In\trevoir | S1E3-4 | Andrea Donaera e Andrea Inglese

a cura di

Francesco Ciuffoli

29–43 minuti

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in copertina Jon Rafman, Nine eyes of Google Street View (70, Via Trincea delle Frasche, Fiumicino, Lazio, Italia, 2010)



In\trevoir | Stagione 1: Vivere in tempi strani.

Interventi poetici intorno al discorso sul presente.


Quanto più si va verso le forme di produzione culturale in cui si discute il mondo sociale, tanto più è visibile il conflitto interno nei mondi della produzione culturale che ha per posta in gioco la lotta sul principio della legittima valutazione.

[Pierre Bourdieu, Lezioni, Sistema, Habitus, Campo]


Dopo i primi due episodi, eccoci di nuovo con le interviste della rubrica In\trevoir1. In fondo, Intravedere significa tenere di conto di tutto questo: vedere indistintamente o di sfuggita, e per lo più in lontananza, specialmente quando c’è scarsa visibilità e gli oggetti si mescolano e confondono tra gli altri; intuire nella nebbia le figure che si celano dietro le sagome e le ombre del presente e che sappiamo essere lì al pari di un oggetto o di una presenza ben definita; intuire, in questo senso, anche di cose future, di ciò che sta al vertice dell’orizzonte e che stenta ancora a palesarsi, a manifestarsi nella sua interezza, a mostrare il suo reale e inquietante aspetto.

In\trevoir significa, in questo senso, anche hauntologia, cioè il tentativo di mettere in luce ciò che è solo intuibile tra le ombre e le ceneri di questo pianeta; esprimere l’inesprimibile, azzardando; fornire una lettura dell’esperienza odierna a partire dalla letteratura che viene prodotta, unica fonte insieme all’arte, capace di manifestare gli stati di cose, la produzione in atto all’interno del campo e dell’habitus di un’epoca; anticipare prima del tempo quella sempre tardiva ricezione del sapere rispetto alle condizioni del presente.

In\trevoir è quindi un’indagine, una ricerca antropologia, una raccolta di testimonianze, una forma di resistenza a partire da quei luoghi inesplorati o ignorati da quelli che Bourdieu chiamava gatekeepers [guardiani] e go-betweener [intermediari]. Una ricerca per un certo senso sicuramente in-fondata ma che tenta ugualmente di rispondere alla domanda «la sociologia è qualcosa che distrugge il piacere letterario?» ribaltandone il paradigma. In questo senso, può quindi il piacere letterario, la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa come studio e analisi dei fenomeni di un’epoca?

Dobbiamo far funzionare le analisi teoriche nella pratica: l’habitus è l’aspetto del capitale incorporato. Ma ciò che è incorporato, come tutti sanno, non è facile da strappar via: una grande differenza tra capitale culturale e capitale economico è che, essendo incorporato (come il capitale linguistico), il capitale culturale fa corpo con il suo portatore. Come è, in un certo senso, incollato sulla pelle di chi lo indossa, questo capitale sarà un ostacolo vivente di tutti i tempi della lotta per ottenere il rendimento massimo del capitale. [Bourdieu, 1983]

«après nous, le déluge!». E che sia nostro, in questo,

l’impegno di calare per primi in mare le scialuppe.


  1. Entreabrir, entre oscuro (Cervantes, loc. cit. qui dietro, p. 588) e simili (vedi il dizionario spagnuolo in entre…) aggiungasi al detto altrove dell’antico uso d’inter per fere ec., conservato ne’ volgari moderni. Cosí in francese entrevoir ec. ec. (16 luglio 1824). [Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, p. 4113] ↩︎




Il format prevede 3 domande di apertura, 10 domande su temi culturali e sociali, giusto perché il 13 è il numero da evitare e da guardare con diffidenza. Ogni stagione inoltre sarà composta dall’intervento di 14 poeti, 7 poeti ‘giovani’ a cui si affiancano 7 poeti già entrati nel canone, al fine di evidenziare le similitudini e le differenze generazionali rispetto a questo strano e inquietante mondo che pare ci spetti abitare quest’oggi. L’intervista sarà inoltre arricchita da un brano musicale di apertura, diversi scatti ‘rubati’ dalla serie Nine Eyes of Google Street View dell’artista Jon Rafman, nonché alcuni testi in chiusura degli autori intervistati.

Nell’episodio #0 di Vivere in tempi strani abbiamo chiesto a Gianluca Didino di fare il punto a distanza di quattro anni dall’uscita di ‘Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani’ (minimum fax, 2020). Qui il suo intervento.

Nell’episodio #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.
Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.
Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui l’intervista.
Nell’episodio #7 e #8 sono intervenuti Demetrio Marra e Simona Menicocci. Qui l’intervista.
Nell’episodio #9 e #10 sono intervenuti Diletta D’Angelo e Vincenzo Ostuni. Qui l’intervista.
Nell’episodio #11 e #12 sono intervenuti Riccardo Socci e Giovanna Frene. Qui l’intervista.
Nell’episodio #13 e #14 sono intervenuti Edoardo Occhionero e Sara Ventroni. Qui l’intervista.




