Intrevoir S2E1 | Renata Morresi, Fabio Bacà

a cura di

Francesco Ciuffoli

17–26 minuti

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in copertina foto di Renata Morresi e Fabio Bacà



Intrevoir | Stagione 2: Abitare il plurale.

Interventi poetici intorno al discorso sul presente.

comitato di redazione: Luigi Riccio, Maria Oppo, Silvia Atzori, Francesco Ciuffoli

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Intravedere significa tenere di conto di tutto questo: vedere indistintamente o di sfuggita, e per lo più in lontananza, specialmente quando c’è scarsa visibilità e gli oggetti si mescolano e confondono tra gli altri; intuire nella nebbia le figure che si celano dietro le sagome e le ombre del presente e che sappiamo essere lì al pari di un oggetto o di una presenza ben definita; intuire, in questo senso, anche di cose future, di ciò che sta al vertice dell’orizzonte e che stenta ancora a palesarsi, a manifestarsi nella sua interezza, a mostrare il suo reale e inquietante aspetto.

Intrevoir significa, in questo senso, anche hauntologia, cioè il tentativo di mettere in luce ciò che è solo intuibile tra le ombre e le ceneri di questo pianeta; esprimere l’inesprimibile, azzardando; fornire una lettura dell’esperienza odierna a partire dalla letteratura che viene prodotta, unica fonte insieme all’arte, capace di manifestare gli stati di cose, la produzione in atto all’interno del campo e dell’habitus di un’epoca; anticipare prima del tempo quella sempre tardiva ricezione del sapere rispetto alle condizioni del presente.

Intrevoir è quindi un’indagine, una ricerca antropologica, una raccolta di testimonianze, una forma di resistenza a partire da quei luoghi inesplorati o ignorati da quelli che Bourdieu chiamava gatekeepers [guardiani] e go-betweener [intermediari]. Una ricerca per un certo senso sicuramente in-fondata ma che tenta ugualmente di rispondere alla domanda «la sociologia è qualcosa che distrugge il piacere letterario?» ribaltandone il paradigma. In questo senso, possono, quindi, il piacere letterario, la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa come studio e analisi dei fenomeni di un’epoca?

Il format prevede 9 domande + una tavola rotonda con gli ospiti di ogni puntata. Se nella stagione precedente sono intervenuti 14 poeti, nella stagione 2 interverranno invece 28 scrittori. Per ogni puntata saranno invitati a rispondere un poeta performativo, un poeta emergente, un poeta già inserito nel canone e uno scrittore di prosa, romanzi o racconti. L’intervista sarà inoltre arricchita da un brano musicale di apertura, scelto dall’intervistato. Al termine di ogni giro di interviste, episodio, i partecipanti saranno chiamati a prendere parte a una tavola rotonda con gli altri intervistati. La tavola rotonda ha e avrà l’obiettivo di aprire a un confronto quanto più ampio le diverse personalità coinvolte. La pubblicazione della tavola rotonda avverrà sul canale youtube di Inverso – Giornale di poesia.


Intrevoir | Stagione 1


Nell’episodio #0 di Vivere in tempi strani abbiamo chiesto a Gianluca Didino di fare il punto a distanza di quattro anni dall’uscita di ‘Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani’ (minimum fax, 2020). Qui il suo intervento.


Nell’episodio #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.
Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.
Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui l’intervista.
Nell’episodio #7 e #8 sono intervenuti Demetrio Marra e Simona Menicocci. Qui l’intervista.
Nell’episodio #9 e #10 sono intervenuti Diletta D’Angelo e Vincenzo Ostuni. Qui l’intervista.
Nell’episodio #11 e #12 sono intervenuti Riccardo Socci e Giovanna Frene. Qui l’intervista.
Nell’episodio #13 e #14 sono intervenuti Edoardo Occhionero e Sara Ventroni. Qui l’intervista.


