,
è in piedi di spalle, il suo profumo si mescola all’odore
di una sigaretta che ha spento poco fa. Giallissima
è la luce sugli oggetti di cancelleria e i fogli sul tavolo
di questo notaio del centro di
Roma. Quelli in ritardo hanno vergogna,
potrebbe dire qualcuno.
Il caffè offerto, le piacevolezze,
le carezze della legge e del censo
mentre si stringe nella mano una matita
per prendere appunti o una penna
per scrivere il proprio nome per esteso.
Una matassa da sbrogliare
è ciò a cui tutti stanno pensando,
pensa Marco, e non pensano alla morte,
alla luce su Roma che è
di quando l’agone è consumato
e gli ingegneri, gli imprenditori,
si voltano indietro, dicono
che è stato bello»
+ + +
«Sono stato io a sparare a Luigi Tenco: non c’era sotto niente,
solo un litigio osceno di cui tacere i dettagli.
Dopo averlo fatto tornai al mio paese
e mi sposai. Ho lavorato in banca
e uscivo presto, per passeggiare nella luce.
Ho avuto la casa al mare, e ci ho portato
i miei figli tutte le estati. Ho amato il vento
sulla pelle umida, il bruciore del vino,
i disegni dei miei figli appesi dietro la scrivania,
che ingiallirono. Tradii mia moglie
poco e glielo dissi: litigavamo e pensammo
entrambi che faceva parte della vita, che stavamo vivendo.
Ho avuto il portico sulle colline, la noia e le foreste,
il fresco dei campi, e guidare.
La tomba di mia moglie non ha foto,
così da uomo semplice che sono
posso immaginarmi che mi aspetti
col sorriso e il suo vestito bianco, e la luce da dietro,
a trent’anni»
+ + +
«Amo i muri, le mura, i muri, le finestre.
Stare presso un muro di casa, nella notte.
Un terra-cielo tutto tuo nella notte,
di presso da un muro che separa il dentro e il fuori.
Dentro il muro, il mattone, il tamponamento,
il cappotto e quant’altro, posto
negli anni addietro da un muratore.
Ora il muro esiste, fuori è notte, è probabilmente più freddo.
Si può aprire la finestra, essere più vicini
ancora al fuori, senza esserlo. Si può
giocare che fuori non si può uscire fino al giorno nuovo,
che fuori non si sa che cosa c’è,
ma si può guardare dalla finestra
e stare vicino al muro. Il muro è fragile,
ma duro. È una barriera. Io amo starvi vicino»
Edoardo Mosiewicz è nato a Milano nel 1994. In ambito accademico si è occupato di filologia latina medievale, pubblicando le sue ricerche su «E codicibus» e «Filologia mediolatina» (SISMEL). È autore del libro di poesia La somma dei sensi (Italic pequod 2019) e suoi testi sono comparsi sulla rivista «Poesia» (Crocetti 2024) e su «Inverso». Attualmente gestisce una azienda agricola.
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