
in copertina Jon Rafman, Nine eyes of Google Street View (Strada Provinciale 1 Bonifica del Tronto, Controguerra Teramo, Italia, 2011)
il ritratto di Giovanna Frene è stato realizzato da Dino Ignani
Intrevoir | Stagione 1: Vivere in tempi strani.
Interventi poetici intorno al discorso sul presente.
Quanto più si va verso le forme di produzione culturale in cui si discute il mondo sociale, tanto più è visibile il conflitto interno nei mondi della produzione culturale che ha per posta in gioco la lotta sul principio della legittima valutazione.
[Pierre Bourdieu, Lezioni, Sistema, Habitus, Campo]
Dopo una lunghissima attesa, eccoci tornati con altri due episodi di In\trevoir1. In fondo, Intravedere significa tenere di conto di tutto questo: vedere indistintamente o di sfuggita, e per lo più in lontananza, specialmente quando c’è scarsa visibilità e gli oggetti si mescolano e confondono tra gli altri; intuire nella nebbia le figure che si celano dietro le sagome e le ombre del presente e che sappiamo essere lì al pari di un oggetto o di una presenza ben definita; intuire, in questo senso, anche di cose future, di ciò che sta al vertice dell’orizzonte e che stenta ancora a palesarsi, a manifestarsi nella sua interezza, a mostrare il suo reale e inquietante aspetto.
Intrevoir significa, in questo senso, anche hauntologia, cioè il tentativo di mettere in luce ciò che è solo intuibile tra le ombre e le ceneri di questo pianeta; esprimere l’inesprimibile, azzardando; fornire una lettura dell’esperienza odierna a partire dalla letteratura che viene prodotta, unica fonte insieme all’arte, capace di manifestare gli stati di cose, la produzione in atto all’interno del campo e dell’habitus di un’epoca; anticipare prima del tempo quella sempre tardiva ricezione del sapere rispetto alle condizioni del presente.
Intrevoir è quindi un’indagine, una ricerca antropologia, una raccolta di testimonianze, una forma di resistenza a partire da quei luoghi inesplorati o ignorati da quelli che Bourdieu chiamava gatekeepers [guardiani] e go-betweener [intermediari]. Una ricerca per un certo senso sicuramente in-fondata ma che tenta ugualmente di rispondere alla domanda «la sociologia è qualcosa che distrugge il piacere letterario?» ribaltandone il paradigma. In questo senso, può quindi il piacere letterario, la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa come studio e analisi dei fenomeni di un’epoca?
Dobbiamo far funzionare le analisi teoriche nella pratica: l’habitus è l’aspetto del capitale incorporato. Ma ciò che è incorporato, come tutti sanno, non è facile da strappar via: una grande differenza tra capitale culturale e capitale economico è che, essendo incorporato (come il capitale linguistico), il capitale culturale fa corpo con il suo portatore. Come è, in un certo senso, incollato sulla pelle di chi lo indossa, questo capitale sarà un ostacolo vivente di tutti i tempi della lotta per ottenere il rendimento massimo del capitale. [Bourdieu, 1983]
«après nous, le déluge!». E che sia nostro, in questo,
l’impegno di calare per primi in mare le scialuppe.
- Entreabrir, entre oscuro (Cervantes, loc. cit. qui dietro, p. 588) e simili (vedi il dizionario spagnuolo in entre…) aggiungasi al detto altrove dell’antico uso d’inter per fere ec., conservato ne’ volgari moderni. Cosí in francese entrevoir ec. ec. (16 luglio 1824). [Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, p. 4113] ↩︎
Il format prevede 3 domande di apertura, 10 domande su temi culturali e sociali, giusto perché il 13 è il numero da evitare e da guardare con diffidenza. Ogni stagione inoltre sarà composta dall’intervento di 14 poeti, 7 poeti ‘giovani’ a cui si affiancano 7 poeti già entrati nel canone, al fine di evidenziare le similitudini e le differenze generazionali rispetto a questo strano e inquietante mondo che pare ci spetti abitare quest’oggi. L’intervista sarà inoltre arricchita da un brano musicale di apertura, diversi scatti ‘rubati’ dalla serie Nine Eyes of Google Street View dell’artista Jon Rafman, nonché alcuni testi in chiusura degli autori intervistati.
Nell’episodio #0 di Vivere in tempi strani abbiamo chiesto a Gianluca Didino di fare il punto a distanza di quattro anni dall’uscita di ‘Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani’ (minimum fax, 2020). Qui il suo intervento.
Nell’episodio #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.
Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.
Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui l’intervista.
Nell’episodio #7 e #8 sono intervenuti Demetrio Marra e Simona Menicocci. Qui l’intervista.
Nell’episodio #9 e #10 sono intervenuti Diletta D’Angelo e Vincenzo Ostuni. Qui l’intervista.
Nell’episodio #11 e #12 sono intervenuti Riccardo Socci e Giovanna Frene. Qui l’intervista.
Nell’episodio #13 e #14 sono intervenuti Edoardo Occhionero e Sara Ventroni. Qui l’intervista.
#11 | Riccardo Socci | Anestetizzazione della realtà e l’individualismo estremo
Con Intrevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Riccardo:



Riccardo Socci è nato a Recanati nel 1991. Ha svolto un dottorato di ricerca in Studi italianistici presso l’Università di Pisa, occupandosi in particolare della poesia italiana del secondo Novecento. Ha dedicato alcuni articoli all’opera in versi di Valerio Magrelli, Maurizio Cucchi, Franco Buffoni e alla prosa di Franz Kafka e Roberto Bolaño. È autore del libro di poesie ‘Lo stato della materia’ (2020) e del saggio ‘Modi di deindividuazione’ (Mimesis, 2022). Di recente alcuni suoi contributi sono apparsi su ‘Guardare’ rubrica online di Nuovi Argomenti.
Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?
Riccardo: Nulla di importante, tranne forse il lavoro per il quale vengo pagato: insegno materie letterarie nelle scuole medie.
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Inverso: Perfetto. Intrevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?
Riccardo: Non molto, non mi sento quasi mai comodo nel mio corpo o a mio agio nello spazio che occupo.
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Inverso: Prima di iniziare, come stai?
Riccardo: Non sono in grado di rispondere qui a questa domanda. Diciamo bene.
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Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.
Riccardo: Durante l’ultimo anno ho viaggiato in continuazione avanti e indietro con la macchina fra Marche e Toscana, percorrendo paesaggi e strade che conosco benissimo, e ai quali ormai non riservo più quasi nessuna attenzione. Mi fermo soltanto per fare benzina o per prendere un caffè. Per il resto, non ho girato molto: la mia esperienza diretta dell’Italia è stata insomma estremamente parziale e ripetitiva. I fatti e i discorsi mi giungono perlopiù mediati dalla radio e dai podcast che ascolto in viaggio. L’unico episodio degno di nota al quale ho assistito è forse questo: sono in attesa al bancone di un autogrill, a Siena. All’improvviso si sente uno scoppio molto forte, come l’esplosione di un ordigno o il colpo di un’arma da fuoco. Gli altri clienti, gli impiegati e io ci spaventiamo terribilmente, due o tre persone per istinto si accucciano, per qualche istante si percepisce un panico condiviso nel locale. L’uomo in piedi accanto a me al bancone resta invece impassibile. A voce bassa spiega ai presenti che quella è una delle ruote del suo tir, parcheggiato alle sue spalle di fronte all’ingresso del bar, che è appena esplosa. Con estrema calma finisce il caffè ed esce così, senza imprecare, senza aggiungere altro. Se mi fossi trovato in una disposizione d’animo più ricettiva rispetto a quella in cui attualmente mi trovo, questa occasione avrebbe potuto forse significare qualcosa. O forse no.
***
Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?
Riccardo: Questa è una domanda alla quale non ho la pretesa di rispondere. Mi limito a segnalare due fenomeni, fra loro interdipendenti, che mi sembra caratterizzino, tra gli altri, la mia esistenza e quella di molte persone che ho attorno. Da un lato l’anestetizzazione della realtà, dall’altro l’individualismo estremo. A questo proposito, è triste notare come, sul piano delle retoriche e della prassi politica, anche le battaglie civili che condivido e alle quali partecipo non riescano quasi mai a superare i limiti della sfera individuale e dell’io, principio e fine di ogni rivendicazione, di ogni progetto. Mi sembra che la celebre frase riportata da Fisher nel suo saggio conservi intatto il suo nucleo drammatico e incontestabile di verità: “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.
***
Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?
Riccardo: Credo che il concetto di subalternità sia ancora, nel senso più ampio, assolutamente valido. Coglierne le cause e gli effetti è però forse più complicato, da dentro il nostro mondo occidentale, di quanto non lo fosse un secolo fa per Gramsci, per via, tra le altre cose, dell’incremento esponenziale del benessere medio individuale. Le grandi masse subalterne che cercano di entrare in questo mondo restano escluse dalla società e dal nostro campo visivo, vengono ricondotte oltre i confini o muoiono prima di raggiungerli. Nel complesso, non vedo grandi differenze fra l’Italia e gli altri paesi europei: la qualità della vita e le proporzioni delle disuguaglianze materiali e delle ingiustizie presenti all’interno delle varie popolazioni possono variare da uno Stato all’altro, ma mi sembra che la sostanza sia la stessa. L’ideologia egemone che dagli USA si propaga a tutto l’Occidente è accolta e condivisa a larga maggioranza dalle nostre società, anche quando si traduce in meccanismi di repressione violenta interna, com’è accaduto qualche mese fa nella città in cui vivo, Pisa.
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Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?
Riccardo: Assolutamente sì, credo che si capisca da quanto ho scritto sopra. Ho parlato dell’area occidentale perché è l’unica che conosco per esperienza diretta, ma mi sembra evidente che il sistema funzioni allo stesso modo su scala globale, nell’ambito di un mondo policentrico.
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Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?
Riccardo: Per questioni anagrafiche, non ho mai vissuto illusioni da fine della storia. Nella seconda metà degli anni ’90, la mia famiglia si è recata più volte in Croazia per le vacanze estive. Viaggiavamo in macchina, attraverso centri abitati i cui palazzi erano a volte crollati, a volte coperti da fori di proiettile. Un pomeriggio siamo saliti su un’altura, sopra non so quale città, per ammirare il panorama. La guida che ci accompagnava ha spiegato che era molto pericoloso girare da soli in quei posti, perché i terreni erano ancora pieni di mine. Ha raccontato cosa accadeva, di tanto in tanto, ai miei coetanei croati che per sbaglio finivano a giocare a pallone lì. Negli stessi anni, le cene a casa in famiglia erano accompagnate dalle immagini degli aerei che partivano dal mare dove ho sempre fatto il bagno, l’Adriatico, per bombardare il Kosovo, mentre in classe la mattina si iniziavano ad ascoltare discorsi su probabili conflitti futuri per le risorse idriche, sulla catastrofe climatica. Nell’estate del 2001, durante quelle stesse cene assistevamo in tv agli scontri di Genova, Carlo Giuliani, l’assalto alla Diaz. Due mesi dopo, la puntata di Sabrina vita da strega che stavo guardando nel primo pomeriggio è stata interrotta dalle immagini delle Torri Gemelle in fiamme.