Intrevoir | Stagione 2

Nell’episodio #1 sono intervenuti Renata Morresi e Fabio Bacà. Qui l’intervista.
Nell’episodio #2 sono intervenuti Flavia Neri e Mikel Marini. (prossimamente)



Fabio Bacà | Battaglia impari e complicatissima


Fabio Baca è nato nel 1972 a San Benedetto del Tronto, dove vive e lavora. Si è occupato di giornalismo per qualche anno prima di approdare all’insegnamento delle ginnastiche dolci. Ha scritto alcuni racconti brevi e un romanzo inedito. Nel 2019 Adelphi ha pubblicato il suo esordio, Benevolenza Cosmica, finalista al Premio Opera Prima, al premio The Bridge, al premio Megamark, al premio Adotta un esordiente, al premio MasterCard e vincitore del premio città di Moncalieri e del premio Severino Cesari. Nell’ottobre del 2021 Adelphi ha pubblicato il suo secondo romanzo, Nova, che nel 2022 è stato finalista al Premio Strega, al Premio Campiello, al Premio Asti d’appello e al premio internazionale Prix Grand Continent.

Bene dai. Ma è un periodo di superlavoro e altre incombenze assortite. Per citare uno dei miei  scrittori preferiti: “Gran daffare, gran daffare, gran daffare”. 

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La premessa è che ogni romanziere ambizioso sogna di creare un archetipo letterario senza età: un personaggio, una situazione, un meccanismo poetico/narrativo (o, meglio ancora, tutte queste cose insieme) che possano eludere il contesto storico-sociale- ideologico del suo tempo e assurgere a modello acronico. Dopodiché, la tua domanda mi pare sottendere a una questione fondamentale: in che misura la poesia, la letteratura e l’arte diegetica in generale dovrebbero adempiere all’esigenza di descrivere e interpretare il mondo contemporaneo? Mi rendo conto che la mia weltanschauung letteraria è vagamente contraddetta dall’esito dei miei romanzi: da una parte, la mia visione dell’arte di narrare come puro gioco tenderebbe a deresponsabilizzarmi rispetto all’obbligo di relazionarmi con il presente e darne una mia versione a beneficio dei lettori; dall’altra, in entrambi i miei romanzi ho – quasi inavvertitamente – inserito un sottotesto filosofico/interpretativo che probabilmente certifica la mia profonda esigenza di vivere e spiegare ( a me stesso per primo) le contraddizioni del contemporaneo.  Il “puro gioco”, in sintesi, è una favoletta che racconto a me stesso per non prendermi troppo sul serio.

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Qualcosa che non sia banalizzato e svilito e intristito dai social media e dall’imbarazzante livello del giornalismo italiano, intendi? Io penso proprio di sì. Io credo che le combinazioni e le permutazioni del reale siano così innumerevoli che scrivere narrativa originale è ancora più che possibile. Il problema, più che una chiara definizione di cosa sia necessario o importante (dilemma che mi sembra oscillare tra i due opposti estremi dell’assolutamente ovvio e del totalmente soggettivo), è il grado di abilità necessaria a noi scrittori per trovare un equilibrio tra il coraggio di osare e le inevitabili esigenze del minimo comun denominatore – ossia un mercato sempre più bolso e appiattito.

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Oh, il mio grado di attendibilità in questioni simili è pari a zero: come futurologo o vaticinatore sono una schiappa. Ricordo che durante il primo lockdown  una giornalista mi chiamò per un’intervista su “Il Centro”, un quotidiano abruzzese, e io mi avventurai in un improvvido “da questa pandemia usciremo migliori” – presto sconfessato dalla congerie di disastri assortiti che sarebbero seguiti (virtuali guerre civili tra complottisti e scientisti, recriminazioni assortite sulla gestione dell’emergenza, guerre autentiche in Europa e in Medio Oriente, Trump, Milei e altra gentaglia simile al potere). La situazione è oggettivamente complessa , forse la più preoccupante che io ricordi da quando, al violento crepuscolo della guerra fredda, più o meno a metà degli anni ottanta, la Rai trasmetteva documentari su come costruirsi a casa un bunker anti atomico: forse è il caso, apotropoicamente, che io vi consigli di prepararvi perché la fine del mondo è vicina.

