
in copertina Jon Rafman, Nine eyes of Google Street View (Via Guglielmo Marconi, Grottaglie, Puglia, Italy, 2023)
Intrevoir | Stagione 1: Vivere in tempi strani.
Interventi poetici intorno al discorso sul presente.
Quanto più si va verso le forme di produzione culturale in cui si discute il mondo sociale, tanto più è visibile il conflitto interno nei mondi della produzione culturale che ha per posta in gioco la lotta sul principio della legittima valutazione.
[Pierre Bourdieu, Lezioni, Sistema, Habitus, Campo]
L’inverno sembra essere già iniziato ed eccoci di nuovo con altri due episodi della rubrica Intrevoir1. In fondo, Intravedere significa tenere di conto di tutto questo: vedere indistintamente o di sfuggita, e per lo più in lontananza, specialmente quando c’è scarsa visibilità e gli oggetti si mescolano e confondono tra gli altri; intuire nella nebbia le figure che si celano dietro le sagome e le ombre del presente e che sappiamo essere lì al pari di un oggetto o di una presenza ben definita; intuire, in questo senso, anche di cose future, di ciò che sta al vertice dell’orizzonte e che stenta ancora a palesarsi, a manifestarsi nella sua interezza, a mostrare il suo reale e inquietante aspetto.
Intrevoir significa, in questo senso, anche hauntologia, cioè il tentativo di mettere in luce ciò che è solo intuibile tra le ombre e le ceneri di questo pianeta; esprimere l’inesprimibile, azzardando; fornire una lettura dell’esperienza odierna a partire dalla letteratura che viene prodotta, unica fonte insieme all’arte, capace di manifestare gli stati di cose, la produzione in atto all’interno del campo e dell’habitus di un’epoca; anticipare prima del tempo quella sempre tardiva ricezione del sapere rispetto alle condizioni del presente.
Intrevoir è quindi un’indagine, una ricerca antropologia, una raccolta di testimonianze, una forma di resistenza a partire da quei luoghi inesplorati o ignorati da quelli che Bourdieu chiamava gatekeepers [guardiani] e go-betweener [intermediari]. Una ricerca per un certo senso sicuramente in-fondata ma che tenta ugualmente di rispondere alla domanda «la sociologia è qualcosa che distrugge il piacere letterario?» ribaltandone il paradigma. In questo senso, può quindi il piacere letterario, la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa come studio e analisi dei fenomeni di un’epoca?
Dobbiamo far funzionare le analisi teoriche nella pratica: l’habitus è l’aspetto del capitale incorporato. Ma ciò che è incorporato, come tutti sanno, non è facile da strappar via: una grande differenza tra capitale culturale e capitale economico è che, essendo incorporato (come il capitale linguistico), il capitale culturale fa corpo con il suo portatore. Come è, in un certo senso, incollato sulla pelle di chi lo indossa, questo capitale sarà un ostacolo vivente di tutti i tempi della lotta per ottenere il rendimento massimo del capitale. [Bourdieu, 1983]
«après nous, le déluge!». E che sia nostro, in questo,
l’impegno di calare per primi in mare le scialuppe.
- Entreabrir, entre oscuro (Cervantes, loc. cit. qui dietro, p. 588) e simili (vedi il dizionario spagnuolo in entre…) aggiungasi al detto altrove dell’antico uso d’inter per fere ec., conservato ne’ volgari moderni. Cosí in francese entrevoir ec. ec. (16 luglio 1824). [Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, p. 4113] ↩︎
Il format prevede 3 domande di apertura, 10 domande su temi culturali e sociali, giusto perché il 13 è il numero da evitare e da guardare con diffidenza. Ogni stagione inoltre sarà composta dall’intervento di 14 poeti, 7 poeti ‘giovani’ a cui si affiancano 7 poeti già entrati nel canone, al fine di evidenziare le similitudini e le differenze generazionali rispetto a questo strano e inquietante mondo che pare ci spetti abitare quest’oggi. L’intervista sarà inoltre arricchita da un brano musicale di apertura, diversi scatti ‘rubati’ dalla serie Nine Eyes of Google Street View dell’artista Jon Rafman, nonché alcuni testi in chiusura degli autori intervistati.