Non vedo fratture diverse rispetto a quelle che hanno segnato l’immaginario della mia infanzia. Forse la novità è che negli ultimi anni i conflitti si sono avvicinati al nostro mondo, e il senso di precarietà e la paura sono quindi aumentate. Non ricordo con chiarezza quali fossero allora le reazioni dell’opinione pubblica e della politica, se a dominare fossero la stessa ipocrisia, lo stesso distacco, la stessa inerzia con i quali oggi la nostra società assiste ad esempio al genocidio in atto a Gaza, nel silenzio pressoché unanime dei rappresentanti che abbiamo democraticamente eletto.
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Inverso: La rubrica di Intrevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?
Riccardo: Davvero non saprei dire quale sia, nel complesso, lo stato di salute della cultura italiana oggi. Fra le tante che si potrebbero fare, propongo soltanto una considerazione. Le politiche culturali, sul piano pubblico e politico, si stanno progressivamente impoverendo, nel senso letterale del termine. È un fenomeno di lungo corso, che ha subito però un’accelerazione esponenziale negli ultimissimi anni, sul piano nazionale e, di riflesso, locale. In mancanza di fondi, investimenti e risorse, molti spazi dedicati alla promozione e alla condivisione della cultura sono costretti a chiudere. In maniera analoga, organizzare e realizzare eventi culturali lato sensu sta diventando in molti casi insostenibile sul piano materiale. Questo è quanto ho notato ad esempio nel capoluogo della mia regione, Ancona, dove la giunta comunale eletta nel 2023 è riuscita, nel giro di un anno, a fare a pezzi quelle associazioni e quei pochi spazi che costruivano proposte culturali per la città. È un impoverimento collettivo che avviene senza che ci siano grandi proteste da parte dei cittadini nei confronti degli amministratori, il che mi fa pensare che questo non venga percepito dai più come un problema. L’attuale governo può in effetti permettersi, in tutta tranquillità, di assegnare la gestione della cultura italiana al ministro Sangiuliano [l’intervista risale a giugno 2024].
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Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?
Riccardo: Certo, ai miei occhi la letteratura è l’unico modo sensato per leggere il mondo, anche – direi soprattutto – laddove lo nega, lo rifiuta, lo fa a pezzi. Passare dalla lettura alla prassi e dalla dimensione individuale a quella collettiva è però, ovviamente, un altro discorso.
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Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?
Riccardo: Sul piano sociologico, nel nostro contesto nazionale, è evidente che la letteratura non ha quasi alcuna rilevanza. Una rilevanza nulla, nel caso della poesia. Sono discorsi vecchi. Nel 1975, rispondendo a questa stessa domanda, Montale immaginava che le opere letterarie, nell’ambito della società di massa, avrebbero potuto produrre una cultura che fosse “anche argine e riflessione”. È un’idea perfettamente normale per un poeta, nato alla fine dell’Ottocento, al quale veniva ancora riservato uno spazio ampio di visibilità effettivamente pubblica (i giornali, il Senato, Stoccolma); un’idea che, se espressa oggi, apparirebbe ridicola, rimbalzando fra le venti bacheche di una qualche bolla Facebook. Ovviamente, questo non significa che la letteratura sia inutile, almeno sul piano individuale. Me lo dimostrano i pochi alunni appassionati di libri (animali rari ma non estinti) che incontro a scuola. Ne ho avuti alcuni in classe durante l’ultimo anno scolastico. Li osservavo spendere il tempo della ricreazione leggendo un qualche romanzo. Dei vari modi per aggirare o contenere un disagio, il loro mi sembrava senza dubbio il più efficace. Se penso alla mia esperienza, poi, la letteratura non è stata fondamentale soltanto come esilio. Al contrario, certi libri mi hanno preso e ributtato dentro il mondo, aprendo sul suo ventre uno squarcio sufficientemente ampio, nei momenti in cui mi sembrava di essere sul punto di separarmene, di dimenticarlo.
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Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?
Riccardo: Molte delle scritture che mi appassionano, sul piano intellettuale più che emotivo, intrecciano la dimensione soggettiva e privata a quella della storia e della sociologia, in forme diverse (per fare due nomi in poesia: Bordini e Mazzoni). Sulle parole “necessario” e “comunicare” non ho davvero nulla da dire. Per quanto riguarda il raccontare, credo che la cosa più sensata per uno scrittore sia dire ciò che può, partendo dalla propria esperienza (in primis di osservatore) e dalla propria visione del mondo, con l’intento di negare poi, se gli riesce, esperienza, visione e mondo. Mi sembra di percepire attorno un pericolo di appropriazione, in senso anche culturale, estremamente elevato. Rispetto al cosa, il come scrivere è in ogni caso una questione molto più importante. L’esperienza e la visione individuale devono incarnarsi in una forma che possa diventare a sua volta esperienza e, nei casi migliori, uno strumento di comprensione. In questo senso, in ambito strettamente poetico, non mi appassionano affatto quelle scritture che si limitano a mimare l’orizzontalità, che per rappresentare la piattezza e l’insensatezza finiscono per essere loro stesse piatte e insensate. Sono forme che non aggiungono assolutamente nulla alla mia conoscenza delle cose, limitandosi a replicare ciò che già vivo nella mia quotidianità, il grande discorso impersonale del mondo che mi attraversa e dal quale vengo parlato. Queste operazioni mi annoiano molto, è un gioco che mi sembra troppo facile. Preferisco quelle scritture che scelgono piuttosto di mantenere un nucleo di soggettività (in maniera non ingenua, ovviamente), creando attrito e straniamento, in forma non soltanto ironica, rispetto a ciò che mi circonda, alla società, alla natura replicabile e inconsistente della mia esistenza e del mio mondo interiore.
