In\trevoir | S1E1-2 | Riccardo Frolloni e Gilda Policastro |

a cura di

Francesco Ciuffoli

20–30 minuti

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in copertina Jon Rafman, Nine eyes of Google Street View (58, Lungomare 9 Maggio, Bari, Apuglia, Italia, 2009)

il ritratto di Riccardo Frolloni è stato realizzato da Dino Ignani



In\trevoir | Stagione 1: Vivere in tempi strani.

Interventi poetici intorno al discorso sul presente.



Quanto più si va verso le forme di produzione culturale in cui si discute il mondo sociale, tanto più è visibile il conflitto interno nei mondi della produzione culturale che ha per posta in gioco la lotta sul principio della legittima valutazione.

[Pierre Bourdieu, Lezioni, Sistema, Habitus, Campo]



Dopo una lunga pausa, eccoci finalmente tornati con il primo episodio della rubrica In\trevoir1. In fondo, Intravedere significa tenere di conto di tutto questo: vedere indistintamente o di sfuggita, e per lo più in lontananza, specialmente quando c’è scarsa visibilità e gli oggetti si mescolano e confondono tra gli altri; intuire nella nebbia le figure che si celano dietro le sagome e le ombre del presente e che sappiamo essere lì al pari di un oggetto o di una presenza ben definita; intuire, in questo senso, anche di cose future, di ciò che sta al vertice dell’orizzonte e che stenta ancora a palesarsi, a manifestarsi nella sua interezza, a mostrare il suo reale e inquietante aspetto.


In\trevoir significa, in questo senso, anche hauntologia, cioè il tentativo di mettere in luce ciò che è solo intuibile tra le ombre e le ceneri di questo pianeta; esprimere l’inesprimibile, azzardando; fornire una lettura dell’esperienza odierna a partire dalla letteratura che viene prodotta, unica fonte insieme all’arte, capace di manifestare gli stati di cose, la produzione in atto all’interno del campo e dell’habitus di un’epoca; anticipare prima del tempo quella sempre tardiva ricezione del sapere rispetto alle condizioni del presente.


In\trevoir è quindi un’indagine, una ricerca antropologia, una raccolta di testimonianze, una forma di resistenza a partire da quei luoghi inesplorati o ignorati da quelli che Bourdieu chiamava gatekeepers [guardiani] e go-betweener [intermediari]. Una ricerca per un certo senso sicuramente in-fondata ma che tenta ugualmente di rispondere alla domanda «la sociologia è qualcosa che distrugge il piacere letterario?» ribaltandone il paradigma. In questo senso, può quindi il piacere letterario, la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa come studio e analisi dei fenomeni di un’epoca?


Dobbiamo far funzionare le analisi teoriche nella pratica: l’habitus è l’aspetto del capitale incorporato. Ma ciò che è incorporato, come tutti sanno, non è facile da strappar via: una grande differenza tra capitale culturale e capitale economico è che, essendo incorporato (come il capitale linguistico), il capitale culturale fa corpo con il suo portatore. Come è, in un certo senso, incollato sulla pelle di chi lo indossa, questo capitale sarà un ostacolo vivente di tutti i tempi della lotta per ottenere il rendimento massimo del capitale. [Bourdieu, 1983]


«après nous, le déluge!». E che sia nostro, in questo,

l’impegno di calare per primi in mare le scialuppe.


  1. Entreabrir, entre oscuro (Cervantes, loc. cit. qui dietro, p. 588) e simili (vedi il dizionario spagnuolo in entre…) aggiungasi al detto altrove dell’antico uso d’inter per fere ec., conservato ne’ volgari moderni. Cosí in francese entrevoir ec. ec. (16 luglio 1824). [Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, p. 4113] ↩︎




Il format prevede 3 domande di apertura, 10 domande su temi culturali e sociali, giusto perché il 13 è il numero da evitare e da guardare con diffidenza. Ogni stagione inoltre sarà composta dall’intervento di 14 poeti, 7 poeti ‘giovani’ a cui si affiancano 7 poeti già entrati nel canone, al fine di evidenziare le similitudini e le differenze generazionali rispetto a questo strano e inquietante mondo che pare ci spetti abitare quest’oggi. L’intervista sarà inoltre arricchita da un brano musicale di apertura, diversi scatti ‘rubati’ dalla serie Nine Eyes of Google Street View dell’artista Jon Rafman, nonché alcuni testi in chiusura degli autori intervistati.