#3 | Andrea Donaera | In una tana del Bianconiglio


Con In\trevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Andrea:







Andrea Donaera è nato nel 1989 a Maglie ed è cresciuto a Gallipoli. Nel 2019 ha pubblicato la raccolta Una Madonna che mai appare all’interno del XIV Quaderno italiano di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos. ‘Io sono la bestia’ (NN Editore, 2019) è il suo primo romanzo. Seguono ‘Lei che non tocca mai terra’ (NN Editore, 2021), ‘La colpa è mia’ (Bompiani, 2024). Nel 2023 è uscito anche ‘Le estreme conseguenze’ (Le lettere, 2023), volume di poesia che potremmo considerare sintesi del suo percorso poetico fino a ora.




Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?


Andrea: Non penso.


Inverso: Perfetto. In\trevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?


Andrea: No.


Inverso: Prima di iniziare, come stai?


Andrea: Tiriamo avanti.


Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.


Andrea: Per faccende di lavoro mi tocca viaggiare spesso, da diversi anni. Durante l’ultimo mese sono stato due volte nelle Marche, un posto che mi piace visitare, è variegato, col mare e le montagne, con cose buone da mangiare, gente con un accento simpatico.


Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?


Andrea: Mi sembra che stiamo in mezzo a una rivoluzione tecnologica/digitale copernicana, da una ventina d’anni. A me pare l’aspetto più rilevante del secolo in corso, fino a oggi. Tutta la realtà è radicalmente fondata su questa rivoluzione, da quello che vedo.


Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?


Andrea: Non conosco il concetto di “subalternità”. Se si intende qualcosa del tipo che il meridione d’Italia dipende molto dal nord Italia, beh, mi pare evidente, da sempre. Anche perché il sud Italia è profondamente indietro in ogni singolo aspetto della vita, è un luogo che non si trova nella stessa linea spaziotemporale dell’intero occidente. Per quanto riguarda i Paesi esteri, non so, non ne visito uno da molto tempo, quindi non saprei cosa dire in tal senso. Le notizie che arrivano ci fanno pensare che in certi posti, tipo il nord Europa, la Germania, stanno molto meglio di noi.


Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?


Andrea: Non conosco il concetto di “subalternità” e non so cosa/chi sia “Wallerstein”.


Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?


Andrea: Mi sembra di capire che sono cose che sono successe sempre nella storia dell’umanità. Malattie, guerre, gente pazza che comanda, gente stupida che vuole essere governata da gente pazza. Secondo me oggi ci sembra tutto unico, ci sembra tutto enorme, perché stiamo in mezzo a quella questione della rivoluzione digitale di cui sopra, e quindi stiamo in un flusso di informazioni e nozioni costante che ci distrae dalle nostre vite singole e ci pone sempre in un finto dialogo con i grandi eventi del mondo. E poi c’è anche troppa gente laureata, troppa gente colta, mi pare. E tutta questa gente sviscera, analizza, ragiona, studia le circostanze del reale circostante, senza accettarlo passivamente come si è fatto trasversalmente fino a qualche decennio fa (quando i colti erano pochi, mentre oggi invece, tra i giovani, quasi tutti sono colti, laureati ecc.). E quindi le cose del mondo ci sembrano gigantesche anche per tutto questo focalizzarsi sulla realtà, forse. Ma chissà.


Inverso: La rubrica di In\trevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?


Andrea: Uno schifo. Ma è un discorso lungo. Se parliamo di gente che scrive bisogna anche parlare dell’industria che produce e mette in commercio i materiali scritti, cioè l’editoria. E si entra in una tana del Bianconiglio. E quindi, come diceva quello lì: visto che non possiamo cambiare Paese, cambiamo argomento.


Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?


Andrea: Ma assolutamente no.

Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?

Andrea: Intrattenimento per alcuni. Un modo per fare soldi per pochi altri. E per la maggior parte una maniera per posizionare la propria identità in un contesto dove magari si riesce a scopare di più.

Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?

Andrea: Ma alle persone vere, quelle che vivono nel mondo vero, non interessano queste cose. Lo studio-analisi del mondo che può fare un letterato italiano di oggi sarà soltanto un discorso rivolto ad altri letterati come lui. E non mi pare abbia senso. L’atto necessario, mi pare, dovrebbe essere quello di vivere davvero nel mondo vero. E magari raccontare il mondo vero, con la lingua del mondo vero, rivolgendosi al mondo vero. L’invenzione romanzesca, le allegorie, e quelle cose lì, hanno senso se utilizzate in questa ottica, con questo approccio, con questa speranza, penso: provare a dire la verità e provare a dirla a quante più persone possibile. Altrimenti è un ozio, un discorso che rimane nelle bolle della gente che fa studio-analisi, la gente che scrive parole come “semiosfera” e poi si lamenta che i loro libri non vengono letti dalla gente normale: ed è legittimo scrivere così, pensare così, ci mancherebbe, ma boh.


Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che secondo te possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.

Andrea: Ultimamente (escludendo i romanzi che provo a fare) scrivo soltanto pessime poesie d’amore, vicine a quelle che scrivevo in adolescenza. Molto banali, superficiali. Tipo queste:




+ + +

Ho freddo: ho molto freddo:

e mi brucia lo stomaco:

e mi fa male il fegato:

la sintomatologia del vuoto:

non so quanto dura: saprei la cura.