***
Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che secondo te possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.
Riccardo: Propongo tre testi senza titolo. Fanno parte di un libro che dovrebbe essere pubblicato in autunno:
Di tanto in tanto ha bisogno di scopare sembra male
dirlo. Si masturba sotto il lenzuolo al riparo
dall’aria condizionata conserva i video delle eiaculazioni
nel telefono come un dispetto. I down non possono
riprodursi tranne rare eccezioni ma molti vorrebbero.
Immagina un posto pieno di handicappati
che si fecondano a vicenda, passano i giorni
a scopare un posto in cui la natura è meno precisa
che qui. Ci sono palazzi, interazioni fra cellule
sbagliate, li abbracciano parole che si ripetono
prima di dormire. Quando il cielo si annuvola
una struttura protegge gli handicappati dalla pioggia
la sezione calcolata al millimetro i mobili su misura
la pianta vista dall’alto nella mente del creatore lo pensa
felice sopra quanto accade, come è stato per lui.
* * *
Una specie di gravità nel gas alogeno del bulbo
pende dal soffitto. Fa luce a intermittenza
non ne producono più, l’auto trasporta per negozi
un uomo in cerca di un rimedio un uomo
ha nelle cuffie dieci ore di rumore bianco.
Si rivolgono spesso al lampadario mentre lavano
i denti, non possono continuare in questo modo
perché il tempo risponde così velocemente
come in presenza di una grande massa che ruota
attorno al proprio centro. Fanno parte di un racconto
li tiene insieme a cena sopra le tavole della gente
la sigla di un telegiornale ma poi è necessario
costringersi a vedere ciò che ha visto
per capire una persona. Un uomo si inginocchia
sopra la donna caduta a terra, le cicatrici
alla guaina mielinica gli rendono difficile
il movimento non lo credeva ormai possibile mentre lei
lo guarda con quegli occhi e non c’è più.
* * *
Ha un evento reale e al contempo simbolico
di cui parlare. Ha finalmente smesso di fare i sogni.
C’è un uomo tenuto insieme dai farmaci
che aspetta di andare a fanculo nella morte.
Scrive queste cose per sentirsi più solo.
Trascorre ore in mezzo agli alberi
lasciato sulla sedia a sdraio a guardarli
finché niente accade. Morire è questo
diventare sempre più piccoli nelle fronti
delle persone puoi a volte vedere un buco
pieno di bolle inutili di memoria. Ha smesso
di crescere, urla quando si deve da un piano all’altro
della casa la cena è pronta ma vorrebbe
parlare. Ha in mano una poesia che sembra
un’agenda a righe, gli impegni di lavoro, le interrogazioni
con i voti degli studenti, come parlarsi in bocca il giorno
di un dicembre qualunque inventare una risposta.
#12 | Giovanna Frene | La spada di Damocle è caduta
Con Intrevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Giovanna:



Giovanna Frene (1968) è nata a Asolo e vive a Pieve del Grappa (TV). Poeta e studiosa, dopo il diploma in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, si è laureata in Lettere all’Università di Padova e poi addottorata ivi in Storia della Lingua con P.V. Mengaldo. Tra i suoi libri di poesia: ‘Immagine di voce’ (Facchin Editore, 1999); ‘Spostamento’(Lietocolle 2000); ‘Datità’ (Manni Editore, 2001); ‘Sara Laughs’ (D’If, 2007); ‘Il noto, il nuovo’ (Transeuropa, 2011); ‘Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda’ (Arcipelago Itaca, 2015); ‘Eredità ed Estinzione’ (Donzelli, 2024). È inclusa in varie antologie italiane e straniere, tra cui ‘Nuovi Poeti italiani 6’ (Einaudi, 2012); ‘Poeti degli Anni Zero’ (Ponte Sisto, 2011); ‘Parola Plurale’ (Sossella, 2005). È vicedirettore del blog del collettivo Poeti Post 68. Insegna scrittura poetica alla Bottega di narrazione di Giulio Mozzi. Co-dirige il lit-blog Inverso. Giornale di poesia e collabora come critica a diverse riviste cartacee e on line. Come studiosa si è occupata di poesia del Settecento (Metastasio), del Novecento e contemporanea (Andrea Zanzotto).
Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?
Giovanna: No, mi pare di no. Comunque, non so voi, ma noi (e sottolineo noi) abbiamo sempre la sensazione di avere dimenticato qualcosa, e che questo sia del tutto funzionale alla sopravvivenza.
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Inverso: Perfetto. Intrevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?
Giovanna: Sono seduta alla mia scrivania, quella della mia camera da letto, che funge anche luogo della libreria principale. Non sono però molto a mio agio, in questo periodo ho fatto così tante interviste che ci ho messo un bel po’ a mettere la testa anche su questa ulteriore, che però per fortuna mi sembra più stimolante di altre che ho fatto, anche per via dei richiami musicali e iconologici, e anche per il fatto che ho avuto una bella schiera di predecessori.
***
Inverso: Prima di iniziare, come stai?