Nell’episodio #0 di Vivere in tempi strani abbiamo chiesto a Gianluca Didino di fare il punto a distanza di quattro anni dall’uscita di ‘Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani’ (minimum fax, 2020). Qui il suo intervento.

Nell’episodio #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.
Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.
Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui l’intervista.
Nell’episodio #7 e #8 sono intervenuti Demetrio Marra e Simona Menicocci. Qui l’intervista.
Nell’episodio #9 e #10 sono intervenuti Diletta D’Angelo e Vincenzo Ostuni. Qui l’intervista.
Nell’episodio #11 e #12 sono intervenuti Riccardo Socci e Giovanna Frene. Qui l’intervista.
Nell’episodio #13 e #14 sono intervenuti Edoardo Occhionero e Sara Ventroni. Qui l’intervista.




#1 | Riccardo Frolloni | Fare bene, fare buona letteratura


Con In\trevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Riccardo:






Riccardo Frolloni nasce a Macerata nel ’93. Docente, poeta e traduttore, ha pubblicato ‘Corpo striato’ (Industria & Letteratura, 2021) e curato le traduzioni italiane di Ron Padgett e Richard Harrison. È presidente e fondatore dell’associazione ‘Lo Spazio Letterario’, dirige la collana ‘Obtorto collo’ per la casa editrice Industria & Letteratura e fa parte della redazione della rivista musicale ‘ImpattoSonoro’. Molto recentemente è uscita dopo alcuni anni la sua nuova raccolta poetica ‘Amigdala’ (Nino Aragno Editore, 2024).




Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?

Riccardo: No.

Inverso: Perfetto. In\trevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?

Riccardo: Sul divano, direi di sì.

Inverso: Prima di iniziare, come stai?

Riccardo: Benone, felicemente stanco.

Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.

Riccardo: Sono stato al Salone ed è sempre il solito delirio. Da domani invece inizio a girare per il libro, Treviso, Siena, la Puglia, forse Matera, Perugia, Grosseto, le mie Marche, e poi si vedrà. Passo a trovare amici, il libro è una scusa, quindi andrà bene in ogni caso.

Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?

Riccardo: Non ci capisco niente di quello che mi accade intorno, vivo in una bolla protetta, fatta di libri, di persone di sinistra, che non rappresentano per nulla la nostra epoca, di giovani, “logorati dalla lotta, e più che dalla lotta, dalla sua mancanza umiliante”. Mi sento un cavernicolo, credo nell’azione e spero di incidere le cose facendole. Da un lato mi sembra un’epoca effervescente per noi privilegiati occidentali, dall’altro mi pare sia sempre più precaria la vita e in pericolo.

Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?

Riccardo: Certo che c’è differenza. Sia tra nord e sud, sia tra Italia e altri Paese d’Europa e non solo. Parlando di poesia, che è l’unico ambito in cui mi sento di poter dire qualcosa, ci sono Paesi (tipo Regno Unito o Germania o Polonia) dove c’è ancora la possibilità di avere un peso sociale e culturale come poeta, in Italia non è più così, sia a nord che a sud, dove la bolla è minima. Il sud è svantaggiato perché è la bolla della bolla, come d’altronde in tutto, purtroppo.

Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?

Riccardo: Ti direi di sì, ma ho davvero tanta confusione a riguardo, non riesco a generalizzare, ho una visione così parziale e minima, così poco informata, così periferica.

Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?

