in copertina foto di Flavia Neri e Mikel Marini
Intrevoir | Stagione 2: Abitare il plurale.
Interventi poetici intorno al discorso sul presente.
comitato di redazione: Luigi Riccio, Maria Oppo, Silvia Atzori, Francesco Ciuffoli
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Intravedere significa tenere di conto di tutto questo: vedere indistintamente o di sfuggita, e per lo più in lontananza, specialmente quando c’è scarsa visibilità e gli oggetti si mescolano e confondono tra gli altri; intuire nella nebbia le figure che si celano dietro le sagome e le ombre del presente e che sappiamo essere lì al pari di un oggetto o di una presenza ben definita; intuire, in questo senso, anche di cose future, di ciò che sta al vertice dell’orizzonte e che stenta ancora a palesarsi, a manifestarsi nella sua interezza, a mostrare il suo reale e inquietante aspetto.
Intrevoir significa, in questo senso, anche hauntologia, cioè il tentativo di mettere in luce ciò che è solo intuibile tra le ombre e le ceneri di questo pianeta; esprimere l’inesprimibile, azzardando; fornire una lettura dell’esperienza odierna a partire dalla letteratura che viene prodotta, unica fonte insieme all’arte, capace di manifestare gli stati di cose, la produzione in atto all’interno del campo e dell’habitus di un’epoca; anticipare prima del tempo quella sempre tardiva ricezione del sapere rispetto alle condizioni del presente.
Intrevoir è quindi un’indagine, una ricerca antropologica, una raccolta di testimonianze, una forma di resistenza a partire da quei luoghi inesplorati o ignorati da quelli che Bourdieu chiamava gatekeepers [guardiani] e go-betweener [intermediari]. Una ricerca per un certo senso sicuramente in-fondata ma che tenta ugualmente di rispondere alla domanda «la sociologia è qualcosa che distrugge il piacere letterario?» ribaltandone il paradigma. In questo senso, possono, quindi, il piacere letterario, la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa come studio e analisi dei fenomeni di un’epoca?
Il format prevede 9 domande + una tavola rotonda con gli ospiti di ogni puntata. Se nella stagione precedente sono intervenuti 14 poeti, nella stagione 2 interverranno invece 28 scrittori. Per ogni puntata saranno invitati a rispondere un poeta performativo, un poeta emergente, un poeta già inserito nel canone e uno scrittore di prosa, romanzi o racconti. L’intervista sarà inoltre arricchita da un brano musicale di apertura, scelto dall’intervistato. Al termine di ogni giro di interviste, episodio, i partecipanti saranno chiamati a prendere parte a una tavola rotonda con gli altri intervistati. La tavola rotonda ha e avrà l’obiettivo di aprire a un confronto quanto più ampio le diverse personalità coinvolte. La pubblicazione della tavola rotonda avverrà sul canale youtube di Inverso – Giornale di poesia.
Intrevoir | Stagione 1
Nell’episodio #0 di Vivere in tempi strani abbiamo chiesto a Gianluca Didino di fare il punto a distanza di quattro anni dall’uscita di ‘Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani’ (minimum fax, 2020). Qui il suo intervento.
Nell’episodio #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.
Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.
Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui l’intervista.
Nell’episodio #7 e #8 sono intervenuti Demetrio Marra e Simona Menicocci. Qui l’intervista.
Nell’episodio #9 e #10 sono intervenuti Diletta D’Angelo e Vincenzo Ostuni. Qui l’intervista.
Nell’episodio #11 e #12 sono intervenuti Riccardo Socci e Giovanna Frene. Qui l’intervista.
Nell’episodio #13 e #14 sono intervenuti Edoardo Occhionero e Sara Ventroni. Qui l’intervista.
Intrevoir | Stagione 2
Nell’episodio #1 sono intervenuti Renata Morresi e Fabio Bacà. Qui l’intervista.
Nell’episodio #2 sono intervenuti Flavia Neri e Mikel Marini. Qui l’intervista.