Giovanna: Domanda piuttosto indiscreta, e tra l’altro non saprei se rispondere con il mio vero nome, oppure con il mio pseudonimo. Siccome opto per la seconda modalità, sto abbastanza sulle spine, grazie, perché sto cercando di mettere la testa nel nuovo mondo del mio nuovo libro, ma è una faticaccia, perché Eredità ed Estinzione trascina con sé un mondo bello pesante e ancora fagocitante. È come un mondo che si autorigenera. Urge quindi un cambio di paradigma, anche se i tempi non li decido del tutto io. Prego Madonna Poesia che sia clemente con me, in questo senso…
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Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.
Giovanna: Con la pubblicazione di Eredità ed Estinzione (da febbraio 2024), prima, e poi con le fasi finali del Premio Strega Poesia (da luglio 2024), poi, gli ultimi sette-otto mesi sono davvero stati molto impegnativi con presentazioni singole e collettive da Nord a Sud, quindi mi è capitato sì di essere in giro per l’Italia. E non è ancora finita – e faccio la carità di omettere tutte le dirette on line. Ovviamente tutto ciò ha un lato piacevole e un lato un po’ stressante. Sono stata, tanto per citare alcune presentazioni, alla Libreria Zabarella di Padova (con Julian Zhara), alla Biblioteca comunale di Castelfranco Veneto (con Matteo Melchiorre), ad Asolo, mia città natale (con Michele Bordin), alla Bocconi di Milano (con Gerardo Masuccio), all’Università di Bologna (con Guido Mattia Gallerani), a Treviso per il festival “Carta Carbone” (con Paola Bellin), a Milano in Triennale per il festival “Il tempo delle donne” (presentata da Daniela Monti), a Firenze per il festival “Voci lontane, voci sorelle” (presentata da Elisa Biagini), a Padova per il festival “La fiera delle parole” (presentata da Davide Antonio Pio), a Casa Parise sul Piave (presentata da Ivan Crico) – e presto sarò a Roma, per Zeugma (con Alessandro Anil e Stefano Bottero), a Milano con il prof. Paolo Giovannetti e Lorenzo Cardilli, e infine al corso di Dottorato in Italianistica dell’Università di Venezia, su invito del prof. Alessandro Cinquegrani e di Stefano Bottero, a dicembre. Con il Premio Strega Poesia mi sono spostata più distante: a luglio siamo stati a L’Aquila e Civitavecchia, ad agosto in Puglia a Vieste e poi nella Foresta Umbra, a settembre al Gabinetto Vieussieux a Firenze e a Pordenonelegge, ad ottobre a Roma per la fase finale del Premio (suggestiva la visita alla casa-museo Bellonci). Tutti questi incontri mi hanno arricchita delle suggestioni di lettura dei miei interlocutori, e come al solito ciò che viene dalla lettura degli altri arricchisce la comprensione del proprio lavoro poetico. È la prima volta che mi sono trovata ad essere così “esposta” (nel senso che dà a questa parola Paul Celan), mentre il lavoro della poesia per me è sostanzialmente scrivere in solitudine. Tuttavia, un libro è qualcosa che va accudito e accompagnato, nel limite del possibile. Mentre viaggiavo, ovviamente, mi sono guardata intorno, specie sui treni e nelle stazioni: è là che si incontra l’umanità più varia. Non so perché, ma ogni volta che incontro masse consistenti di individui mi capita di pensare che la specie umana è davvero strana, e che la normalità è una chimera inventata solo per far dormire bene i bambini.
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Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?
Giovanna: È un’epoca complessa e per certi versi apocalittica. Non che in altre epoche non ci fosse il sentore dell’apocalisse, sia chiaro, basti pensare all’anno Mille, ma questa volta l’abbiamo combinata bella grossa, alterando in un lasso di tempo cortissimo l’andamento climatico, il cui svolgimento ha tempi lunghi, ossia quelli che la Natura è solita adottare; in pratica, è come se l’allerta che alcuni scienziati avevano dato negli anni Settanta sul fatto che avremmo avuto solo cinquant’anni di tempo ci fosse piombata in testa con la violenza di un masso: proprio oggi. La spada di Damocle è caduta. Insomma, il tempo della catastrofe è già qui, e anzi siamo già in ritardo nel capirlo. I fatti recentissimi della provincia di Valencia sono terribilmente espliciti. A me fa impressione pensare che è in pericolo la sopravvivenza della specie umana: a livello psicologico, l’uomo ha bisogno di pensare che tutto il mondo che conosce gli sopravviverà (compresa tutta l’arte che ha amato), ma oggi questo è davvero diventato impossibile. A rincarare la dose dell’aria catastrofica che si respira, è il numero esorbitante delle testate nucleari che popolano i silos di mezzo mondo: credo sia impossibile pensare che qualcosa prima o poi non accadrà – se è in potenza il passaggio all’atto è velocissimo. È poi un’epoca di profondissime contraddizioni: stiamo per estinguerci e tuttavia, o forse per questo, qualcuno sta lavorando per rendere quella umana una specie interplanetaria; sappiamo bene che viviamo un tempo limitato, ma abbiamo creato delle tecnologie come l’IA per cui si ipotizza La fine della morte (come recita il titolo di un saggio di Moritz Riesewieck e Hans Block); la Natura per come l’abbiamo conosciuta, cioè rappresentata fino ad ora, non è più riconoscibile per via della nostra devastante impronta ecologica, eppure ci dibattiamo ancora nell’errore persistente di ricavare da essa le norme del nostro vivere; il mondo è globalizzato e le culture locali sono sempre più livellate e tuttavia da più parti si invoca una salvezza dalla storia minima dei singoli. Le guerre hanno sempre più la ferocia di giganteschi e insensati incidenti stradali; si commettono ingiustizie in nome della giustizia; esiste ancora concretamente il concetto di “imperium” (in tutte le sue sfaccettature). Le ideologie sono morte, sopravvive però il sovranismo. Siamo immersi nella società dello spettacolo: perché, allora, la poesia? Vorrei che questa domanda rimanesse aperta, segno di contraddizione nella contraddizione.