Riccardo: Ma no, non è che sono iniziati ora i conflitti, ci sono sempre stati, e la frattura è umana, leopardianamente parlando. Pandemie e guerre sono conseguenze di percorsi umani, tragici perché manipolati da interessi, perché polarizzanti e mai concilianti.

Inverso: La rubrica di In\trevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?

Riccardo: Il dialogo è tutto, ma reale, dialettico e conflittuale, non virtuale e social. Mi piace di più cercare di fare cultura facendo, aggregando, confrontandomi sul campo con le forze in azione (sociali, economiche, istituzionali, ideologiche, ecc.), anche e soprattutto sbagliando, ripensando, accogliendo il nuovo. Direi che non sta benissimo di salute della cultura italiana, se pensiamo che c’è Sangiuliano come Ministro della Cultura, e uno Sgarbi a piede libero e molti altri amici suoi. A Bologna, governo di centro-sinistra, moltissimi centri sociali sono stati smantellati, anche storici, tipo l’XM24. Poi certo, c’è tanta cultura carbonara, tantissime microbolle interessanti, tanta gente che lotta e lotta bene. E’ sempre più difficile costruire che distruggere.

Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?

Riccardo: No. Probabilmente sono limitato, ma mi sembra che la letteratura sia vorace di temi, e le questioni non mancano, ma la letteratura fa un lavoro minimo nel concreto, pochissime persone davvero leggono, tanto meno scritture complesse. Se invece il discorso è tra intellettuali, magari allora sì, aiuta a creare sfaccettature al pensiero. Ma davvero gli intellettuali vogliono crescere? O interessa una vetrina? Quanto davvero ci spendiamo per gli altri scrivendo e non solo per noi stessi? Quanto siamo intellettuali per noi o per gli altri? Boh.

Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?

Riccardo: Può provare a fare bene, fare buona letteratura e buona poesia, che resista intanto al tempo, che sia condivisa e sostenuta. E’ difficilissimo condividere davvero e sostenere. L’arte aiuta, non salva nessuno, ma un aiuto è tanto oggi, in questa disperazione. Per il resto: nessun ruolo, se non la resistenza.

Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?

Riccardo: Ma la letteratura non rappresenta un atto necessario. La letteratura fa quello che è necessario per la sua arte, per la sua logica e esistenza. Mi sembra che “Il partigiano Johnny” sia il miglior libro sulla Resistenza, uscito vent’anni dopo la Resistenza: non è stato un atto necessario, un bisogno impellente, ma è stato l’atto artistico a dare finalmente voce, che ha trasformato la testimonianza in simbolo, in immaginario. Possiamo davvero raccontare la pandemia? Sono state pubblicate poesie e fanno tutte pena. La guerra in Ucraina o a Gaza? Dobbiamo scrivere dei meme? Può darsi, ma come? O dobbiamo semplicemente scrivere e basta, di quello che ci muove? Mi pare, ma forse sarò un po’ bacchettone e fuori tempo massimo, che si goda molto, come in un onanismo, dei temi. Ho letto da poco una plaquettina di Massimo Palma uscita per Edizioni Volatili dal titolo “La conta” e parla della morte di George Floyde”. E’ un libriccino bellissimo, ma chiaramente non può avere nessun senso ritrovare nel tema la bellezza del libro, casomai è il tema che prende voce, risuona, canta, a partire dalla bellezza della poesia, dal verso, dalla narrazione. Non capiresti molto dell’oggi, non sarebbe un atto altrettanto necessario, se leggessimo un bel canzoniere d’amore? Spero di leggerne presto.

Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che, secondo te, possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.




Da Amigdala (Nino Aragno, 2024):

+ + +

Ho imparato a interpretare i gesti, i contesti,
quando è più facile dire di sì, ché dire di no
necessita una spiegazione, troppo complicata,
ma quando dire di sì non è possibile, allora si sfruttano
gli impliciti, il linguaggio preverbale, si dice tutto
nel non-detto, nell’accennato, si parla col corpo,
con i toni, le pause, i silenzi, i riferimenti, i simboli,
sostanzialmente, si torna a un lessico animale.

