
in copertina Jon Rafman, Nine eyes of Google Street View (Via Colombo, Mediglia, Lombardy, Italy, 2009)
In\trevoir | Stagione 1: Vivere in tempi strani.
Interventi poetici intorno al discorso sul presente.
Quanto più si va verso le forme di produzione culturale in cui si discute il mondo sociale, tanto più è visibile il conflitto interno nei mondi della produzione culturale che ha per posta in gioco la lotta sul principio della legittima valutazione.
[Pierre Bourdieu, Lezioni, Sistema, Habitus, Campo]
Come ogni settimana, eccoci di nuovo con le interviste della rubrica In\trevoir1. In fondo, Intravedere significa tenere di conto di tutto questo: vedere indistintamente o di sfuggita, e per lo più in lontananza, specialmente quando c’è scarsa visibilità e gli oggetti si mescolano e confondono tra gli altri; intuire nella nebbia le figure che si celano dietro le sagome e le ombre del presente e che sappiamo essere lì al pari di un oggetto o di una presenza ben definita; intuire, in questo senso, anche di cose future, di ciò che sta al vertice dell’orizzonte e che stenta ancora a palesarsi, a manifestarsi nella sua interezza, a mostrare il suo reale e inquietante aspetto.
In\trevoir significa, in questo senso, anche hauntologia, cioè il tentativo di mettere in luce ciò che è solo intuibile tra le ombre e le ceneri di questo pianeta; esprimere l’inesprimibile, azzardando; fornire una lettura dell’esperienza odierna a partire dalla letteratura che viene prodotta, unica fonte insieme all’arte, capace di manifestare gli stati di cose, la produzione in atto all’interno del campo e dell’habitus di un’epoca; anticipare prima del tempo quella sempre tardiva ricezione del sapere rispetto alle condizioni del presente.
In\trevoir è quindi un’indagine, una ricerca antropologia, una raccolta di testimonianze, una forma di resistenza a partire da quei luoghi inesplorati o ignorati da quelli che Bourdieu chiamava gatekeepers [guardiani] e go-betweener [intermediari]. Una ricerca per un certo senso sicuramente in-fondata ma che tenta ugualmente di rispondere alla domanda «la sociologia è qualcosa che distrugge il piacere letterario?» ribaltandone il paradigma. In questo senso, può quindi il piacere letterario, la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa come studio e analisi dei fenomeni di un’epoca?
Dobbiamo far funzionare le analisi teoriche nella pratica: l’habitus è l’aspetto del capitale incorporato. Ma ciò che è incorporato, come tutti sanno, non è facile da strappar via: una grande differenza tra capitale culturale e capitale economico è che, essendo incorporato (come il capitale linguistico), il capitale culturale fa corpo con il suo portatore. Come è, in un certo senso, incollato sulla pelle di chi lo indossa, questo capitale sarà un ostacolo vivente di tutti i tempi della lotta per ottenere il rendimento massimo del capitale. [Bourdieu, 1983]
«après nous, le déluge!». E che sia nostro, in questo,
l’impegno di calare per primi in mare le scialuppe.
- Entreabrir, entre oscuro (Cervantes, loc. cit. qui dietro, p. 588) e simili (vedi il dizionario spagnuolo in entre…) aggiungasi al detto altrove dell’antico uso d’inter per fere ec., conservato ne’ volgari moderni. Cosí in francese entrevoir ec. ec. (16 luglio 1824). [Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, p. 4113] ↩︎
Il format prevede 3 domande di apertura, 10 domande su temi culturali e sociali, giusto perché il 13 è il numero da evitare e da guardare con diffidenza. Ogni stagione inoltre sarà composta dall’intervento di 14 poeti, 7 poeti ‘giovani’ a cui si affiancano 7 poeti già entrati nel canone, al fine di evidenziare le similitudini e le differenze generazionali rispetto a questo strano e inquietante mondo che pare ci spetti abitare quest’oggi. L’intervista sarà inoltre arricchita da un brano musicale di apertura, diversi scatti ‘rubati’ dalla serie Nine Eyes of Google Street View dell’artista Jon Rafman, nonché alcuni testi in chiusura degli autori intervistati.