+ + +


C’è un freddo certi giorni

che mi sento un bambino:

faccio le preghiere

(testa sotto il cuscino):

«Ridammi cose vere:

fa’ sì che lei ritorni».

+ + +


Le labbra: da secche si sono fatte

screpolate: e poi: spaccate: da un mese

se mangio o sorrido provo un dolore:

piccolo ma tenace:

mi piace quando sento

un sapore di ferro:

mi sembra tutto coerente: mi sembra

di aprimi in molti pezzi lentamente.


+ + +


Chi mi vedrà dirà è un uomo di cenere

e avrà ragione: non è una rinascita –  

qualora poi dovessi

essere sottoposto

a qualche pratica risorgitura:

ricorda che anche Cristo

era ferito, uscito dal sepolcro

[e il mio orrido costato

tu, no: non lo tocchi:

tu: non saprai (mai) delle quattro stimmate

(e di quelle altre due:

tutte soltanto tue: apertesi negli occhi)]:





#4 | Andrea Inglese | Tutto circola, ma poco sedimenta


Con In\trevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Andrea:







Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Alcuni dei suoi volumi di poesia e prosa sono: ‘La distrazione’, Luca Sossella, 2008; ‘Prati’ (Prosa in prosa, Le Lettere, 2009); ‘Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato’ (Italic Pequod, 2013); ‘Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011); ‘Stralunati’ (Italo Svevo, 2022); ‘Il rumore è il messaggio’ (Diaforia, 2023). È inoltre autore dei due romanzi ‘Parigi è un desiderio’ (Ponte Alle Grazie, 2016) e ‘La vita adulta’ (Ponte Alle Grazie, 2021). Con Paolo Giovannetti ha curato il volume collettivo ‘Teoria & poesia’ (Biblion, 2018) e ‘Maestri Contro: Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi’ (Biblion, 2024). È stato redattore delle riviste ‘Manocomete’, ‘Allegoria’, del sito ‘GAMMM’, della rivista e del sito ‘Alfabeta2’. È uno dei membri fondatori del blog ‘Nazione Indiana’ e il curatore del progetto ‘Descrizione del mondo’ (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.




Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?


Andrea: Si, ma era inevitabile… Verso metà ottobre uscirà per la collana ‘sconfini’, diretta da Giorgio Mascitelli per Derive/Approdi, il libro Storie di un secolo ulteriore,sorta di terzo episodio, dopo Ollivud (Pufrock spa, 2018) e Stralunati (Italo Svevo, 2022), del mio lavoro sulle forme brevi in prosa (tra prosa in prosa, racconto fantastico e umorismo de-genere).

Inverso: Perfetto. In\trevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?


Andrea: Essere a mio agio è senz’altro una mia grande ambizione. (Una precisazione fuori tema. La canzone che ho scelto – Betty Davis –, l’ho scelta non perché sia rappresentativa dell’epoca, ma perché indica il tono e l’atmosfera dell’epoca, così come la vorrei.)

Inverso: Prima di iniziare, come stai?


Andrea: Bene e male. Bene, perché oggi è domenica, sono ancora in vacanza, e quindi posso lavorare “seriamente”, e anche distendermi sulla panchina di un giardino, a dormicchiare. Male, perché nonostante il lavoro collettivo, mediatico, di normalizzazione delle stragi, sono di nuovo sotto l’assillo delle immagini e delle notizie dei bombardamenti israeliani a Gaza, ed è un’ombra che torna, ciclicamente in questi mesi, a togliere smalto a tutto quanto mi circonda.

Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.