Flavia Neri | Essere agenti resistenti
Flavia Neri (1996) nasce e cresce a Genova, vive attualmente a Milano. Studia e lavora da dieci anni in ambito sociale e culturale (attualmente si divide tra progettazione socio-culturale ed educativa di strada). Il suo tema di ricerca e studio principale è il legame tra lingua e identità. Ha bazzicato – per lavoro o per vivere la poesia – teatri, Università, locali, circoli, luoghi di ogni sorta: continua a preferire la piazza, l’incursione. Il suo quotidiano si traduce in versi urgenti e lotte di punteggiatura dove scrivere è il respiro – più grande croce, più grande salvezza – necessario, moto di caos e calma.
Prima di iniziare, come stai?
Partiamo con una domanda difficile. Perché se dico Bene, penso, passo inosservata e non sento la necessità di continuare la frase. Buffo. Invece rumino accumulo pensieri e strabordo: non mi sembra il caso di riempire una facciata. Se dovessi ridurre, direi che oggi non stavo bene, poi lo sono stata, ora sono agitata distratta e a tratti confusa.
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Entrando subito nel merito, nel suo saggio Che cos’è il contemporaneo, il filosofo Giorgio Agamben ipotizza che i caratteri della contemporaneità superino il semplice sostare di qualcuno o qualcosa nel suo tempo, ma riguardino il modo in cui ci si relaziona al proprio presente. Ti poniamo quindi, questo stesso interrogativo, riguardo alla scrittura, nella forma in cui ognuno di voi la esperisce e la pratica: che cos’è la poesia contemporanea e cosa può fare per esserlo?
La poesia non deve fare niente per essere contemporanea, lo è da sé se è poesia (nel mio modo di concepirla).
Per me poesia abbraccia quello che Heidegger chiamava Daisen, un “essere-per-la-morte” consapevole del tempo dal tempo in cui inizia a quello in cui finisce. Certo è che, a differenza dell’essere umano, sopravvive alla morte – che, comunque, è presente in essa. La poesia contiene il concetto di vita nella sua interezza, non può che essere inevitabilmente, tremendamente e ferocemente contemporanea. Piuttosto, siamo noi che dovremmo misurare la nostra contemporaneità attraverso essa per dirci o meno tali. Il suo tempo è tutti i tempi: ha carattere di eternità e di fugacità, universale e quotidiana vive ed è vissuta.
Può sembrare uno sproloquio che fa la circonvallazione sulla questione – la strada senza pedaggi – ogni mio discorso in effetti parte e va dove vuole senza che io ne conosca i tragitti, però una strada c’è. Insomma, ieri una poesia ha assunto un significato, è stata vissuta in un certo modo e oggi è già tutto diverso, domani ancora di più e così via (talvolta Domani ci si ritrova a parecchi Ieri fa). Di fatto muore pur continuando a esistere: si lascia vivere nel tempo in cui è, lo incarna, anche se apparentemente sempre la stessa (il suo linguaggio è immutabile e ci parla ogni volta una lingua diversa).
È piuttosto la persona che la scrive a doversi domandare cosa può fare per essere contemporanea e renderla automaticamente tale (partendo ovviamente dal presupposto che vi sia autenticità). Mi ha distratta il pensiero che la poesia dipenda completamente dalla persona nella sua fase generativa/ nella sua nascita, per poi distaccarsene completamente. Scrivi ed tua, quando finisce l’atto dello scrivere esiste e non lo è più: è di chi la legge (anche della Te lettrice). A ben pensarci è una grossa responsabilità, non ci avevo pensato.
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Esiste ancora in una certa misura qualcosa di importante o di necessario da raccontare oggi in Italia?
Come prima risposta impulsiva ho reagito stropicciando la faccia come a dire Può non esistere? Mi sembra, piuttosto, che lo richieda a gran forza. Questo di oggi non è il tempo dei sussurri, dei non detti. L’oggi chiama e reclama un grido corale, racconti, voci singole che si uniscono. Occorre non tacere. Urge dire.
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Nella stagione precedente della rubrica molt* intervistat* sono stat* invitat* a riflettere su come, oggi, l’arcinoto paradigma di crisi si sia trasformato in un paradigma del sempre più prossimo e imminente collasso; tu come la vedi?
Il collasso è già, oggi. Il carattere transitorio di crisi non appartiene al momento attuale che stiamo vivendo.