Imparare questo significa imparare a leggere le foglie
della Sibilla sparpagliate al vento, che hanno un significato
se allineate in una certa sequenza, e il suo contrario
se combinate diversamente.
                                                   Per proteggermi,
evitava certa simbologia, preferiva non parlare,

o girava intorno alle cose facendo voli assurdi,
tanto assurdi, che sembravano normali.

+ + +

Ancora una volta a spaventare è l’ignoto, l’imprevedibilità del divenire a cui si contrappone la fuga ristoratrice nelle stereotipie, il rifugio in atti eseguiti con pignola esattezza nelle identiche sequenze, ecco il controllo.

Mi invento, faccio finta di avere una malattia, uno sport per anni, di aver letto
centomila libri, scrivo una storia verosimile e ci credo. Resta l’ombra,
sbuca di colpo mentre cammini, una musica di pianoforte sentita una volta
nella colonna sonora di un film sul sogno infinito, mi sorprende
a guardarmi i piedi o gli sguardi per un attimo tristi di qualcuno, e così invento,

geometricamente organizzo le fila, incasello la riga, creo metriche comprensive
di molte vite, la narrazione mitica, la finzione letteraria e il canto, il montaggio
dei frammenti, l’archeologia delle storie accennate a creare costellazioni e così il tempo

ordinato per capitoli e il potere del demiurgo, la rimozione controllata, fuga
e combattimento insieme del pericolo.

L’intero atto dello scrivere sta nella resa di un’assenza, nel suo possesso e riproduzione tecnica, come in amore si confonde spesso la condivisione con la proprietà e dunque il controllo. L’autore tenta il plagio, manipola l’opera affinché questa possa essere sorvegliabile, così il pazzo d’amore sviluppa tecniche di vigilanza adatte alla coppia, indirizza gli umori.

+ + +

Quello di muovere migliaia di tonnellate su rotaie potrebbe sembrare un’impresa fantascientifica, ma in realtà è una cosa possibile, seppur poco frequente. In Italia, ad esempio, il primo e unico edificio a essere stato spostato è stata una torre del cinquecento a Palo del Colle, in Puglia. Questa pratica è invece piuttosto consueta nei paesi dell’Est. Emmanuel Ghendel, ingegnere sovietico di origini tedesche, già nel millenovecentotrentasei, ha spostato ventisei edifici sulla Gorky, una delle strade principali di Mosca, e nel trentanove, in una sola notte, è riuscito a spostare il grande complesso di Savvinsky di ventitremila tonnellate. Emulo di Ghendel, l’ingegnere civile Eugeniu Iordanescu, viene ricordato come “il salvatore di chiese”. In tutta la sua vita ha mosso ventitré edifici, di cui, appunto, dodici chiese. Dopo il terremoto del millenovecentosettantasette, Ceaușescu ha richiesto un’indagine sismica per individuare la zona più sicura per erigere il suo quartier generale, e venne individuato il quartiere di Uranus, Sfanta Vineri, dove oggi si trova Casa Poporului. Ha deciso così di demolire un’intera collina abitata da quaranta mila persone, con chiese, ospedali, sinagoghe. Allora Iordanescu convinse il dittatore che sarebbe stato più economico spostare le chiese che non distruggerle. E così il venticinque giugno dell’ottantadue la rivista Flacara riporta il seguente titolo: Un monumento attraversa il viale. La piccola chiesa ortodossa Schitul Macilor del settecento venne traslata di duecentoquaranta metri. La tecnica usata era quella di scavare sotto la struttura, creare un grande supporto di cemento armato e questo, una volta sollevato, veniva posizionato su rotaie. Ovviamente, come racconta lo stesso Iordanescu per il Guardian, si trattava di una Romania comunista e isolata dal resto del mondo. Un intero condominio è stato spostato con tutti gli inquilini dentro, come dimostra questo simpatico video che vede lo stesso Ceaușescu assistere allo spettacolo. Per realizzare il Boulevard Transilvania, era necessario abbattere un condominio di ottanta appartamenti. Il tempo necessario per far viaggiare il blocco è stato di cinque ore e quaranta minuti, durante i quali gli abitanti hanno assistito dai balconi delle loro case.