Andrea: L’ultimo mio soggiorno in Italia, da espatriato che sono, è stato in Sicilia, a San Mauro, in un paesino di montagna, vicino a Palermo, dove ero invitato come giurato di un premio letterario. Ho potuto visitare Palermo, con un amico palermitano. Una visita corta, ma intensa, ad alcune bellezze architettoniche cittadine. Poi ho visto San Mauro, esempio di cittadina provinciale sperduta, a rischio di spopolamento. Una cittadina animata, però, da uno sforzo di un gruppo di giovani colti e intelligenti, che vorrebbero valorizzare la sua storia attraverso l’attività culturale. E sono riusciti a dare vivacità a un premio letterario che esisteva da tempo, il premio ‘Prestigiacomo‘. Ricordo alcune cose di cui ho parlato con il mio amico palermitano, come il problema dell’immondizia a Palermo, problema eterno, irrisolvibile, quale che sia il colore politico dell’amministrazione. Perché questa condanna?, ho pensato. Ma noi italiani veniamo da molto lontano. In Sicilia in particolare, la storia di una fase cruciale del dopoguerra, storia che riguarda tutto il paese, è come incistata in quell’asse Roma-Palermo, rappresentato dall’alleanza tra Giulio Andreotti, Salvo Lima e la criminalità organizzata siciliana. È incredibile, ad esempio, pensare alla sprovvedutezza (voluta, perseguita) dello Stato, e più in generale della società (subita in questo caso), nei confronti di Cosa Nostra, per coloro che sono cresciuti dopo il primo maxiprocesso. (C’è una nozione collettiva di Cosa Nostra prima del maxiprocesso e ce n’è una nata dopo di esso.) Intendo dire, che è difficile per l’Italia essere un paese normale, avendo alle spalle la storia che ha e la diffidenza nei confronti delle istituzioni che vent’anni di fascismo, quaranta di democrazia cristiana e venti di berlusconismo non hanno fatto che alimentare. Da noi, tutti i mali dell’epoca – il neoliberismo sfrenato, la criminalità, il populismo, la distruzione dell’ambiente –, acquistano maggiore virulenza, grazie alla triste storia delle nostre istituzioni e alla loro fragilità cronica. Tutto ciò ha anche una controparte positiva: la parte più sana del paese è capace di agire in grande autonomia, s’inventa esperienze di solidarietà sociale impensabili altrove, sperimenta soluzioni senza l’accompagnamento o le indicazioni dello Stato. Ma il mio sguardo verso l’Italia è assai ambiguo per via della mia posizione di espatriato, anzi di scrittore espatriato. Questo mi pone in una strana situazione di sfasamento, rispetto ai miei amici italiani: vivo gli eventi fondamentali che attraversano il paese con un tempismo e attraverso una distanza molto diversi. Mi auguro che questo possa contribuire a dare un carattere originale a ciò che scrivo, ma non è una posizione in ogni caso confortevole. Di certo, questa condizione accentua lo sguardo critico nei confronti della mia storia e cultura nazionali. Questo mi rende per altro sospetto, come tutti gli espatriati lo sono, esseri ibridi, dall’appartenenza incerta.

Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?

Andrea: La domanda più che essere cattiva o scorretta, come una gamba tesa calcistica, è sproporzionata all’occasione, allo spazio a disposizione. (Anche se avrete capito che io sono un temibile prolisso.) Ma è inevitabile farla, perché tutti noi abbiamo tendenza portarci dietro “un’idea dell’epoca”. L’aspetto che forse mi pare più degno di riflessione è il carattere problematico e ambiguo che ha assunto la nozione di progresso. Da un certo punto di vista, si vorrebbe dire semplicemente: siamo in tempi molto bui, di reazione generale. I fascismi tornano, in vesti e con temi più o meno nuovi, persino nel cuore di quell’occidente (Europa e Stati Uniti) che già aveva pagato storicamente un prezzo altissimo, per l’ascesa politica del nazi-fascismo. Nel contempo, le vecchie e nuove forme dell’ideologia fascista, sembrano integrarsi perfettamente nei programmi di governo e nell’organizzazione economica promossa dal neoliberismo capitalista. Questa giunzione è anche quella che legittima forme di guerra contro nemici interni o esterni. A questo quadro già disperante, si aggiunga quello relativo al disastro ambientale diretto (riduzione della biodiversità e inquinamento) e indiretto, ossia l’impatto dell’azione umana sul cambiamento climatico. Non solo il Novecento non ha visto la realizzazione di un’autentica società comunista e più giusta, ma il nuovo secolo ha persino gettato un definitivo dubbio sul “progresso umano” in generale, dal momento che fino ad ora esso è stato concepito (almeno dal XVIII secolo in poi) in virtù di un’alleanza tra crescita economica e innovazione tecnico-scientifica. Il nuovo secolo ci dice che questi due elementi non solo non garantiscono un miglioramento delle condizioni di vita sociali (di tutta la società), ma possono avere un impatto disastroso sull’ambiente. Rispetto a questo affresco estremamente cupo, emergono però alcuni fatti incontestabili: i rapporti tra uomo e donna sono stati messi in discussione, sono stati combattuti e criticati, e continuano ad esserlo, con dei risultati evidenti sulle mentalità e i comportamenti delle giovani generazioni. E questo vale anche per quel che riguarda i rapporti tra i bianchi e i diversi gruppi di persone razzializzate in occidente, anche se la lotta contro il razzismo non riguarda certo la sola società occidentale. In altre parole, nel corso delle fine del XX secolo e nel primo ventennio del Nuovo, un lavoro importante è stato fatto da movimenti femministi, anti-razzisti, e decoloniali. A ciò vanno ad aggiungersi i movimenti che hanno contestato la normatività eterosessuale e le forme di discriminazione nei confronti dei disabili. La nostra memoria è corta, ma ricordiamoci come funzionavano le mentalità di massa (e i reali rapporti sociali) nella nostra società ancora negli anni Ottanta intorno a certe questioni, senza retrocedere fino agli anni Sessanta o Cinquanta. Un lavoro è stato fatto attraverso diversi cicli di lotte e se ne percepiscono malgrado tutto gli effetti sulla società civile e le istituzioni. Oggi esiste una maggiore consapevolezza non più solo nei confronti delle determinazioni di classe, ma anche di quelle legate alle pretese identità di genere o etniche. Insomma, non c’è dubbio che un progresso reale c’è stato sul piano sociale. Per questo motivo, non sopporto gli apocalittici “totali”. Dobbiamo al tempo stesso smontare e criticare la vecchia nozione di progresso e, nello stesso tempo, essere capaci di cogliere degli avanzamenti relativi sul piano sociale, altrimenti ci si ritrova completamente privi di bussola, a sognare una grande e purificatrice rivoluzione, che ha i tratti più del miracolo che dell’evento politico collettivo.


Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?

Andrea: Tra Francia e Italia sono molte le differenze, ma non le vedo in chiave di subalternità. Ogni contesto culturale, mi verrebbe da dire, ha i suoi punti di forza e le sue fragilità. È pur vero che la libera circolazione formativa e professionale, soprattutto dei cittadini colti e della classe medio-alta, in Europa, ha contribuito e contribuirà all’assottigliamento delle differenze, dal momento che prevarrà una stile di vita e un’ideologia “europea”, nata dall’ibridazione di alcuni settori avanzati delle culture dei diversi paesi. Però è anche possibile che vi siano delle caratteristiche così profondamente radicate nelle mentalità e nelle condotte delle diverse popolazioni, che alcune differenze importanti continueranno a funzionare e ad essere percepibili. Viste dalla Francia, alcune caratteristiche del contesto italiano risaltano spiacevolmente. L’attitudine nostrana, che sopporto di meno e che è ampiamente presente in ogni strato sociale, consiste in un misto di cinismo e di fatalismo, che rende le persone perfettamente disincantate e rassegnate. Ed è illusorio considerare che questo cinismo-fatalismo sia una peculiarità delle persone reazionarie o populiste. Esiste un cinismo-fatalismo declinabile anche a sinistra. A un primo sguardo i francesi possono apparire molto più individualisti che gli italiani, ma sono capaci di riconoscersi come un corpo sociale in grado d’intervenire sulle politiche di governo e la volontà delle classi dirigenti. È qualcosa che hanno sperimentato storicamente, che fa parte della loro memoria. E paradossalmente questa capacità di contestare e criticare l’esistente è connessa con una certa fiducia nelle istituzioni sociali. La Rivoluzione come la Comune, hanno mostrato che il compito dei rivoluzionari non consiste solamente nell’abbattimento dell’ordine esistente, ma nella creazione di uno nuovo, diverso e più giusto, che sia in grado di perpetuarsi.

Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?


Andrea: Non capisco bene la domanda, ma non lanciatemi su Wallerstein, su Giovanni Arrighi, su analisi dell’economia-mondo, del sistema geo-politico, sennò ci insabbiamo io (che scrivo) e voi (che leggete). Dico solo che gli studi di Immanuel Wallerstein come quelli di Giovanni Arrighi (entrambi hanno lavorato nello stesso centro universitario, il Braudel Center della Binghamton University, fondato nel 1976 da Wallerstein e integrato da Arrighi due anni dopo) costituiscono ancora oggi una strumentazione straordinariamente ricca per comprendere il mondo che ci circonda e l’epoca appunto che viviamo. Si tratta di studi interdisciplinari, a cavallo tra storia, economia e sociologia. D’altra parte, dovrebbero essere diffusi e letti da tutti coloro che ambiscono trasformare la realtà in direzione di una più grande giustizia sociale. Le energie ribelli e la buona volontà non bastano. Ci vogliono anche buone e lucide analisi. E queste sono rare. Un’ultima cosa sulla subalternità dell’umano. Se intendiamo dire che le persone sono condizionate da rapporti gerarchici e di dipendenza, questo è assolutamente evidente in qualsiasi tipo di società. Rimane da capire, quanto questi rapporti – che sono sempre storici – producano delle forme di sfruttamento e dominazione, in grado di avvantaggiare certi gruppi sociali a danno di altri. Ma anche su questo tema oggi esiste, mi sembra, una vasta letteratura.

Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?


Andrea: Le rotture, le fratture, a cui alludete, esistono senz’altro, è forse possibile anche individuare delle soglie storiche o ipotizzarle, ma non sono fratture omogene che riguardano tutti gli abitanti del pianeta in un dato momento storico. Queste fratture si manifestano in modi, intensità e livelli diversi a seconda della società particolare (del suo grado di sviluppo, ecc.), che prendiamo in considerazione. Quanto all’idea che la pandemia, quattro anni fa, o le guerre in corso, come quella tra Russia e Ucraina o quella dello Stato di Israele contro la popolazione palestinese e Hamas, abbiano rotto qualcosa nel mondo (anche solo nel nostro mondo), mi verrebbe da dire: purtroppo non è così, purtroppo non si è rotto niente, e tutto va avanti come prima e peggio di prima. In un intervento dell’aprile 2020, dedicato alla pandemia, evocavo appunto gli auspici di Bruno Latour (vedi: A lezione di pandemia: vi è una socialità non capitalistica nel cuore del capitalismo | NAZIONE INDIANA). Il vero problema è che non si è rotto nulla nell’atteggiamento delle classi dirigenti occidentali e del resto del mondo. Al massimo, si è persa definitivamente la “rispettabilità morale” dell’occidente, ma si tratta di un processo avviato ben prima del 2020. Quello che invece si sta rompendo sotto i nostri occhi è il pianeta. E i nostri sforzi non vanno più neppure nella direzione di una prevenzione del danno (abbassiamo la produzione di C02, per poter contenere l’innalzamento della temperatura), ma in quella di un adattamento al danno (programmiamo l’evacuazione di una certa zona costiera o il rafforzamento delle barriere artificiali contro l’innalzamento delle acque, ecc.).