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Ammetto che non mi sono mai soffermato a considerare la differenza semantica/politica tra queste due parole, quindi dell’interpretazione di Spatola mi fido sulla … parola. Assodato che per un uomo di buona volontà esistono tante modalità di esercitare entrambe le opzioni, pare evidente a tutti che l’individuo moderno prediliga la prima, ovviamente esercitata dallo scranno dei social: in fondo è molto più facile pontificare dal divano che trovarsi in piazza per protestare, discutere, confrontarsi, propugnare una qualche forma di democrazia partecipativa. Per quanto mi riguarda, ho appena fondato un’associazione culturale mediante la quale ho intenzione di tentare di ravvivare il clima culturale della mia regione di adozione (le Marche): in questo caso alle chiacchiere, mia specifica competenza professionale, ho voluto associare qualcosa di concreto.

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Bella domanda. A un certo punto della mia lunga e difficoltosa salita in direzione di un qualche tipo di carriera letteraria ricordo di aver pensato: “sono pronto per partecipare al dibattito pubblico” –  senza nemmeno chiedermi quale ambito specifico del dibattito pubblico avrei finito per prediligere. Allo stesso tempo, come ho puntualizzato nella risposta alla prima domanda, ancora prima di aver scritto una sola riga sentivo nitidamente che la mia ambizione letteraria non aveva interesse a trarre ispirazione da temi sociali o politici peculiarmente italiani: posso accettare una qualche forma di localismo in fatto di trama o personaggi, ma quello tematico mi ha sempre sedotto pochissimo. Molto più tardi, dopo aver pubblicato il secondo romanzo e aver cominciato il terzo, avrei definitivamente compreso che le questioni di cui voglio dibattere sono più universali, decisamente sovranazionali: i miei personaggi potrebbero tranquillamente essere stranieri (e nel primo romanzo è effettivamente così) perché quello che mi interessa sono le pulsioni e i dubbi esistenziali che affliggono l’individuo in quanto abitante di questo pianeta, non certo in quanto italiano. La verità è che mi sono mai arrogato alcun merito particolare nell’aver contribuito a elevare la condizione culturale del belpaese; quanto al concetto di responsabilità, credo che uno scrittore debba sentirsi guidato solo dall’ispirazione e dalla volontà di raccontare una storia appassionante. Se dovessi scrivere pensando a quali mezzi retorici o stilistici utilizzare per elevare gli standard etici dei miei simili, bè, probabilmente scriverei delle solenni stupidaggini.

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Il costo della cultura è senz’altro un fattore, ma non credo sia decisivo: il mercato dei libri usati è molto fiorente e le biblioteche traboccano di libri meravigliosi. Il problema è che non riusciamo più a veicolare il messaggio che leggere è un piacere estraneo a qualunque altro (pur senza essere snobistico) e che la poesia e la letteratura sono mezzi di crescita intellettiva, emotiva e spirituale a dir poco imprescindibili. Purtroppo, mi sembra lo stesso tipo di battaglia impari e complicatissima che ingaggiano i nutrizionisti quando sottolineano che le verdure e i legumi sono più sani della carne rossa e degli insaccati.

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Quasi tutto quello che mi ispira nell’atto di concepire il romanzo è personale: ossessioni, timori, interessi,  piccoli fatti emblematici che cerco di traslare nelle vite dei miei protagonisti. Tutto il resto, come sono certo che sia per ogni altro scrittore, è mutuato da altri romanzi (soprattutto), saggi o film.