Possiamo permetterci di questionare e problematizzare perché siamo in un angolo di mondo che ha il privilegio di guardare il collasso espandersi a macchia d’olio pensando a come salvarsi per poi (al massimo) trattare il post-collasso che non l’ha travolto, sentendosi in diritto di dettare perfino le regole della nuova era altrui. Possiamo, dobbiamo, essere agenti resistenti solidali e orizzontali nel fronteggiare la nostra crisi; ma dobbiamo pur nominarlo questo Collasso che ci circonda e si avvicina. Anzi, per quanto ancora potremo non pronunciarlo? Non voglio passare in rassegna tutte le condizioni globali che argomentano la tesi, ne basta una sola: oggi c’è un genocidio in corso.
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Per Adriano Spatola in poesia esisteva una differenza fondamentale tra impegno (la moralizzazione, il patetismo civile recitato sul palco) e partecipazione, (il mettere al centro le questioni e discutere assieme col pubblico, in modo orizzontale, i problemi, i meccanismi, le soluzioni): per te cosa vogliono dire impegno e partecipazione, se concordi con questa differenza? Come pensi di usarli?
Qui si entra a gamba tesa su uno dei miei argomenti di discussione-miccia. Concordo eccome, la grido, la scriverei in maiuscolo ovunque sul mio pavimento (cit. Fabri Fibra per dare il mio contributo alle alte citazioni).
La retorica, la lezioncina, non serve a nulla se non a masturbarsi sul palco. Dai, facci vedere quanto ne sai sul tema. A me viene voglia di litigarci, perché mi sembra che chi lo faccia si convinca dell’utilità sociale del suo scritto/detto, senza rendersi conto che quella roba là aggancia solo chi è già in quella posizione. Altrimenti fa l’esatto contrario.
Io penso di non usarli o di non farlo volontariamente.
La mia esistenza intera incarna ciò che dice Spatola sulla partecipazione e capita che questo si rifletta nella mia scrittura. Quando me lo fanno notare son felice. Mi fa sorridere che pensavo di avere un sacco di cose brillanti da scrivere in risposta, invece mi sembra di non riuscire a trovare le parole: forse perché nascono proprio dal confronto con l’altro e non da una riflessione solipsistica.
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All’attivo, ti senti di esserti mai spes* per migliorare la condizione culturale del tuo paese? E in che modo? E può, secondo te, ogni scrittura e libro avere una certa responsabilità in questo?
Sì, questo senz’altro. Lavoro nel sociale da più di dieci anni e le occasioni avute e colte sono state molte. Dal teatro partecipato ai laboratori nei posti più disparati con le persone più disparate. L’elemento di cui vado molto orgogliosa è la gratuità della maggior parte delle iniziative realizzate. Ho sempre cercato e trovato il modo di rendere le mie attività fruibili in maniera libera sia in termini di partecipazione fisica che economici. Questo ha permesso un coinvolgimento ampio di persone che, tendenzialmente, non accedono alle iniziative culturali.
Sulla seconda: può averla, non la ha necessariamente. E grazie alla Dea, direi.
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Può il continuo e crescente costo dei libri (anche tuoi) influenzare o almeno contribuire al progressivo e continuo disinteresse dell’oggetto culturale “libro”?
Il mio portafoglio grida e non mi prendo in esempio (ho una compulsione per l’oggetto libro, lo dico senza ironia).
Penso che contribuisca certamente, la questione economica è centrale nel nostro modo di vivere (purtroppo). Non è sola, però. Mi viene in mente che ci sono quei luoghi meravigliosi che sono le biblioteche, da cui sono principalmente bannata (l’ho detto che ho una compulsione e che era ironia). Ecco, spesso questi luoghi sono valorizzati da iniziative scolastiche che le rendono un prolungamento di contesti istituzionali e formali: non allettante messa giù così. Anche in termini di impatto visivo, sono spesso aule asettiche (principalmente le piccole biblioteche di luoghi non centrali).
Tralasciando i luoghi dove poter fruire dei libri prescindendo dalla condizione economica, occorre riavvicinare o avvicinare dal principio all’oggetto libro con sensibilità, con delicatezza e rispetto. Occorre togliersi quella supponenza tipica di noi che ne abbiamo sempre almeno uno in borsa. Ma chi ci crediamo di essere.