Inverso: La rubrica di In\trevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?


Andrea: Devo dire che vi è un pullulare d’inchieste, dossier, in cui si chiede a tanti autori di parlare di poesia, letteratura, società, ecc. Di primo acchito sembrerebbe una bella cosa, una sorta di esigenza comune che chiama a raccolta chi vuole ascoltare e chi vuole esprimersi. Il rischio, però, è che tali forme d’inchiesta si rivelino alla fine delle giustapposizioni di monologhi piuttosto che dei veri e propri dialoghi. Ora è certo che i dialoghi sono la cosa che più manca. Siamo forse una società che, sul piano culturale o più specificamente letterario, sta perdendo il gusto, ma anche la capacità di dialogare. Il dialogo è una cosa strana. Innanzitutto prende tempo, e implica due o più persone, che si presentano in una situazione paritaria: non c’è mai chi pone solo domande e chi fornisce solo risposte. Il dialogo deve svolgersi, magari per iscritto, ma attraverso diverse “repliche”. O, nel caso sia orale, esige diverse “prese di parola”. Il dialogo finisce per far evolvere le idee formulate all’inizio dai due o più interlocutori. Il dialogo è una struttura sovrapersonale che utilizza le posizioni individuali per trasformarle in una terza e ulteriore cosa, che non è riducibile ai dati iniziali e alle posizioni di partenza. Naturalmente la vostra indagine non è esente da questo rischio. E, d’altra parte, sono io il primo a trovare appassionante uno spazio che permette di parlare non esclusivamente di letteratura. Eppure con il tempo mi rendo conto delle difficoltà e di certi limiti che comporta una tale progetto, proprio per la sua natura di comunicazione virtuale. Il web, infatti, nelle sue varie forme, incrementa gli spazi di “espressione,” di “comunicazione”, ma avere “carta bianca” non basta. Bisognerebbe anche capire come funziona la ricezione o come vorremmo funzionasse. E quando parlo di ricezione intendo anche “elaborazione comune”. Credo che sia proprio il momento politico di elaborazione comune che ci manca. Siamo presi come in uno strano fenomeno. Possiamo comunicare puntualmente con una grandissima facilità e con una grandissima velocità, grazie al web e ai dispositivi elettronici. Meglio di quanto si potesse fare con fanzine, volantini, fogli politici, samizdat, ma è difficile poi – se non impossibile – prendersi il tempo necessario (tempo inevitabilmente lento) del confronto vero e del dialogo, tra corpi in presenza. Quindi tutto circola, ma poco sedimenta. Tutto è condiviso, ma poco incide. Naturalmente spero che il vostro progetto possa mostrare l’infondatezza delle mie perplessità.

Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?


Andrea: Qui vorrei essere molto drastico. Che cosa s’intende per “discorso letterario”? S’intende un “chiacchierare su temi e questioni del mondo”, così come ho appena fatto io nelle risposte? Allora credo che questo tipo di discorso possa contribuire a esplicitare che cosa ci stia dietro o accanto un lavoro letterario, un libro di poesia, di prose o di narrativa. Ma l’essenziale del “discorso letterario” è nel libro che è stato scritto in forma letteraria. Quello che conta è questa forma. Quello che di meglio posso fornire, per leggere non i problemi del mondo, ma il mondo stesso, è un libro di prose brevi come Stralunati (Italo Svevo, 2022) o di poesia intesa in senso ampio (versi, prosa, foto, ecc.) come Il rumore è il messaggio (Diaforia, 2023). E io ho paura che le persone abbiano più voglia di leggere le mie risposte a un questionario come questo, piuttosto che leggersi uno dei miei libri. Anche perché la letteratura – e diciamola tutta – per come la intendo io non tratta i “problemi” del mondo, ma l’enigma del mondo, la sua estraneità irrimediabile. Serve o non serve spingersi, attraverso un libro (o un film, o una performance, o un quadro, ecc.) fino a questa soglia? Voglio contestare che questa esperienza sia considerata inutile. Non siamo più di fronte a un’alternativa è utile oppure no. Siamo di fronte a qualcosa del tipo: hai aggiunto qualcosa oltre al conteggio dei problemi del mondo e alle controversie sulle loro possibili soluzioni? L’arte e la letteratura inventano uno spazio ulteriore, come già fanno in modo più estemporaneo le battute al bar, le cene chiassose e allegre, le feste di paese, ecc. Io ho bisogno di vedere, attraverso le parole, il mondo, i rapporti umani, gli oggetti quotidiani, le sofferenze, in una luce diversa, in una prospettiva diversa. Che vantaggio concreto ne traggo? Non lo so. Provate a immaginare una vita, in cui non esista un solo romanzo, un solo libro di versi, un solo quadro, un solo spettacolo di teatro o di danza, una solo concerto di musica, ecc. La gente probabilmente continuerebbe a lavorare, a mangiare, a fare l’amore, la guerra, ecc. Ma un mondo così mi sembrerebbe qualcosa di simile a una camera di tortura.