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Non ne ho idea, e a dirla tutta mi interessa relativamente. L’unica ambizione che ho è di entrare nel novero degli scrittori che producono libri intelligenti e appassionanti, senza ulteriori qualificazioni di specie. Se l’immaginario è questo, non posso che augurarmi di entrare – almeno come mascotte – nel club dei grandi narratori massimalisti del ventesimo secolo, da DeLillo a Foster Wallace, da Updike a Philip Roth, a tanti altri. Ma ovviamente mi sento l’equivalente di un calciatore della masia catalana dei primi anni del XXI secolo che vede giocare Messi e Iniesta e può solo augurarsi che un giorno calpesterà a sua volta l’erba del Camp Nou.

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La mia generazione mi è sempre parsa discretamente inguaiata, per usare un’espressione (meridionale? Partenopea credo) che ho sempre adorato. L’arco temporale dagli anni di piombo alla prossima era del dominio dell’intelligenza artificiale, passando attraverso l’edonismo reaganiano, la crisi di sfiducia e il disimpegno politico degli anni novanta, l’invariabilità delle guerre e della conflittualità internazionale nonostante i traumi a ripetizione del secolo breve, la rivoluzione telematica e l’era della dilagante stupidità da social, hanno formato un immaginario che non poteva non essere condizionato dalla velocità esponenziale dei cambiamenti ideologici, scientifici e sociali. Di conseguenza credo che l’unica costante possibile di una base culturale e simbolica così caotica sia proprio la mancanza di costanti ben definite, fatta eccezione per una certa diffidenza nella possibilità di miglioramento dell’essere umano. Ho la sensazione che il declino irreversibile di una certa forma di ideologia politica e la secolarizzazione della società abbiano contribuito a formare una generazione che, a differenza di quelle immediatamente precedenti, non nutre molte speranze per il futuro e il cui unico ideale sembra essere la realizzazione individuale.

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Renata Morresi | L’unico argine, credo, è la vita che vogliamo


Renata Morresi invece scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E’ ricercatrice di letteratura anglo-americana all’università di Padova.

Sospesa (sto traslocando), e angosciata (politicamente). 

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Contemporaneo è chi contemporaneo fa, direbbe il fool. È una questione di effetti e di relazioni nel tempo, non possiamo occuparcene da qui, direttamente. Sono abbastanza sicura che ‘contemporanea’ vicino a ‘poesia’, per dire, non sia proprio la stessa cosa che ‘contemporanea’ vicino ad ‘arte’ o a ‘musica’. Forse perché la prima ha un mercato e la seconda è un genere, condizioni che mancano alla poesia ‘contemporanea’. Ma non sono un professore di estetica, non devo davvero dominare tutte queste soglie. Certamente non siamo tutti ‘contemporanei’. Lo diceva già George Oppen nel 1968, “We are not coeval”, e a lui pensavo quando scrivevo “Non siamo tutti nello stesso tempo”, nel 2010. Mi sono autocitata, perdonate, è solo per dire che sono cose a cui penso, pensavo. Se, per riprendere Agamben, essere contemporanei significa non coincidere con il proprio tempo, non adeguarsi ad esso, anzi, essergli inattuali e vederne il buio, non possiamo certo decidere programmaticamente di questa sfasatura (quanto epigonali saremmo a seguire Agamben come fosse una ricetta?). E poi già Rimbaud viveva l’aporia (il bisogno di liberarsi dal carico repressivo delle tradizioni E il peso dell’ingiunzione sociale al progresso, a dover essere “absolument moderne”), figuriamoci noi dopo due secoli di accellerazione e disillusione. L’unico modo che conosco per non rimanere schiacciati è la lettura, che permette di occupare molte posizioni contemporaneamente: leggere l’antico nel suo e come se fosse contemporaneo, leggere il contemporaneo perché nasce adesso, ma con l’attenzione che dedichiamo all’antico, e così via.