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Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?
Giovanna: Indubbiamente vi sono ancora delle differenze culturali e politiche tra l’Italia e altri Paesi europei, che hanno radici storiche ben precise e che hanno creato un gap non ancora colmato. La politica è lo specchio di questa situazione: per un Paese che si è unificato da poco più di un secolo e che però ha già combattuto due guerre mondiali e che ha visto nel mezzo una efferata dittatura, con la memoria della quale ancora non si sono fatti i conti; per un Paese che insomma non ha avuto un processo come a Norimberga, ma anzi una abominevole amnistia; per questo Paese, quello politico attuale non è un singolo rigurgito fascista, ma un palesarsi di qualcosa che mai era scomparso e che invece ha innervato da subito la natura della Repubblica, seppure nata dalla Resistenza. In quanto alla situazione interna, se davvero al Sud non ci fossero problemi non si avrebbe la sistematica diaspora verso il Nord dei giovani, studenti o lavoratori che siano. Esiste, ovviamente, anche un “profondo Nord” a livello culturale, e non è difficile capire di cosa io stia parlando.
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Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?
Giovanna: L’idea della centralità di alcuni Stati rispetto ad altri a ben vedere non è affatto nuova: basti pensare all’Impero Romano rispetto ad altre situazioni coeve, e dentro l’Impero alla centralità della penisola italica e della stessa Roma, una metropoli che in epoca imperiale aveva gli stessi abitanti di Londra nell’Ottocento. Quello della subalternità, in effetti, è prima di tutto un criterio di misurazione umano e forse per questo che, appena l’uomo si sente attaccato nella sua propria posizione di controllo e di potenza (come sta accadendo ora con l’AI), scattano paure anche ingiustificate. In quanto all’assetto geopolitico attuale, esso vede contrapposti l’Occidente al blocco di Stati non democratici che nell’Occidente individua la fonte di ogni decadimento morale: in pratica, è in corso una lotta per scalzare, con mezzi occidentali (perché questo è il paradosso), quello che l’Occidente ha significato negli ultimi secoli. Questo blocco di Stati “post-occidentali” è pericoloso perché contiene in pancia i residui delle peggiori ideologie del Novecento e l’estremismo islamico più radicale. Mai come oggi la “democrazia” è globalmente in pericolo. La cancel culture è un’altra faccia dello stesso scontro: eppure la storia dovrebbe farci vedere che, messi nella stessa condizione, ossia forniti degli stessi strumenti, i popoli compiono verso altri popoli le stesse crudeltà.
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Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?
Giovanna: Non parlerei di una “frattura”, se intesa come l’insorgere improvviso di un evento; gli eventi hanno incubazioni più o meno lunghe, cause indirette e dirette di lunga, media e breve durata: perfino l’epidemia di Covid-19 è stata preceduta da altre epidemie, nel corso della storia e anche in anni recenti. Certo è che per la prima volta è scattata, a ragione, una forma di coercizione senza precedenti. Questa, casomai, è la frattura. Ve n’è anche un’altra, che però si configura come frattura semplicemente perché la nostra civiltà occidentale ha rimosso la memoria di cosa sono significate le epidemie di peste che sistematicamente si sono verificate: la mancata possibilità di dare una sepoltura pietosa ai morti, ficcati nelle casse così com’erano e senza il conforto dei parenti. Quanto detto vale a maggior ragione per i conflitti scoppiati in questi ultimissimi anni: hanno radici precise e anche lontane, e anche in questo caso l’Occidente si era dimenticato di cosa significasse “guerra di aggressione” o “pogrom”. Il nostro secolo si è aperto con l’attentato alle Torri Gemelle, non dimentichiamolo: ecco, quella è stata davvero un’altra frattura, perché non ha avuto precedenti.
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Inverso: La rubrica di Intrevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?
Giovanna: Il confronto generazionale (e il confronto in generale) è un modo molto efficace di rendere, se possibile, fluida la cultura. Poi però quasi subito si sbatte malamente la testa contro la gestione dei poteri, guarda caso ben saldi in mano ai soliti attempati. Così è ben difficile che la cultura si svecchi, quando i soliti noti dettano le regole fin nel midollo della scrittura, non creando scuole letterarie, ma cloni. La brevità della risposta sta ad indicare lo stato di salute della cultura italiana attuale e la voglia che ho di parlarne.
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Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?
Giovanna: La poesia (e la letteratura in generale) deve, e lo fa da sempre, se è tale, parlare delle questioni del mondo, e questo che il mondo la ascolti o meno. Il discorso letterario, proprio per la sua asistematicità, è in grado di leggere i problemi del mondo, sia in modo ravvicinato che in modo apparentemente distante. A più riprese i poeti hanno parlato, per esempio, della poesia come la sola plausibile storiografia. Il mondo presente è una sorta di rebus da interpretare, o se si vuole un puzzle da ricostruire, e non in maniera univoca; tuttavia, anche il passato è una terra ignota, tanto quanto il futuro o il presente che non conosciamo, perché non lo abbiamo vissuto: il discorso letterario, e in particolare la poesia, quindi, si muove tra queste tre dimensioni utilizzandole per la comprensione reciproca, come se una dimensione facesse luce sulle altre. Ma ripeto, è proprio per le sue caratteristiche di generalizzazione e di asistematicità che la letteratura riesce a leggere il mondo meglio di altre forme di sapere.