Quindi rispondo: sì, la letteratura serve a non farci schiacciare dai problemi del mondo. Ora, peggio di confrontarsi con i problemi del mondo (crudeltà, ingiustizia, ecc.), c’è solo il rimanerne schiacciati, impotenti e fatalisti.

Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?


Andrea: Vedi sopra.

Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?


Andrea: Il romanzo, ad esempio, è stato “sociologia” prima che la sociologia esistesse come disciplina. Quindi poesia e romanzo credo che costituiscano materiale sempre interessante per le scienze sociali. Per quanto mi riguarda, ho utilizzato una frase di Orwell come esergo per il Il rumore è il messaggio. La frase è tratta da 1984 e dice “Nella situazione attuale nulla è possibile se non estendere l’area dell’integrità mentale, della ragionevolezza, della salute – utilizzo qui dei sinonimi tutti pertinenti – a poco a poco”. Siamo in un mondo, quello proprio nostro, italiano, europeo, che va sempre di più verso forme di disumanizzazione, ma anche di idiozia collettiva. Le sacche di resistenza sono tante, ma ho l’impressione che ognuno debba fare un lavoro quotidiano per non assuefarsi al peggio, e mantenere la mente lucida contro forme di accecamento generale.

Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che secondo te possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.




Da Il rumore è il messaggio (Diaforia, 2023)

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Mi fanno mangiare la merda

ma è solo un passatempo dicono

finché non imparo il tempo passa

con io che devo mangiare la merda

sarà pure una metafora mi dico

ma non mi fa certo stare bene

io sono con voi gli dico al cento

per cento, ma loro dicono che lo merito

che certa gente come me

con quelle cose che ho in testa

che mi vengono da dire naturalmente

per me non c’è altra soluzione

pasti di merda, ne sono più che convinti

io potrei smentirli in qualsiasi momento

ma qui la smentita conta assai poco

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Non è che io attendo

io non attendo proprio niente

non devo neppure pensarci

io non penso proprio a niente

il messaggio è pronto

come fosse alle mie spalle

già caricato teso puntato

attesissimo

è un messaggio al passo coi tempi

o meglio sarebbe dire è la voce dei tempi

il tono il timbro che essi prendono

avvolgendoci tutti

se i tempi sono neri il messaggio è nerissimo

perché il messaggio è nei tempi

ma li trascende sempre di un poco

se i tempi sono rosei

il messaggio è estremamente rosa

un rosa oltre il rosa

che trascende il bene nel bene

perché così è del messaggio

fa corpo con tutto me stesso

e tutto me stesso fa corpo coi tempi

e i tempi sono un corpo fluente ma non sempre

benigno

i tempi hanno anche dell’oscuro

tagliano ma non bene

quando i tempi sono oscuri piovono

colpi di scure a casaccio

sono metafore violente

quelle che la mente espelle

quelle che la parola dice

portando un poco più oltre

la violenza sulla punta

tagliente del messaggio

questo è quello che io posso fare

facendo circolare me stesso

tutto interamente nella voce

ma anche nei gesti nella camminata

nelle mani avanti balzando avanti

con il cuore i nervi la pianta dei piedi

mi lascio trascinare via dal messaggio

che non rimanga nulla indietro

nulla d’indeciso di poco chiaro

di non ferocemente convinto

non ci dev’essere nemmeno un velo

un’ombra un ritardo nella voce

questo non è sopportabile

per chi porta tutto se stesso nel tempo del messaggio.

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Da La vita adulta (Ponte Alle Grazie, 2021)

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Oggi, dovrebbe forse imparare da Alessia Morace, che in questo ambito è una vera campionessa. Nina ha ricevuto una sua mail, che è in realtà un messaggio promozionale altamente calibrato sul piano grafico e retorico, una sorta di bollettino delle attività del mese di Alessia indirizzato tra l’amicale e il professionale a qualche centinaio di persone. Si annuncia una mostra collettiva a Berlino, a cui Alessia parteciperà in quanto artista, e altre due date, una sempre berlinese e un’altra italiana, in cui Alessia interverrà, invece, in quanto studiosa della letteratura “queer”. Nina è tra lo stordito e l’ammirato per quel salto di qualità. Alessia fa parte di quelle persone che utilizzano ormai con uno straordinario fiuto i mezzi di comunicazione offerti dalla rete, ma soprattutto ha saputo installarsi a suo agio in quella zona tra pubblico e privato, tra legame d’amicizia e relazione d’interesse, tra tribù culturale e cani sciolti a caccia d’appartenenza, che le fornisce un carisma naturale, rendendola punto di riferimento dottrinario e maestra di stile per una quantità di giovani e meno giovani donne smarrite di fronte alle insidie delle vetrine personali, in cui l’avvento dei social le ha sbattute senza un debito apprendistato. Nessuno può resistere alla simpatia di Alessia, alla sua carica propositiva, alla sua inesausta capacità d’irrigare l’arido mondo contemporaneo di progetti, di parole d’ordine, di bibbie culturali. E anche in questo caso è quasi impossibile discernere un narcisismo pienamente affermato da un talento associativo raro: dove lei mette piede, lì si crea un legame, e dove si crea un legame, si sarebbe realizzato uno scambio proficuo d’inviti a incontri militanti, a conferenze accademiche, e persino – e questo davvero ha sorpreso Nina – ad attività artistiche. Alessia Morace, una delle più fedeli seguaci italiane di Judith Butler, l’autrice di un dottorato a Londra sulle sex workers, la studiosa accademica di artiste femministe come Jerry Holzer e le Guerrilla Girls, adesso è diventata anche un’artista. Non si fa mancare niente Alessia: la mondanità e l’impegno, il prestigio della ricerca universitaria e la militanza anti-sistema, la mutevolezza garrula della giornalista culturale e il gesto radicale dell’artista. Non è solo invidia quella di Nina, certo c’è anche dell’invidia, ma prevale su di essa un moto emotivo contrario: la pura ammirazione. Alessia Morace ha la facoltà di acquietare in sé gli opposti, di risolvere nel suo umore costante e sereno qualsiasi tensione, incertezza, dubbio, ansia. Dove altri rimangono impigliati nelle insidie produttive e autopubblicitarie del mondo presente, cercando di essere più persone nello stesso tempo, lei con piumata agilità saltella da un crocevia all’altro, da un ambiente sociale all’altro, come se in ognuno ci fosse nata, e avesse contribuito, anzi, al loro sviluppo e alla loro interna coesione. Quello che in altri sarebbe risultato stridente, fuori posto e al limite sospetto, in lei funziona perfettamente: in Alessia tutti i conti tornano.