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Nell’atto dello scrivere, cosa prendi dall’esperienza personale e cosa prendi dalla riflessione teorica?
Io scrivo in quanto urgenza, è una salvezza ed è una croce, questo lo rende sempre un fatto personale. Il personale è inevitabilmente intrecciato al teorico: le riflessioni teoriche che rimangono in me, lo fanno perché si situano personale, si incarnano.
La mia scrittura è il mio corpo, il mio corpo è un corpo che vive ed esperisce i processi di incorporazione, il mio corpo è un corpo tra corpi altri di ieri, di oggi, di un pensiero del domani.
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Che ruolo pensi abbia il tuo lavoro nell’immaginario della letteratura contemporanea? A chi altr* di questo immaginario pensi di appartenere?
Questa è una di quelle domande a cui vorrei rispondessero gli altri. Non per togliermi dalla responsabilità di pensarmi parte di qualcosa, anzi. Mi piacerebbe confrontarmi con il pensiero di chi mi legge, sono troppo coinvolta da quanto scrivo per guardarlo e inquadrarlo da sola. Anzi, a ben pensarci è proprio un confronto che vorrei avere.
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Esistono, secondo te, delle costanti di immaginario che percepisci come trasversali alla tua generazione? Che forma ha l’immaginario della tua generazione? E rispetto alle altre generazioni?
Credo che la mia generazione porti alto il testimone dell’incertezza e della precarietà, tanto che ne ha fatta questione esistenziale e non solo materiale: l’immaginario ne ha prese tutte le forme.
Rispetto alle altre generazioni, manca il carattere transitorio delle due condizioni citate. Noi le esperiamo eterne, siamo quelle del Non andremo mai in pensione, per dirne una.
Le riflettiamo in ogni aspetto più intimo della vita, basta pensare al campo relazionale. Ecco, forse vorrei una scrittura che possa contribuire a prendere atto di questo immaginario per sovvertirlo e ampliarne in contorni: GUARDA INTORNO QUANTA ALTRO ESISTE!
Perché sicuramente ne è permeata, ma un conto è dire Questo testo incarna questi testimoni e ci piange sopra vede solo quelli, un altro è dire Ok ci sono, ma c’è anche altro che merita di occupare spazio e forse anche cambiare le carte in tavola: ribaltiamo tutto, sconvolgiamo, agitiamo.
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Mikel Marini | Sulla violenza contro qualcun altro
Mikel Marini Doughty è nato a Bilbao nel 2000. È parte del Direttivo del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna (dove studia Italianistica), con il quale ha curato dal 2021 rassegne di poesia, festival, seminari e laboratori. È redattore del sito Vallecchi Poesia, per cui scrive; parallelamente porta avanti una ricerca pedagogica e drammaturgica dedicata all’infanzia. È uscito per Vallecchi Firenze il suo libro d’esordio, Non per il mondo ma per il giardino.
Prima di iniziare, come stai?
In questi giorni sono un po’ triste e in burnout, se me lo chiedi, però non vorrei sentirmi così, quindi già questo in realtà è un segnale di ok.
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Entrando subito nel merito, nel suo saggio Che cos’è il contemporaneo, il filosofo Giorgio Agamben ipotizza che i caratteri della contemporaneità superino il semplice sostare di qualcuno o qualcosa nel suo tempo, ma riguardino il modo in cui ci si relaziona al proprio presente. Ti poniamo quindi, questo stesso interrogativo, riguardo alla scrittura, nella forma in cui ognuno di voi la esperisce e la pratica: che cos’è la poesia contemporanea e cosa può fare per esserlo?
Secondo me la poesia contemporanea è tutta la poesia a cui ho accesso in questo momento. Non deve fare nulla per essere contemporanea; al massimo devo fare qualcosa io. Impararla a memoria, copiarla da qualche parte, leggerla da solo, non leggerla proprio, consigliarla a qualcuno: queste sono tutte cose che posso fare e che rendono una poesia contemporanea.
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Esiste ancora in una certa misura qualcosa di importante o di necessario da raccontare oggi in Italia?