Nell’episodio #0 di Vivere in tempi strani abbiamo chiesto a Gianluca Didino di fare il punto a distanza di quattro anni dall’uscita di ‘Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani’ (minimum fax, 2020). Qui il suo intervento.
Nell’episodio #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.
Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.
Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui l’intervista.
Nell’episodio #7 e #8 sono intervenuti Demetrio Marra e Simona Menicocci. Qui l’intervista.
Nell’episodio #9 e #10 sono intervenuti Diletta D’Angelo e Vincenzo Ostuni. Qui l’intervista.
Nell’episodio #11 e #12 sono intervenuti Riccardo Socci e Giovanna Frene. Qui l’intervista.
Nell’episodio #13 e #14 sono intervenuti Edoardo Occhionero e Sara Ventroni. Qui l’intervista.
#5 | Noemi Nagy | Scrivere (da qui, dove siamo)
Con In\trevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Noemi:



Noemi Nagy ha conseguito un dottorato di ricerca in Filologia moderna presso l’Università di Pavia. Ha curato il ‘Quaderno di traduzioni‘ di Alfredo Giuliani (Interlinea, 2024) e pubblicato contributi su ‘Treccani’, ‘L’Ulisse’, ‘Autografo’ e ‘Ticontre’, occupandosi principalmente di traduzione letteraria e filologia d’autore. Attualmente è borsista di ricerca presso la Divisione della cultura e degli studi universitari del Canton Ticino, in Svizzera. Nel 2023 è risultata vincitrice del Premio ‘Nuovi Argomenti’ (sezione Poesia). La sua raccolta d’esordio, ‘L’osso del collo’, fa parte del ‘XVI Quaderno italiano di poesia contemporanea’ (Marcosy y Marcos, 2023).
Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?
Noemi: Forse può essere utile tenere presente che ho uno sguardo straniero. La mia famiglia è ungherese e originaria della Transilvania, regione da cui è scappata negli anni ’80 per cercare rifugio politico in Svizzera, dove io sono nata e cresciuta. In casa non si è mai parlato italiano, io non sono cittadina italiana.
Inverso: Perfetto. In\trevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?
Noemi: Ho il sudore che appiccica sulla pelle e una gran sete. Non sono a casa mia.
Inverso: Prima di iniziare, come stai?
Noemi: In questi giorni mi sanguinano spesso le gengive. Il medico mi ha prescritto delle compresse di Cyklokapron. Le prendo la mattina, insieme alle gocce per la dermatite.
Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.
Noemi: Da un paio di anni a questa parte trascorro molto tempo in treno, per motivi lavorativi e affettivi. Qualche tempo fa, in seconda classe, sul Tilo, un signore segnato dal caldo mi ha dato in braccio la sua bambina di pochi anni mentre lui cercava di sistemare grossi sacchi pieni di vestiti da qualche parte tra le valigie. Poi è salita la polizia sul treno, lui ha ripreso la bimba e sono spariti.
Sistematicamente, sul confine italo-svizzero la guardia di finanza attraversa i vagoni e osserva in viso i passeggeri. Per la richiesta dei documenti, il tipo di selezione è spesso basata sul colore della pelle.
Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?
Noemi: «Gli oggetti nello specchio sono più vicini di quanto appaiano» (sta scritto sugli specchietti retrovisori delle macchine).
Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?
Noemi: L’asse nord-sud si applica anche al contesto transnazionale. Da ventisette anni a questa parte varco il confine svizzero-italiano quasi settimanalmente: conosco bene la traversata – imponente – dei lavoratori frontalieri. Mi ha sempre atterrita il prezzo pagato. Ma il tasso medio di disoccupazione in Svizzera corrisponde d’altronde al 2%. Io stessa, muovendomi nell’ambito della ricerca, ad oggi, percepisco una borsa emanata dal Canton Ticino. La mia è una condizione di privilegio dettata dal passaporto. In Italia, intanto, proseguono i tagli ai finanziamenti destinati agli Atenei e il percorso accademico è un imbuto sempre più stretto.
Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?