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Da ollivud (Prufrock spa, 2018)


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Umiliati


È il film che dà voce agli umiliati. Gli umiliati non si vedono, ma da zone incerte dello schermo si agitano, alcuni attraverso scoppi di voce, altri sfiatandosi come dopo una lunga corsa, gli umili afoni battono le mani contro le cosce secondo partiture ritmiche ancestrali, altri esprimono mormorando la loro paura di cadere, di sbattere la faccia sull’asfalto. Aldo, il più umiliato di tutti, su cui hanno pisciato anche gli operai non qualificati e le puttane cinesi, è in preda a una vociferazione scatologica, ha infilato la testa nel condotto d’areazione della sala cinematografica, e da lì, come da un megafono sontuoso, dettaglia le sue visioni fecali e apocalittiche che giungono all’orecchio anche dello spettatore più incallito e sulla difensiva, lo spettatore con i privilegi condominiali, la doppia pensione, il patrimonio immobiliare saudita, le partecipazioni azionarie in Big Farma, e non può che accasciarsi sulle poltroncine, devastato dal senso di colpa, la mente attraversata dai lamenti, dalle invettive, dalle delucidazioni marxiste sui sistemi intrecciati di sfruttamento razziale e di classe, dalla prolusione anarchica sull’agonia a venire della volontà di potenza, e finalmente capisce, lo spettatore privilegiato, li guarda attraverso le ombre, il nereggiare delle sagome sullo schermo, gli umiliati, cerca di risalire ai loro veri lineamenti, collegando voci e bocche, strofe rivoluzionarie e sguardi, vorrebbe alzarsi, donare il giaccone di camoscio impellicciato, la scarpa di daino, vorrebbe firmare loro un assegno miliardario, baciare le loro mani insanguinate, smerdate, ma è l’unico spettatore rimasto nel cinema, ed è rimasto perché abbattuto da un colpo apoplettico, per questo giace sul posto, incastrato, agonizzante, una parte del corpo pietrificata, ma non la mente, non il cuore che si ravvede, anche per la grande, bisogna dirlo, talentuosità registica, per il gioco vocale degli attori, per i meriti di una sceneggiatura neorealista, che non ha mostrato timidezze lessicali.




Jon Rafman (1981) è un artista canadese che, tra i suoi molti progetti multimediali, dal 2008 porta avanti il progetto 9 Eyes, meglio conosciuto come Nine Eyes of Google Street View. Questo progetto artistico di new media art, dall’anno del suo avvio a oggi (progetto ancora in corso) consta di centinaia se non migliaia di momenti ‘catturati’ dall’artista nel corso degli ultimi quasi vent’anni di mappatura di Google Street View (la famosa macchina che se ne va in giro fotografando tutte le strade del mondo). Gli scatti ‘rubati’, in questo senso, hanno permesso di salvare ogni anno da quasi ogni parte del globo quelle che potremmo comunemente definire ‘scene inaspettate’ e che la cara macchinina di Google, passando, si è trovata a immortale. Prostitute, carri armati, arresti, scene di violenza ma anche panorami mozzafiato, momenti comici e assurdi, nonché glitch fotografici della telecamera, tutto questo è all’interno di Nine Eyes of Google Street View. Un mondo, insomma, senza filtri e che si mostra in questi scatti nella sua totale stranezza e inquietudine.



Risposte

  1. […] Negli episodi #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.Negli episodi #3 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista. […]

  2. […] Qui l’intervista.Nell’episodio #3 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui […]

  3. […] Qui l’intervista.Nell’episodio #3 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui […]

  4. […] Qui l’intervista.Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui […]

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  6. […] Qui l’intervista.Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui […]

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