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Non capisco la domanda. Messa così sembra che ci sia una quantità numerabile di cose importanti da dire che siano state esaurite. E che, oltretutto, raccontarle sia un modo per finirle. E che raccontare, poi, riassuma quanto accade nello scrivere. Sono in totale disaccordo con queste premesse. La scrittura non è fatta di una serie data di cose da riconoscere e riportare, e poi basta, sold out, non ce n’è più. La scrittura è fatta delle nostre relazioni con le cose, tra noi, con il retro fantasmatico del mondo. Oggi è la prima volta che scriviamo proprio in questo spaziotempo, in queste condizioni dell’universo. È la prima volta che scrivo, non solo dopo Auschwitz, dopo Sabra e Shatila, dopo il Viale dei Cecchini a Sarajevo, dopo la crisi finanziaria, dopo il ‘nostro’ terremoto, qua sull’Appennino, dopo la pandemia, dopo l’ultradestra al governo, dopo [aggiungere catastrofi], dopo aver letto per la prima volta Trilce di Vallejo e per la decima Borderlands di Anzaldúa, dopo aver visto un appunto preso venerdì che già avevo scordato (“sorpreso dal semplice intrico del quotidiano”), dopo aver parlato con E. della sua decisione, dopo aver vegliato il gatto che ha inghiottito un elastico la notte scorsa, dopo aver messo mezza casa negli scatoloni, mentre mi interrogo sulla metà lasciata fuori, cosa farne, cosa dare via, mentre picchietto sui tasti, qua in mezzo, prima di pranzo, prima di chiamare il veterinario, prima di finire il libro che comunque ‘racconta’ tutt’altro, e sempre dopo e mentre e prima dell’eventuale e del resto. La risposta è: sì, esiste.


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La vedo male. Il fatto che questo male si veda così bene, forse, paradossalmente, ha qualcosa di positivo: sono venute giù le maschere. Vige il sado-liberalismo, i mostri sono sciolti e dilagano, non sentono neanche il bisogno di inventarsi scuse coerenti per vaporizzare i bambini. Insomma, sappiamo tutto. Non ho molta voglia di fare ragionamenti accademici sulla devastazione all’opera (geopolitica, ambientale, psichica, sociale). Sembrano non esserci più argini da opporre. L’unico argine, credo, è la vita che vogliamo: la devastazione non annuncia che se stessa e la sua stupida infelicità. Possiamo solo opporre la vita giusta, le istituzioni giuste, una politica che tenga al futuro comune e alla giustizia sociale.

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Non conosco la riflessione di Spatola sul tema. Per me impegno e partecipazione, al di là delle definizioni, non possono solo e semplicemente far capo all’individuo e alla sua sensibilità (presunta). Mi impegno a non fare del male, partecipo del dolore altrui: sì, vabbè. La partecipazione è altra cosa, va fatta con la società civile, nelle assemblee, nei movimenti, nel dibattito, nei progetti e nelle azioni condivise e, spesso, faticose. L’impegno politico si può esercitare anche nella scrittura, ovviamente, come nella critica e nell’insegnamento. Si tratta, per come la vedo io, di interrogare radicalmente lo status quo. Non, banalmente, di fare letteratura didattica, moralistica o consolatoria, e neanche di sventolare la bandiera del “tutto è politica”. Negli ultimi anni mi è sembrato si sia scivolati in questa dimensione un po’ semplicistica del vedere ogni cosa come politica in senso lato, dal mettere il tacco 12 al fare la ribollita. Non svalutiamo il discorso molto serio del femminismo di seconda ondata per cui “il personale è politico”: certo che lo è, per esempio se dividi, predi e precarizzi il lavoro in modo tale da svalutarlo, pagarlo meno e magari pure farmi introiettare la mia minorità, o ascriverla alla mia natura, diamine se lo è.

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Oddio, “migliorare la condizione culturale del paese” mi suona vagamente come andare in missione civilizzatrice. Non è quello che mi auguro per la mia scrittura, che spero invece conservi sempre qualcosa di barbaro.