Noemi: Qualche giorno fa mi trovavo in visita a Zurigo e sono stata portata al Dolder Grand, uno degli hotel più lussuosi della regione, che ospita una prestigiosa collezione di arte contemporanea. Superate le Rolls-Royce posteggiate all’ingresso e i quattro elegantissimi uscieri, per terra accanto alla reception, sotto a un gigantesco lampadario di cristallo, è stata collocata la scultura iperrealista di un mendicante (Duane Hanson, l’artista). Proseguendo, lungo le pareti del corridoio che porta alla SPA, un’installazione espone una serie di cartelli sottratti a mendicanti in diverse città del mondo. Fare colazione, al Dolder, mi spiegavano nel frattempo, costa non meno di trecento franchi.
Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?
Noemi: Era chiaro mentre passeggiavo per un grosso parco divertimenti, interamente in plastica, a Marosvásárhely: tutto è presente, mappizzato – con un verbo pasoliniano. Quello che viviamo in Occidente oggi mi pare essere il venir meno di un’alterità che sia spessore verticale, stratificazione spazio-temporale. La conseguenza è il trionfo di una claustrofobica (e psicotica) orizzontalità. Che poi è ben rappresentata dallo scroll dei nostri schermi, dall’appiattimento su un’unica superficie monodimensionale di esplosioni, ricette vegane, beauty routine. Non è una frattura, ma un livellamento che congestiona, che sposta lo stesso nodo insolvibile di ansia da un oggetto all’altro, non importa quale.
Inverso: La rubrica di In\trevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?
Noemi: Di cosa parliamo quando parliamo di «ambito culturale»? Nell’ambito dell’accademia, quello che si sperimenta oggi – almeno lungo il percorso dottorale – è una competitività feroce: non ci sono posti. E la precarietà del lavoro universitario ha delle inevitabili ricadute sulla qualità della ricerca e del dibattito.
Fuori dalle accademie, invece, mi spaventa il meccanismo emetico – volendo metterla in termini diagnostici – che regola il discorso nelle camere d’eco dei social media. Penso all’interazione post + commento: soprattutto in certi ambienti della poesia, piuttosto che stimolare il dialogo, mi sembra che si trasformi spesso in sfogo acritico, cumulativo, controproducente. Appiattito sullo scroll di cui sopra.
D’altro canto, invece, esistono diversi luoghi di scambio, intellettuale e umano, che il dialogo lo salvaguardano. E questi andrebbero a loro volta salvaguardati. Lo scorso anno – in occasione dell’uscita del Quaderno della Marcos – ho avuto modo di girare diverse librerie e festival sparsi per l’Italia. Provo enorme gratitudine per la generosa e affettuosa ospitalità ricevuta in ciascuna di queste occasioni. Testimonia una possibilità – resistenziale – di incontro.
Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?
Noemi: Chiacchierare è un verbo un po’ scivoloso, che sottintende una certa leggerezza. Francamente, è quello che speravo di evitare nel rispondere alle domande di questa intervista. Ad ogni modo, se con discorso letterario intendiamo la parola poetica (o narrativa), allora non credo che possa: non c’è nulla di meno affidabile, di più menzognero. O ancora: se la parola poetica si riduce a sola funzione testimoniale o documentaristica, allora muore.
Poi, e senza contraddizione: senz’altro essa è responsabile di una situatezza da cui non può prescindere e che porta in sé. E la letteratura ci offre sicuramente degli strumenti per tracciare dei percorsi nel mondo che abitiamo, ma non bisogna dimenticare che lo fa in maniera obliqua, straniata. È necessaria cautela perché non diventi un pretesto.
Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?
Noemi: Credo si debba diffidare del valore salvifico di una letteratura intesa come voce affidabile. Semmai, il discorso letterario può salvaguardare il dubbio, rivolgendolo anche su se stesso. Può chiedersi se (e come) – attraverso il linguaggio – ha messo e si è messo in discussione. Se si è assunto un rischio, se ha tenuto aperto uno spiraglio sulla vertigine della contraddizione. Ancora, rispetto a quanto dicevo prima: può aprire delle verticalità. In questo, la poesia può forse essere non sincera ma invece onesta – se ancora funziona il sintagma sabiano. .
Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?
Noemi: Come sopra: una lettura (solo) sociologica del discorso poetico è pericolosa, perché comporta il rischio del riduzionismo e dell’appiattimento sull’orizzonte della pura contingenza. La situatezza di un testo è un esito, un risultato derivante da premesse spesso caotiche, o pratiche, o assenti. La situatezza non può, quindi, e non deve fondare la tematizzazione del testo a priori. Altrimenti la parola letteraria si svuota della sua necessità: si volta in merce, bandiera o – peggio – in discorso autoreferenziale e consolatorio. Scrivere (da qui, dove siamo) una poesia sulla guerra è un atto di cui dovremmo vergognarci. Piuttosto, scriviamo di questa vergogna, di questa ipocrisia (penso a Ottieri: «Cerca di scrivere del pensiero ossessivo nel pochissimo tempo lasciatogli libero dal pensiero ossessivo»).
Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che secondo te possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.
+ + +
Poi hai ripreso di colpo a respirare:
ti sei fatto togliere i tubi dalle braccia,
portare le sigarette Philip Morris One
per colazione una manciata di farmaci.
La scorsa notte sei andato
e ai medici pare tu abbia chiesto perché
cazzo ti hanno riportato indietro, poi riso.
Nel caso me lo stessi chiedendo
comunque non c’è proprio nulla di là
nulla: no luce, no tunnel né cazzate
+ + +
Cacciarsi un coltello in gola, quello blu della verdura
anche del pane va bene, seghettato:
pensieri intrusivi ripeto sono normali nei tempi morti
li hanno tutti. Oggetti contundenti a portata di mano
dal terzo piano guardare e pensarci.
Subito dopo: controllare tre volte gas porta finestre
rifare le scale e cominciare da capo. Non c’è dubbio
è tra le minacce più serie restare da soli
come se niente fosse, come se
+ + +
«Credi dovrei appendermi?» alla Dosenbach
provando le scarpe in ungherese, ovvio
al terzo antibiotico della settimana
fatichi sulle scale mobili, il tuo sguardo
come di cani in tangenziale legati
al guardrail: «non so cosa dirti, mi dispiace».
Capisco, i trasalimenti di una vita al chiuso
sono minimi o qualcosa del genere
ma così esageri non esci più di casa se non
curvandoti per esporre la schiena
nuda sfili i nervi dalla colonna vertebrale
uno ad uno come scorrendo il rosario
con cura intanto mi rimproveri: ricorda
«malattia non è solo il disordine»
#6 | Laura Liberale | Cosa comunicare, mi chiedi. Tutto, niente.
in ascolto: Arvo Pärt. Fur Alina
Con In\trevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Laura:



Laura Liberale, scrittrice, tanatologa e indologa, è laureata in Filosofia e dottore di Ricerca in Studi Indologici Docente al Master in ‘Death Studies & the End of Life’ (Università degli Studi di Padova), tiene corsi di formazione nell’ambito filosofico e in quello delle ‘Medical Humanities’. Ha ottenuto riconoscimenti in svariati premi di poesia e narrativa. Suoi testi sono apparsi su riviste e antologie. Ha pubblicato i romanzi ‘Tanatoparty’ (Meridiano Zero, 2009), ‘Madreferro’ (Perdisa Pop, 2012), ‘Planctus’ (Meridiano Zero, 2014); le raccolte poetiche ‘Sari – poesie per la figlia’ (d’If, 2009), ‘Ballabile terreo’ (d’If, 2011, premio ‘Mazzacurati-Russo’ 2011), ‘La disponibilità della nostra carne’ (Oèdipus, 2017, premio ‘Lorenzo Montano 2017’); ‘Unità stratigrafiche’ (Arcipelago itaca, 2020, premio ‘Bologna in Lettere 2021’, finalista ‘Premio Napoli 2021’)), i saggi indologici ‘I mille nomi di Gaṅgā’ (Edizioni dell’Orso, 2003), ‘I Devīnāmastotra hindū – Gli inni purāṇici dei nomi della Dea’ (Edizioni dell’Orso, 2007), ‘I nomi di Śiva’ (Cleup, 2018), ‘Visioni infernali dell’India’ (Padova University Press, 2021), ‘Rinuncia’ (AnimaMundi, 2021), ‘Bestiario hindū. Tutto nasce nella terra, tutto nella terra scompare’, Jouvence, 2023. È presente tra gli autori di ‘Nuovi poeti italiani 6’ (Einaudi, 2012).
Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?
Laura: Nulla di ciò che può stare in una breve nota biobiblio.
Inverso: Perfetto. In\trevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?
Laura: Sono seduta a gambe incrociate sulla sedia davanti al pc, col cane acciambellato a terra e due dei miei tre gatti accanto. Direi di sì.
Inverso: Prima di iniziare, come stai?
Laura: Sto bene, grazie. È un buon periodo, e molto lo devo al percorso iniziato due anni fa, legato agli studi e alla pratica contemplativa.
Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.
Laura: In realtà non ho viaggiato molto per l’Italia, di recente, ma sono stata nel sud dell’India quest’estate, e sto ancora metabolizzando l’esperienza. Ciò che di nostrano – e di un qualche interesse – potrei “raccontare” è legato ai due ritiri di meditazione fatti negli ultimi mesi: il primo a Pomaia, all’Istituto Lama Tzong Khapa; il secondo a Berceto, nell’appenino tosco-emiliano, al monastero zen SanboJi. Due oasi felici di dialogo interculturale, ricerca spirituale e, naturalmente, silenzio praticato. Posso dirti che riprendere a parlare e ad ascoltare, prima del ritorno a casa, dopo qualche giorno di quasi completo silenzio, è stato, con mia grande sorpresa, un piccolo trauma. Consiglierei a tutti la disintossicazione periodica dalle parole, verbali e mentali.
Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?
Laura: M’invento, sulla scia della risposta precedente, un acronimo: PNE, Pervasive-Noise-Era, dove “rumore” è inteso sia in senso acustico che visivo.
Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?
Laura: Bisognerebbe contestualizzare la domanda. Differenze in quale ambito? Subalternità di che natura? Personalmente sto molto attenta agli stereotipi e alle generalizzazioni. Il nostro sguardo è sempre parziale e limitato; è maggiore ciò che ci sfugge rispetto a ciò che diventa per noi, ogni singolo noi, oggetto di percezione ed elaborazione. E anche qualora potessi parlare di macroscopiche differenze, e dunque dare anche dei giudizi di valore, quante microrealtà “virtuose” in un panorama “vizioso”, o viceversa, mi perderei? Peraltro, con quali competenze potrei dire, io, di similitudini e differenze sociali? Con quale legittimazione? Si tratterebbe solo, di nuovo, di “rumore” di fondo, di inutile chattering o, al più, di mera, infimissima, discutibile esperienza personale.
Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?
Laura: Guarda, personalmente, la subalternità che più mi preoccupa e interessa negli ultimi anni è quella che l’umano, ha imposto e impone agli animali non umani e alle altre forme di vita. La virulenza dell’umano.
Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?
Laura: Dire che qualcosa si è rotto presuppone che, prima della rottura, ci sia stata una qualche forma di integrità, di “salute”, di “compiutezza”. Possiamo forse dirlo, del mondo? C’è forse stata un’epoca – per quanto ci è dato sapere – priva di conflitti e di episodi pandemici? Priva di rotture, crolli, collassi? Se sì, lo è stata solo nelle nostre testoline “edenizzanti”. Ragionare in questo modo significa, ancora una volta, reificare la realtà, ipostatizzare l’esistente – che è un incessante flusso, in continua trasformazione, e le cui interconnessioni per lo più trascendono le nostre capacità di comprensione intellettuale; significa impantanarsi una volta di più nel pensiero duale: integrità e rottura; un prima e un dopo; un meglio e un peggio; caduta e salvezza. Il mondo è ciò che è. Non fermiamoci a parlare della ferita, ma impegniamoci a curarla.
Inverso: La rubrica di In\trevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?