Nell’episodio #0 di Vivere in tempi strani abbiamo chiesto a Gianluca Didino di fare il punto a distanza di quattro anni dall’uscita di ‘Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani’ (minimum fax, 2020). Qui il suo intervento.
Nell’episodio #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.
Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.
Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui l’intervista.
Nell’episodio #7 e #8 sono intervenuti Demetrio Marra e Simona Menicocci. Qui l’intervista.
Nell’episodio #9 e #10 sono intervenuti Diletta D’Angelo e Vincenzo Ostuni. Qui l’intervista.
Nell’episodio #11 e #12 sono intervenuti Riccardo Socci e Giovanna Frene. Qui l’intervista.
Nell’episodio #13 e #14 sono intervenuti Edoardo Occhionero e Sara Ventroni. Qui l’intervista.
#9 | Diletta D’Angelo | A questo dialogo potrebbero
Con Intrevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Diletta:



Diletta D’Angelo (Pescara,1997), nel 2019 viene selezionata come autrice emergente per ‘RicercaBO – Laboratorio di nuove scritture’. Nel 2021 vince il premio ‘Esordi’ di Pordenonelegge e dallo stesso anno collabora con la casa editrice ‘Industria&Letteratura’, per la quale attualmente cura la comunicazione della collana di poesia under 35 ‘Obtortocollo’. Nel 2022 vince il premio ‘Ritratti di Poesia.si stampi’ e pubblica Defrost (Interno Poesia, 2022), suo libro d’esordio, vincitore nel 2023 del premio ‘Poeti di vent’anni’ di Pordenonelegge e del ‘Premio Camaiore under 35’ e ‘SIAE’. È tra i membri fondatori e vicepresidente dell’associazione ‘Lo Spazio Letterario’ di Bologna.
Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?
Diletta: No.
***
Inverso: Perfetto. Intrevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?
Diletta: No. Sono su un treno, in un posto non mio. Il treno è in overbooking, senza volerlo sto seguendo tre diverse conversazioni contemporaneamente e mi sento a disagio.
***
Inverso: Prima di iniziare, come stai?
Diletta: Scomoda. Stanca. In totale burnout. A tratti molto bene. Importa davvero?
***
Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.
Diletta: Sì, negli ultimi mesi e anni mi sono spostata spesso (e continuo a essere su un treno e a sentirmi stanca e fuori posto). Ho conosciuto diverse persone e regioni in cui non ero mai stata, ho rivisto amic3 carissim3, che stimo dal punto di vista umano e intellettuale e queste sono le cose che mi fanno davvero felice, anche la stanchezza diventa meno pesante. A luglio sarò in Argentina per un mese intero. L’ultima volta che sono stata tanto lontana da casa e per tanto tempo, ho preso decisioni che mi hanno cambiato la vita. Sono curiosa di scoprire cosa succederà questa volta, spero niente.
***
Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?
Diletta: Schizofrenica, precaria, performante, violenta. Sicuramente non definibile, non cristallizzabile in questo senso, fluida.
***
Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?
Diletta: Per risponderti con precisione dovrei capire a quale contesto specifico ci stiamo riferendo. Più in generale ti direi: certo, ma continuo comunque a sperare nel socialismo.
***
Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?
Diletta: L’unica cosa di cui sento l’urgenza di parlare e che soprattutto in questo momento storico mi tocca particolarmente è la preminenza dell’umano (e dell’uomo nello specifico). La necessità da buoni figli del capitalismo (e nel nostro caso anche del ventennio) di sovrastare, di primeggiare su e nonostante tutto il resto, che il resto sia grande o piccolo, che si tratti di conflitti globali, di ecosistemi, di linguaggi, o dello stesso posto assegnato a due persone diverse su un treno, del voler comparire su questa o quella antologia, poco importa.
***
Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?
Diletta: Non spetta a me dirlo. Probabilmente non c’è mai stato nulla di davvero integro. Non siamo in grado di sanare questo mucchio di cose rotte e forse non vogliamo davvero, non ne abbiamo la forza o in qualche modo non basta. Se proprio vogliamo parlare di frattura potremmo forse dire che è interiore e esterna, è proteiforme e comune, è estesa e in continua espansione.