#2 | Gilda Policastro | Non c’è verso di uscire dalla contraddizione


Con In\trevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Gilda:






Gilda Policastro ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi ‘Il farmaco’ (Fandango, 2010), ‘Cella’ (Marsilio, 2015), ‘La parte di Malvasia’ (La Nave di Teseo, 2021) e i libri di poesia ‘Non come vita’ (Aragno, 2013), ‘Inattuali’ (Transeuropa, 2016) e ‘La distinzione’ (Giulio Perrone, 2023). Docente di Letteratura italiana, collabora con l’Accademia di scrittura creativa Molly Bloom di Roma e coi siti culturali Le parole e le cose. Letteratura e realtà e Snaporaz. Ha pubblicato saggi dedicati ad autori contemporanei, tra i quali ‘L’ultima poesia: scritture anomale e mutazioni di genere dal secondo Novecento a oggi’ (Mimesis, 2021). È uscito recentissimamente il suo ultimo libro ‘La ragnatela’ (hopefulmonster, 2024).




Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?


Gilda: Che più che scrivere avrei voluto danzare. Ma ho un illustre precedente, tra i poeti, quindi possiamo ometterlo.


Inverso: Perfetto. In\trevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?


Gilda: Non del tutto. Devo preparare un intervento per un convegno che si tiene tra quattro giorni. Ho solo il titolo, inviato al coordinatore del panel mesi fa: Il Mediterraneo nel “classicismo progressista” di Antonella Anedda: da Saffo a Hölderlin, vatti a ricordare perché.


Inverso: Prima di iniziare, come stai?


Gilda: Come sopra, agitata.


Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.


Gilda: In effetti sì, ho avuto un agosto di dromomania, avevo accettato più inviti rispetto alle mie forze. Un agosto partito a fine luglio con una presentazione in Puglia, ospite di una libreria che festeggiava i vent’anni di attività. Una sera ho cenato con gli organizzatori in una piazza che pare sia stata ristrutturata secondo l’impianto originario, ma non c’era più un albero, tutti eradicati nonostante le proteste dei cittadini. Mi ha molto colpito questa ostinazione nel recupero, a dispetto della funzionalità. Mio padre, che era un ingegnere, avrebbe detto che sono ossessioni da architetti, l’abbellimento a scapito dell’utile. Poi sono andata a Palmi, anzi a Melicuccà, a una grande festa della poesia, organizzata immagino con enorme fatica da Aldo Nove in un posto impervio e ossimoricamente ospitale. È stata un’esperienza difficile, non stavo bene fisicamente, piccoli acciacchi che però mi impedivano di essere performante:  i locali si sono molto prodigati, il conducente della navetta incaricata di scarrozzare i poeti da un luogo all’altro un pomeriggio di sole soffocante mi ha scortata fino a una spiaggetta impervia ma bellissima per accontentare il mio desiderio ardente di avere un contatto col mare. Si può dire di questa mia estate in giro (dopo la Puglia e la Calabria, la Basilicata, la Toscana e infine la Sicilia) che abbia confermato quel che so da sempre: di fronte ai piccoli e grandi problemi dell’esistenza, gli estranei sono molto più solerti delle persone più prossime. Nell’ultimo viaggio la compagnia aerea ha smarrito la mia valigia e la persona più solidale che ho trovato è stato un finanziare che si è commosso di fronte alla mia disperazione, mentre i miei familiari erano comprensibilmente preoccupati ma anche un po’ irritati dalla mia paralisi aeroportuale, ovvero lo choc che aveva fatto seguito alla mancata consegna del mio bagaglio al nastro. Ma di questo parlerò, forse, in un racconto.


Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?