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Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?
Giovanna: Credo di avere risposto in parte sopra. In ogni caso aggiungo che mai letteratura e poesia sono state, in quanto espressioni culturali, al centro di un sostanziale cambiamento del mondo – quello che può dare la filosofia e la politica, per intenderci –, piuttosto ne sono da sempre state pervicaci strumenti di libera comprensione: certo, a partire dal singolo individuo, ma quale libertà non parte da un’azione del singolo, anche se apparentemente piccola? Inoltre, sul rapporto principe tra poesia e storia ho speso già molte parole, che si possono leggere anche in rete; qui aggiungo che la poesia può e deve avere un carattere sovversivo rispetto alle norme, a qualsiasi norma, e mettere quindi l’accento sulle pieghe, o piaghe, della storia, che poi tanto pieghe non sono. La forma della poesia si basa su una scommessa di libertà, e questa presuppone anche il coraggio di non essere attuali: come diceva Paul Celan, la poesia è un messaggio affidato a una bottiglia nel mare, non sappiamo se e quando e a chi arriverà.
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Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?
Giovanna: Non ho mai creduto a una possibile “pragmatica del giusto scrivere”, quindi in questo caso posso rispondere cercando di delimitare il mio singolo campo d’azione. Forse per la mia formazione artistica molto ampia (prima musicale e poi pittorica), prima di tutto quando penso alla forma poetica la immagino sempre ibridata con la musica e di forte impatto anche visivo. In secondo luogo, per la mia singola scrittura poetica posso dire che, esattamente come un romanziere, io studio il caso che devo trattare come se dovessi, appunto, raccontarlo percependo di cosa si tratta davvero; il che significa che cerco di leggere anche molta letteratura storica, scientifica, sociologica e antropologica, nonché trattazioni di geopolitica contemporanea. Questo mi porta, giocoforza, a riflettere a fondo su quanto ho compreso (sempre poco) del mondo prima di scrivere anche un solo verso, il quale poi nascerà come forma direttamente dalla forza delle idee che si saranno sviluppate nella mia mente, per analogia tra i fatti. Ogni ambito del sapere può essere sussunto dalla poesia ed esposto in maniera estetica – è questo quello che voglio dire.
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Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che secondo te possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.
Giovanna: Eccoli.
Da Eredità ed Estinzione (Donzelli, 2024)
+ + +
Liquefazione II. Petrus Gonsalvus
Solo poteva somigliare a sé stesso, e perciò identico senza nessuna
distinzione,
tra i tremori di una differenza tramandata nell'ambra,
che ombra stenderà sull'umano del potere, dal verso del giusto pretesto
tratto in notturna dal futuro sepolcro: e per dire a tutti: che ha per la gloria
di lei prolificato: le masse tondeggianti
della pelliccia
di Caterina.
+ + +
Sestina bosniaca I. Epoca Bella
I. (Germania)
al paese di arpisti “in battaglia, fino alla vittoria” mancava ormai l’arnese fatale di governo, lo stretto necessario per stare
fermo per troppa forza, che si conserva senza travaglio, puro abbaglio del demente che doveva in somma provare
a non fare nulla senza essere neutrale, girando le bocche dei più intimi, puntare alle bocche navali delle “due nazioni bianche”
Per celebrare i cent’anni della vittoria a Lipsia su Napoleone (1913), ai cui festeggiamenti dette il via il kaiser Guglielmo II, si produsse una grande quantità di materiale commemorativo, tra cui un modello di arpa, che venne molto venduto, recante incisa la frase “In battaglia, fino alla vittoria”; il concetto che la neutralità giovi come scelta solo a un paese forte, viene espresso da Francesco Guicciardini nei Ricordi, n. 68. Al kaiser Guglielmo II – probabilmente afflitto da un problema mentale e noto per la sua vanità –, che chiedeva all’imperialista Rhodes un consiglio per ingraziarsi le simpatie degli Inglesi, Rhodes rispose con il laconico suggerimento di stare fermo. La corte del kaiser era nota per gli scandali omosessuali, ed egli stesso salutava alcuni suoi amici baciandoli sulla bocca; le bocche dei cannoni delle navi è un riferimento alla corsa al riarmo navale di Germania e Inghilterra. Infine, fu il principe Enrico di Prussia a definire tutte le altre nazioni non composte da uomini bianchi.
II. (Austria)
pensare alla questione come a un allevamento di elefanti cartaginesi, mentre gli alleati illesi
vaticinano un futuro piombato, due volte fuso e sbagliato, uniforme a caro prezzo, perché in verità dopo el principio
bisogna andare per necessità alla porta secondaria, sparare in aria il proiettile imperiale senza dover bussare
Nelle Università tedesche durante la Belle Époque lo scontro con la potenza inglese veniva rappresentato come quello tra Roma e Cartagine, nell’antichità; a Vienna, durante i Capodanno d’inizio secolo, gli aristocratici viennesi versavano pezzetti di piombo fuso nei secchielli dello champagne, vaticinando il futuro a seconda delle forme che quelli assumevano raffreddandosi e indurendosi. Il kaiser Francesco Giuseppe I era solito indossare l’uniforme in ogni occasione; alla sua amante, l’attrice Katharina Schratt, ogni volta che il kaiser si recava ad Ischl, residenza estiva imperiale, era solito annunciarsi facendole recapitare un biglietto: “Per piacere non chiudere la porta secondaria”. La citazione è tratta dai Ricordi di Guicciardini, n. 152.