***
Inverso: La rubrica di Intrevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?
Diletta: A parte casi virtuosi, spesso isolati e molto umani che fortunatamente ancora esistono e rendono l’ambiente culturale e letterario uno spazio che vale la pena frequentare: malato, obsoleto e polveroso. E non mi sento così ottimista sulla possibilità di svecchiare con la sola condivisone di pensieri. La condivisione, il dialogo, l’orizzontalità, lo scambio: sono senza dubbio elementi di fondamentale importanza, ma credo sia necessaria un’azione concreta che accompagni le parole, una volontà di decostruire e costruire concretamente, di uscire allo scoperto priva dell’ossessione del riflettore. Insomma una volontà di aprirsi davvero a un dialogo (intergenerazionale e non) che avvicini e includa, con e soprattutto per l3 altr3 persone che a questo dialogo potrebbero prendere parte o anche solo interessarsi, dimenticandoci per una volta di noi stessi.
Aggiungo poi che, sempre l’ “a parte casi virtuosi” di cui sopra, anche tra le generazioni più giovani, come la mia ma non solo, c’è il rischio continuo di reiterare il sistema dei padri (o addirittura dei nonni): giovani e meno giovani pronti a scannarsi per una presentazione, a giocare a Risiko! in un mondo, come quello della poesia per esempio, in cui non circolano soldi, gloria o che so io, a boicottare e infamare come si può in nome di chi sa quale assurdo potere. C’è spesso anche un sottostare silenzioso al ricatto, un’incapacità di scegliere, di prendere parola o di opporsi nonostante, di sottrarsi. Continuo a chiedermi le motivazioni. E le chiedo anche a voi.
***
Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?
Diletta: Potrebbe esserlo e potrebbe essere una voce interessante per comprendere le umanità, le alterità, le diverse visioni dell’interiore, per rimanere sensibili al circostante, saperlo ascoltare e accogliere, ma non penso basti, non sempre si riesce a essere interpreti del contemporaneo.
***
Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?
Diletta: Nessuno. Per fortuna non servono a niente, così come dovrebbe essere, soprattutto in un mondo che vive nell’ansia della produzione e dell’utilità.
***
Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?
Diletta: Sinceramente sono molto stanca di pensare a cosa è necessario. Sto invece iniziando a considerare cosa non lo è, non soltanto nella scrittura. Penso sia un esercizio sano. Ti direi quindi che non è necessario, per esempio, che prima della poesia arrivi chi la scrive. L’atto necessario è sapersi fermare, mettersi da parte e dire davvero qualcosa.
***
Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che secondo te possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.
Diletta: Non so se ho dei testi che rispecchino il mio stato attuale, non mi interessa davvero che lo facciano forse. Posso farvi leggere le primissime forme di qualcosa che sta iniziando a frullarmi nella testa e che non so ancora che strada prenderà, è il poco che resta di un file completamente spazzato via perché il mio vecchio computer ha avuto un blackout e inizio a esserne sollevata.
La terra ha bisogno di essere lavorata, mossa, arieggiata, presa a picconate con attrezzi dalla punta tagliente. Le zolle ribaltate se vuoi che qualcosa cresca se vuoi che qualcosa produca e ti restituisca.
Negli anni settanta un microbiologo giapponese parlava di fili di paglia e rivoluzione,
di azioni inutili, dell’importanza del non fare
ma la tradizione è la scelta già percorsa, sempre la più sicura.
All’ennesimo colpo ho tagliato in due una lucertola con la punta di ferro della zappa, è riemersa
con la zolla a prendere aria dalla pancia tagliata
ha perso tutte le uova.
+ + +
Cantano e ballano lungo il cantiere, corrono e urlano tra i blocchi sempre più forte, sempre più
cantare, sempre più urlare a sfogare la disperazione a trasformarla in qualcos’altro o abbracciarla completamente.
Il fotogramma si sovrappone alla vita reale, la educa a sentimenti che non sai riconoscere
tristezza o rabbia, paura o dolore.