Gilda: Di mutazione: sta cambiando tutto in tempi incontrollabili. Ci possiamo muovere in un paese straniero interpellando chatgpt sui posti da vedere e chiedendogli un piano razionale di spostamento, cosa che fino a un paio d’anni fa avrebbe richiesto un’accurata ricerca tra siti di viaggi e una decina d’anni fa una lunga sessione in agenzia. Possiamo non essere minimamente preparati sulla lingua, sugli usi e costumi di una nazione e abbiamo comunque la possibilità di cavarcela. Questo è uno dei tanti mutamenti intercorsi con internet, quello più legato alla possibilità di vedere il mondo, come diceva Leopardi (mio desiderio di vedere il mondo, per la precisione, da parte di uno che fece sa solo lui qual fatica a scapparsene da Recanati). 


Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?


Gilda: Confrontandomi con un’amica sull’ultimo libro di Franchini, che parla di una madre del sud, si diceva di quanto questo tema della discrepanza geografica sia una questione avvertita nei termini di presenza residuale di forme di razzismo, sempre meno esplicite e più velate, soprattutto al nord e nelle classi abbienti, mentre al sud permane un certo piagnonismo che è però quasi uno stereotipo consapevolmente incarnato. Nel darsi concreto delle nostre vite, con la grande mobilità geografica delle nuove generazioni, come può rappresentare un problema? E difatti non credo si usi più il termine terrone, se non in senso scherzoso, tra le nuove generazioni. Mia madre e mio padre si pensavano altrettanto scherzosamente in un “matrimonio misto” perché provenivano da due rioni diversi dello stesso paesino di quindicimila anime. Il tema degli antagonismi geografici e del campanilismo per fortuna tramonta, quello che invece si approfondisce è il divario di classe, anche in relazione alle diverse risorse e alla loro distribuzione tra aree ricche e meno. E in questo senso sì, resta valido il concetto di subalternità.


Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?


Gilda: Questo è evidentissimo nell’assetto geopolitico, anche dalla nostra specola: non abbiamo avuto voce in capitolo su nessuno dei conflitti recenti, e il predominio americano anche nell’informazione nientifica qualunque possibilità di dissenso critico rispetto al pensiero dominante (“uno è l’aggressore l’altro è l’aggredito, ripetuto come un mantra”). Rispetto all’umano, l’asservimento a entità astratte e imprendibili come il mercato o più di recente l’algoritmo mi sembra in questa precisa fase storica lampante: nessuno di noi riesce più a svegliarsi senza contare i like. 


Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?


Gilda: Sicuramente il mondo non è più duocentrico ma policentrico, dalla guerra fredda ai nuovi conflitti sono mutati equilibri e priorità, ma sostanzialmente siamo quelli della pietra e della fionda, nel senso che i conflitti servono a ridisegnare proprio quegli equilibri e quelle priorità, di volta in volta, e non c’è verso di farne a meno: i pacifisti sono trattati come i boyscout, turlupinati e di fatto non ascoltati. La guerra del Vietnam inventò il pacifismo, il pacifismo sembra oggi aver inventato Gaza, perché siamo tutti qui a negare l’atrocità, col non occuparcene.


Inverso: La rubrica di In\trevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?


Gilda: Ci sono pochissimi scrittori nella mia cosiddetta bolla a parlare dei più terrificanti conflitti cui abbiamo assistito in età adulta noi della generazione post boomer. Questo basta a definire un quadro di sostanziale sopore di fronte a uno scenario allarmante. Il blob dei social schiaccia ogni notizia con la modalità del flame, puntiforme effimero e rapidamente sostituibile. Eravamo a interrogarci su un terribile caso di cronaca con un triplice omicidio da parte di un minorenne e nel volgere di poche ore siamo passati a rovistare nelle chat di un ministro e della sua amante.


Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?