III. (Russia)
…l’unico modo per trattare con lo zar è essere l’ultimo a uscire dalla stanza, i bottoni sotto stretto controllo
fattuale, l’Occidente visto come evenienza ballerina, ma senza troppa fiducia in sé stessi, in questa
landa vuota si cucinano rivoluzioni dalla sera alla mattina, un aspetto del tentare innanzi il tempo tutti i passi sbagliati
La frase, pronunciata da Lord Lansdowne, venne usata per descrivere il carattere debole dello zar Nicola II. L’atteggiamento ambivalente della Russia verso l’Occidente era da sempre parte della sua storia, ma certo il grande successo dei Ballets Russes di Djagilev in Francia portò ad avvicinare di molto i due paesi prima della guerra. Secondo il Ministro degli Esteri russo, Principe Garakov, la Russia era “un grande paese senza potere”. Secondo Guicciardini, solo le cose tentate al momento opportuno sono di facile riuscita, mentre quelle anticipate sono di difficile riuscita (Ricordi, n. 78).
IV. (Francia)
non si confidi alcuno tanto nella prudenza naturale che si persuada quella bastare senza l’accidentale
della esperienza, la frequenza dei bordelli illumina l’intero civile convivere con il dubbio che non basti allenare
l’affare per produrre una prole sufficientemente francese, bisogna in più torchiare per bene le teste, al massimo sgranare granaglie decapitate
Viene citato l’incipit del n. 10 dei Ricordi di Guicciardini. La Francia della Belle Époque era il paese più tollerante in Europa in merito ai bordelli; il paese, poi, aveva una media di un locale per la mescita ogni 82 abitanti, il che spiega il problema della diffusione dell’alcolismo (era considerato patriottico invece bere birra). In quel periodo, i politici francesi erano ossessionati dal ridurre il gap demografico con la Germania.
V. (Inghilterra)
però la fortuna sua consisté in questo: che i vecchi cavalieri sembravano in cattivi rapporti con i propri cavalli: girando i piedistalli abili modesti
talenti diventano possenti in un quarto d’ora, spostando il bisogno da una sella all’altra, se non altro riscontrano
essere più produttiva l’arcata oscura dell’intera cavalcata secondo la condizione dei tempi, il loro consumo, una viennese
Su ammissione degli storici, negli anni precedenti la Prima Guerra mondiale il governo inglese presieduto dal Primo Ministro laburista Asquith era composto da alcuni tra i maggiori talenti politici dell’intera storia britannica, ma si trovò ad affrontare una crisi interna gravissima dovuta agli innumerevoli scioperi delle classi popolari (e alle manifestazioni, a volte violente, delle suffragette), verso i quali anche il giovane Ministro dell’Interno Churchill usò il pugno di ferro. La situazione sociale era talmente compromessa e il divario tra classi abbienti e popolo talmente radicale, che in seguito lo scrittore C.E. Montague lo descrisse usando la citata sentenza equestre. Il n. 31 dei Ricordi di Guicciardini, citato all’inizio, si riferisce a Quinto Fabio Massimo.
VI. (Piani di battaglia)
addestrati a pensarsi come composti quasi sacri, sotto lo stesso tetto di Julius il triste, nipote di battaglie e padre di disastri,
tutti pensavano alla vittoria più completa tramite offesa attiva: che venga presto, prima che sia
troppo vecchio per occuparsene in maniera soddisfacente, prima che per troppa riflessione si spenga lo slancio vitale
(meglio estinguere l’umano prima di estinguersi) nel campo della battaglia, come perenne e prima
eredità ed estinzione
Il palazzo dello Stato Maggiore generale tedesco era situato in Köningplatz, a Berlino, ed ospitava 625 ufficiali che vi lavoravano dalle dodici alle quattordici ore al giorno, addestrati a pensarsi come membri di una élite. Helmut von Moltke, nipote di Moltke il Vecchio, era spesso depresso,e perciò venne soprannominato der traurige Julius; uno dei suoi vecchi istruttori militari disse di lui che era in grado di combinare un disastro. Negli anni precedenti al 1914 tutte le grandi potenze europee tessevano più o meno segretamente piani di guerra, per lo più offensivi. Nel 1912 H. von Moltke, già sessantaquattrenne, aveva affermato che se una guerra doveva venire, che almeno iniziasse prima che fosse troppo vecchio. Il Capo di Stato Maggiore francese, generale Joffre, era convinto e fiducioso che per vincere una guerra occorressero principalmente cran e élan vital.
Jon Rafman (1981) è un artista canadese che, tra i suoi molti progetti multimediali, dal 2008 porta avanti il progetto 9 Eyes, meglio conosciuto come Nine Eyes of Google Street View. Questo progetto artistico di new media art, dall’anno del suo avvio a oggi (progetto ancora in corso) consta di centinaia se non migliaia di momenti ‘catturati’ dall’artista nel corso degli ultimi quasi vent’anni di mappatura di Google Street View (la famosa macchina che se ne va in giro fotografando tutte le strade del mondo). Gli scatti ‘rubati’, in questo senso, hanno permesso di salvare ogni anno da quasi ogni parte del globo quelle che potremmo comunemente definire ‘scene inaspettate’ e che la cara macchinina di Google, passando, si è trovata a immortale. Prostitute, carri armati, arresti, scene di violenza ma anche panorami mozzafiato, momenti comici e assurdi, nonché glitch fotografici della telecamera, tutto questo è all’interno di Nine Eyes of Google Street View. Un mondo, insomma, senza filtri e che si mostra in questi scatti nella sua totale stranezza e inquietudine.









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