Ricordi un pomeriggio di domenica, hai tre anni, i capelli tra le mani, la faccia schiacciata nell’angolo
tra la seduta e lo schienale del divano a cercare a occhi aperti il buio
+ + +
#10 | Vincenzo Ostuni | Cambiare il modo di pensare
Con Intrevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Vincenzo:



Vincenzo Ostuni è nato nel 1970 a Roma, dove ha studiato (laurea in psicologia, dottorato in filosofia) e vive. Redattore di minimum fax, poi editor di saggistica e in seguito direttore editoriale di Fazi, dal 2008 lavora alla narrativa e alla saggistica di Ponte alle Grazie di cui è, dal 2020, co-responsabile editoriale. Negli anni Novanta ha fondato il Laboratorio Aperto di Ricerca Poetica e ha fatto parte della redazione della rivista ‘Dàrsena’. Ha pubblicato ‘Faldone zero-otto’ (Oèdipus, 2004), ‘Faldone zero-venti’ (Ponte Sisto, 2012), nonché una selezione di ‘Faldone zero-trentasette’ con il titolo ‘Faldone zero-trentanove. Estratti, I, 2007-2010’ (Nino Aragno, 2014) e ‘Faldone zero-trentasette. Estratti, II’ (Oèdipus, 2018). Nel 2014 ha terminato il Faldone zero-cinquantanove, novantotto-novantanove; nel 2019 ne è uscito da Tic Edizioni un estratto dal titolo ‘Deleuze, o dell’essere chiunque chiunque’; nel 2022 un secondo da Aragno col titolo ‘Faldone zero-cinquantanove, novantotto-novantanove. Estratti, II.’ Il Saggiatore ha pubblicato nel 2019 un estratto, dal titolo ‘Il libro di G.’, della successiva e quinta versione del Faldone; un secondo estratto, dal titolo ‘Opportune premesse’, è uscito per Zacinto Edizioni nel 2022. È in corso di stesura la sesta versione. Ha curato Poeti degli anni Zero, che antologizza tredici autori contemporanei (L’Illuminista, n. 30 del 2010; nel 2011 ristampato in volume dal medesimo editore, Ponte Sisto). Fra gli animatori della rassegna di letteratura ‘ESCargot’ e, dal 2020, del gruppo ‘exArgot’, tra i fautori di ‘Generazione TQ’ e redattore del ‘Caffè illustrato’, ha fatto parte del collettivo ‘C17’, che ha realizzato l’omonima conferenza di Roma sul comunismo.
Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?
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Inverso: Perfetto. Intrevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?
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Inverso: Prima di iniziare, come stai?
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Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.
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Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?
Vincenzo:
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Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?
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Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?
Vincenzo:
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Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?
Vincenzo:
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Inverso: La rubrica di Intrevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?
Vincenzo:
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Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?
Vincenzo:
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Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?
Vincenzo:
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Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?
Vincenzo:
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Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che secondo te possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.
Vincenzo:
Jon Rafman (1981) è un artista canadese che, tra i suoi molti progetti multimediali, dal 2008 porta avanti il progetto 9 Eyes, meglio conosciuto come Nine Eyes of Google Street View. Questo progetto artistico di new media art, dall’anno del suo avvio a oggi (progetto ancora in corso) consta di centinaia se non migliaia di momenti ‘catturati’ dall’artista nel corso degli ultimi quasi vent’anni di mappatura di Google Street View (la famosa macchina che se ne va in giro fotografando tutte le strade del mondo). Gli scatti ‘rubati’, in questo senso, hanno permesso di salvare ogni anno da quasi ogni parte del globo quelle che potremmo comunemente definire ‘scene inaspettate’ e che la cara macchinina di Google, passando, si è trovata a immortale. Prostitute, carri armati, arresti, scene di violenza ma anche panorami mozzafiato, momenti comici e assurdi, nonché glitch fotografici della telecamera, tutto questo è all’interno di Nine Eyes of Google Street View. Un mondo, insomma, senza filtri e che si mostra in questi scatti nella sua totale stranezza e inquietudine.









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