Per essermi spesa mi sono spesa, altro che, mi sono dissipata, a gratis, per tantissimo tempo e in ogni dove, come interprete, insegnante, animatrice, esperta, cultrice della materia, volontaria, ecc. È vero che la partecipazione, come si diceva sopra, è sempre un po’ investimento del proprio tempo senza compenso, e ci sta. Il precariato cognitivo invece è una erosione costante. A volte ci si confonde.

Sulle responsabilità del libro di poesia letto da una media di cinquanta persone, se va bene, cosa posso dire? In un ambito dove non c’è niente da guadagnare, aleggia spesso l’idea che ci sia tutto da perdere. Quindi sì, direi: scrivere selvaggiamente, ma pubblicare responsabilmente.

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Dunque, ho qui sotto un libro che mi è piaciuto molto e che ho pagato 15 euro. Oggi ho mangiato: a colazione caffè (10 centesimi?), latte di soia (1 euro), biscotto fatto in casa (diciamo 0,25 centesimi), a pranzo un panino (1 euro), mezza insalata in sacchetto (1,50), un poco d’olio (10 euro a bottiglia), un pezzo di parmigiano (circa 2 euro), una mela biologica (1 euro), per cena della pasta con un sugo al pomodoro (1 euro in tutto?) e della verdura cotta (comprata in vaschetta: 3 euro), più tardi mi farò una tisana e forse un altro biscotto (giornata di magro, lo ammetto). Il calcolo di luce e gas spesi per processare questo cibo non so farlo. Grossomodo il libro di cui dicevo mi è costato un giorno di sostentamento, che in effetti non è poco. Va detto che il libro ce l’ho qui accanto, me lo sono goduto varie volte. Prendere uno spritz qui nelle Marche saranno 6 o 7 euro. Andare al cinema costerebbe più o meno 10 euro (con pop corn e soda, il doppio). Il concerto di Storefront Church, di cui ho proposto la canzone qua sopra, mi è costato 25 euro – una serata rara; era l’unica data italiana di questo cantautore e polistrumentista losangelino, ne è valsa la pena. Ma il libro è un consumo come un altro? È solo un altro prodotto culturale? A guardare le decine di poeti che cercano di pubblicare (mi scrivono in tanti per sottopormi i loro testi per la mia collana con Arcipelago Itaca), il libro è un’opera, è un’ambizione, e spesso è l’obiettivo dello scrivere. La sua forma di prestigio è residuale? Il suo desiderio è una allucinazione? O una conversazione che continua? Mi dispiacerebbe, comunque, mangiare soltanto.

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Non avverto una grande distinzione tra i due ambiti, non saprei separarli. Non credo che il pensiero sia solo logos che non attraversa la vita materiale, nè che l’esperienza personale sia irriflessa, non plasmata dallo studio. Scrivere è un gesto integrale.

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Ruolo: guastafeste. Ma ogni tanto – dato che il mondo finisce – anche festaiola.

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Non so rispondere, non mi pare di poter vedere costanti d’immaginario nella mia generazione, che dovrebbe essere la generazione X. È un po’ come la storia del contemporaneo. Ci sono cose che sono accadute mentre diventavamo adulti a fine novecento, ma come ci riguardano insieme? (MTV? il muro di Berlino? la Pantera? le guerre in Jugoslavia? “scendo in campo”? la riforma sullo stupro? il 3+2? la legge Biagi? Genova? ecc.). Le variabili poi sono tante: città, provincia, campagna, nord, sud o centro, femmina (e quanto), la classe sociale, i lavori, l’Inghilterra e via dicendo. Sì, l’istruzione era pubblica, e quasi senza costi. Questo basta a un comune immaginario generazionale? L’unica costante alla fine forse è, a un certo momento, la frantumazione di un orizzonte condiviso, la fine della fede nella modernità come progresso, e del letterato come “viandante illuminato”. Una perdita, ma pure una liberazione. (E comunque una questione transgenerazionale).

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  1. […] #1 sono intervenuti Renata Morresi e Fabio Bacà. Qui l’intervista.Nell’episodio #2 sono intervenuti Flavia Neri e Mikel Marini. Qui […]

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