In Italia mi sembra che ci sia bisogno di raccontare la violenza e la gioia, come sta già succedendo. Per vivere dobbiamo fare del male a qualcuno o qualcosa, consumarlo: per raggiungere qualsiasi obiettivo dobbiamo sfruttare l’energia di qualcun altro, mangiandola direttamente (il cibo) o indirettamente (il lavoro, quindi l’energia che ha impiegato a farla). A noi hanno raccontato storie nelle quali il lieto fine era raggiungere il proprio obiettivo: salvare il mondo, vincere con la squadra degli amici il torneo della scuola, conquistare la persona amata. Ci hanno anche raccontato che costa fatica riuscirci, impegno, lavoro duro; ma non che anche questa è una forma di violenza contro qualcosa. Per me un esempio lampante in questo senso è il bodybuilding: la quantità di cibo effettivamente richiesta per prendere massa allenandosi è consapevolmente un surplus, un extra, rispetto al nostro fabbisogno standard, per consentire l’ipertrofia, il bulk. Ma non voglio demonizzare chi va in palestra, né chi vuole raggiungere un obiettivo, perché essere violenti ci dà gioia, letteralmente: ci dà le cose che ci piacciono. Bisogna raccontare questa cosa da cui dipendono tantissime altre: vivere può essere gioioso, ma è costruito sulla violenza contro qualcun altro.
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Nella stagione precedente della rubrica molt* intervistat* sono stat* invitat* a riflettere su come, oggi, l’arcinoto paradigma di crisi si sia trasformato in un paradigma del sempre più prossimo e imminente collasso; tu come la vedi?
Nelle mie poesie io mi sento oltre la crisi, e pienamente inserito nel collasso, o fallimento (che sento più mio), o nella rovina, o nel disastro. Un poeta della rovina per me è Antonio Riccardi, specialmente nel suo esordio “Il profitto domestico”. Di quella generazione per me è quello che ha colto più lucidamente questo aspetto. C’è anche un altro poeta che racconta molto bene questa cosa, Mario Santagostini, della generazione precedente: le sue poesie sono costruite spesso con questi “o”; “oppure”; “o forse”; “o invece” che sembrano aprire nuovi scenari, e invece convergono sempre verso la rovina, e non riesce a venirne fuori. Due anni fa un altro poeta, più giovane degli altri due, che si chiama Federico Italiano ha chiuso il suo libro “La grande nevicata” con una poesia apocalittica, e in un altro libro, “L’invasione dei granchi giganti”, c’era già questo senso fortissimo di inesorabilità delle catastrofi. Mi sembra che il disastro, quello vero, sia all’orizzonte: non vedo come la poesia potrebbe cambiare le cose, al massimo insegnare a non paralizzarsi quando lo si guarda; anche se poi ci paralizzeremo lo stesso.
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Per Adriano Spatola in poesia esisteva una differenza fondamentale tra impegno (la moralizzazione, il patetismo civile recitato sul palco) e partecipazione, (il mettere al centro le questioni e discutere assieme col pubblico, in modo orizzontale, i problemi, i meccanismi, le soluzioni): per te cosa vogliono dire impegno e partecipazione, se concordi con questa differenza? Come pensi di usarli?
Per la questione impegno: ci credo poco, con la poesia. Ho poco interesse nel discutere con un pubblico attraverso la mia poesia (sottolineo: attraverso la mia) in modo orizzontale di problemi e meccanismi, perché non ne ho le forze e perché non penso che lo farei bene. Adriano Spatola, che mi citi nella domanda, aveva anche notevoli competenze grafiche (quasi un designer, un pubblicitario) oltre che di scrittura. Voglio dire che lui era abbastanza ferrato da potersi permettere di credere seriamente a queste cose, mentre se lo facessi io non sarei credibile. Non ho problemi a dire che per me la poesia è una questione innanzitutto privata, una sfida contro una tradizione letteraria. Io scrivo per me, e per gli altri/le altre che scrivono o hanno scritto poesia o che l’hanno letta e cercano di nuovo quella cosa da cui sono stati/e attirati/e inizialmente. Voglio parlare con loro perché ci appassionano le stesse cose, ma non li/le considero un pubblico, né vorrei essere considerato tale da loro.