Gilda: Gli scrittori che si pongono come impegnati, nelle ultime e penultime generazioni, sono per lo più scrittori che cavalcano i temi dell’impegno a scopo autopromozionale, come ha ben dimostrato Siti nel discusso e provocatorio pamphlet che irrideva all’impegno come a un blasone privo di un effettivo afflato, verificabile e concreto. Una volta uno scrittore disse che sarebbe andato sui barconi dei migranti, ma nessuno ce lo ha poi visto. La specola da cui parliamo è quella del privilegio borghese, non c’è verso di uscire dalla contraddizione che fu quella di Bertinotti accusato di pontificare sulle sperequazioni sociali indossando cravatte di cachemire.


Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?


Gilda: La poesia nessuno, perché non esiste sul mercato e sui media di massa, se non in forme demenziali e irricevibili. La letteratura in generale non cambia il mondo più del giardinaggio, come diceva Nanni Balestrini. Forse però non è un buon motivo per smetterla con la scrittura, che anzi nelle sue forme meno convenzionali è l’unica modalità di attivazione di un pensiero della differenza. O una delle rarissime occasioni di uscita dal propriocentrismo dilagante.

Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?


Gilda: Adorno diceva che le opere d’arte rendono testimonianza di un’epoca meglio dei documenti. Ciò confermato, la letteratura che offre esempi alla sociologia non è una buona letteratura, secondo me. La letteratura è una domanda senza risposta, è l’ignoto, l’enigma, l’abisso, difficile racchiuderla in categorie sociologiche.


Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che, secondo te, possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.




Da La distinzione (Giulio Perrone, 2023):

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GP(T)-3


“Scrivi una poesia sulla malattia, gli ospedali, la morte”

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Malattia,

ospedale,

morte.

Tre parole che sconvolgono la vita,

tre parole che portano sofferenza e paura.

Malattia,

che ci fa sentire deboli e inerme,

che ci fa tremare di fronte all’ignoto.

Ospedale,

luogo di sofferenza e di paura,

luogo in cui si lotta per la vita.

Morte,

ultimo passo verso l’ignoto,

un passo che tutti dobbiamo fare.

Malattia,

ospedale,

morte.

Tre parole che ci ricordano

che la vita è breve e fragile.

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Inediti (da un libro in divenire che ha già un titolo)


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Ha scelto il turno di notte per assistere di giorno la madre malata.

E dorme quando?

Al mattino, quattro ore,

due di pomeriggio.

La notte guida: ogni notte,

tutte le notti tranne una

a settimana.

Le calze a maglie larghe, le cover, quattro like.

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Gente che si crede poeti ma non è poeti

Il problema delle vocine è che sono tutte vere


I padroni dei cani non sanno cosa farsene della loro solitudine


Raga’ chi vota per scendiamo a Spagna prendiamo via del Corso e ‘nnamo dove ce pare?




Jon Rafman (1981) è un artista canadese che, tra i suoi molti progetti multimediali, dal 2008 porta avanti il progetto 9 Eyes, meglio conosciuto come Nine Eyes of Google Street View. Questo progetto artistico di new media art, dall’anno del suo avvio a oggi (progetto ancora in corso) consta di centinaia se non migliaia di momenti ‘catturati’ dall’artista nel corso degli ultimi quasi vent’anni di mappatura di Google Street View (la famosa macchina che se ne va in giro fotografando tutte le strade del mondo). Gli scatti ‘rubati’, in questo senso, hanno permesso di salvare ogni anno da quasi ogni parte del globo quelle che potremmo comunemente definire ‘scene inaspettate’ e che la cara macchinina di Google, passando, si è trovata a immortale. Prostitute, carri armati, arresti, scene di violenza ma anche panorami mozzafiato, momenti comici e assurdi, nonché glitch fotografici della telecamera, tutto questo è all’interno di Nine Eyes of Google Street View. Un mondo, insomma, senza filtri e che si mostra in questi scatti nella sua totale stranezza e inquietudine.



Risposte

  1. […] #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.Nell’episodio #3 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui […]

  2. […] episodi #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.Negli episodi #3 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui […]

  3. […] #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui […]

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