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All’attivo, ti senti di esserti mai spes* per migliorare la condizione culturale del tuo paese? E in che modo? E può, secondo te, ogni scrittura e libro avere una certa responsabilità in questo?
Penso proprio di sì: per esempio con l’attività portata avanti con il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna, con cui cerchiamo di costruire un ambiente di discorso accogliente e finalizzato all’incontro tra studentesse/studenti e autori/autrici. Ma anche a livello personale, soprattutto verso l’infanzia: tra doposcuola di aiuto compiti, ripetizioni, la mia attività professionale con l’associazione Leoscienza, che porta in tutta Italia laboratori di divulgazione scientifico/teatrale, o persino quando ho fatto il catechista per le medie ho sempre cercato di trasmettere che la cultura è uno scoperchiamento della banalità a cui veniamo sottoposti/e per comodità ogni giorno. Penso che sia più prezioso veicolare la bellezza e il divertimento che stanno in questo modo di concepire la cultura: mi preme di più che rimanga questo che non le informazioni date.
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Può il continuo e crescente costo dei libri (anche tuoi) influenzare o almeno contribuire al progressivo e continuo disinteresse dell’oggetto culturale “libro”?
Direi di no. So che ci sono manga più costosi di libri di poesia che vengono venduti senza problemi. Per quel che riguarda il mio (unico) libro il problema del prezzo ce lo siamo posti, e lo abbiamo tenuto in un range sicuramente non fra i più alti che si possono trovare in libreria. Non è scontato aver avuto questa possibilità, e infatti non colpevolizzo nessuno per i prezzi dei libri perché non ne so veramente niente, anche perché i tagli dei costi possono impattare negativamente la qualità della filiera.
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Nell’atto dello scrivere, cosa prendi dall’esperienza personale e cosa prendi dalla riflessione teorica?
Dal teorico prendo molto dalla tradizione: mi entusiasmano i fenomeni di nicchia nella storia della letteratura italiana, anche perché alla fine si scopre sempre che non erano poi così di nicchia, come nel caso della poesia del nostro Seicento. Poi a livello teorico quando leggo una cosa che mi suona bene mi chiedo: perché suona bene? Allora cerco di capire perché per poi replicarlo. A livello di esperienza invece cerco un allineamento: questa cosa che scrivo può ricordare in qualche modo come questa cosa di solito va veramente?
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Che ruolo pensi abbia il tuo lavoro nell’immaginario della letteratura contemporanea? A chi altr* di questo immaginario pensi di appartenere?
Penso che non sia passato ancora abbastanza tempo per rispondere bene a questa domanda, ma stiamo a vedere!
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Esistono, secondo te, delle costanti di immaginario che percepisci come trasversali alla tua generazione? Che forma ha l’immaginario della tua generazione? E rispetto alle altre generazioni?
Mi sembra che la mia generazione abbia molto chiaro l’immaginario della stratigrafia, delle geologia e quindi del fossile: cose che non solo rimangono ma che si sovrappongono, si schiacciano e si deformano a vicenda, e che rischiano di rimanere inascoltate se non si sa come ascoltarle. L’informatica è sempre di più una geologia dell’informazione, quindi riconduco a questa linea anche quel tipo di scritture. C’è anche chi reagisce a questo con una poesia che non lascia tracce immobili, ma che vale solo quando viene detta da un certo qualcuno in un certo posto e che si sottrae all’archeologia. Secondo me questo c’entra molto col fatto che il collasso ci spinge a guardare, una volta vista la fine (o credendo di averla vista), sempre più indietro fino ad arrivare all’inizio. Io però, e su questo chiudo, non penso che una generazione porti avanti una poetica differente rispetto alla precedente o successiva. Al massimo condivide gli spazi con cui porta avanti un pezzo di discorso che però è trasversale, intergenerazionale, come questo della stratigrafia, che si è riaffermato, dopo essere entrato nell’agone poetico con Zanzotto (che aveva fatto in “Gli sguardi fatti e i senhal” una geologia della concezione della luna in versi), con più forza dopo l’idea (bocciata, per ora) dell’Antropocene o, come lo avevo chiamato Moore nel 2014, più propriamente Capitalocene. Comunque ti direi che ha la forma di una spirale.
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