Laura: Mi spiace, ma di nuovo non posso che rispondere con altre domande. Di che cultura parliamo? Da quale punto di vista? Siamo sicuri che per “stato di salute” intendiamo la stessa cosa (e, di nuovo, la “salute”: un’ipotetica “integrità” a cui contrapporre qualcos’altro!)? Cosa significa “svecchiare il fare”? Dobbiamo svecchiare o, piuttosto, ricomprendere dialogicamente il “vecchio” nel “nuovo”, consapevoli che tutto si meticcia nel tempo e non vi è nulla di autosufficiente e indipendente?
Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?
Laura: Lo so, mi odierai, e chiedo scusa a priori. Può “ancora”? Quindi, se intendo bene, ha potuto esserlo in passato. Ma per davvero? Il discorso letterario è uno dei tanti discorsi possibili, e forse è stato fin troppo caricato di speranze. Può farsi lamento, denuncia, testimonianza, racconto, sperimentazione, gioco, finzione, invenzione, visione, palestra etica… tutto quel che vuoi. Ma resta un discorso parziale, come qualsiasi altro discorso. Sicuramente non lo caricherei dell’aspettativa della “risoluzione” dei problemi.
Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?
Laura: Secondo me proprio il “ruolo” è un concetto problematico. L’incasellamento in un ruolo. Non aspettiamoci a priori delle cose, lasciamo alla letteratura il divenire, il flusso.
Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?
Laura: Ok. Sono definitivamente nella tua lista nera, da oggi.
Odio la parola “necessario”, soprattutto quando applicata ai libri, alla letteratura. Un aggettivo salito recentemente agli onori in recensioni e note critiche, quando non si sa bene che altro dire. Vetero, veterissimo, pomposo e sgradevole.
Cosa comunicare, mi chiedi. Tutto, niente. La letteratura credo stia più nella forma del suo comunicare che nel “tema”. E sì, i discorsi devono dialogare fra loro, mescolarsi; lo fanno, lo hanno sempre fatto, NECESSARIAMENTE.
Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che secondo te possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.
Poesia in forma di marketing concept
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sulla testiera del letto Brimnes: un supporto per fleboclisi
sul primo comodino vintage Norrevik: un erogatore di ossigeno
sul secondo comodino Norrevik: una decina di scatole di medicinali
brimnes zorvathar nefarix kyrosenstra glimdranar
norrevik arimba mystaris forgentis
sul letto Musken anni ’60 in ferro battuto a baldacchino:
un uomo di schiena coi pantaloni abbassati
davanti a una specchiera giocattolo.
musken alithar musken arathor
sotto il tavolo allungabile Ingatorp della cucina modulare Brandö:
una donna che si protegge la testa con le mani.
ingatorp vexolun karaštu
brandö zybronad kynarisphael
una sedia antracite Friheten in un enorme spazio vuoto.
friheten-zi-ga-lum she-en-ki lugal-nin-mesh
su uno sgabello bianco Bolmen: un uomo con una corda al collo
fissata al miscelatore del Lillången.
bolmen gishim ištaranu
lillången-kashtab ankhhem-ra nesu isfet-en-bat
(dal concept per il cross-selling dell’“Ikea mojo-tool”.
Protection spells by ChatGPT.)
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Speech Act
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Il mal di testa, l’emicrania, il mal d’orecchio, l’epistassi, ogni malattia della testa noi espelliamo da te con l’incantesimo.
Ciò che rende muti, ciò che rende ciechi, ogni malattia della testa noi espelliamo da te con l’incantesimo.
Ciò che causa i reumatismi, che provoca la febbre, che si diffonde in tutte le membra, ogni malattia della testa noi espelliamo da te con l’incantesimo.
Il morbo spaventoso d’aspetto che ricorre a ogni autunno e che fa tremare noi espelliamo da te con l’incantesimo.
Quel morbo che striscia su per le cosce verso l’inguine noi lo espelliamo da dentro le tue membra con l’incantesimo.
Se nasce dal cuore, dal desiderio o dall’avversione, noi espelliamo il morbo del cuore dalle membra con l’incantesimo.
da Atharva-veda IX, 8
(PRIMA CELEBRANTE)
Da te con l’incantesimo allontano
l’azzurra metaldeide la stricnina
l’esca gustosa il diserbante l’ANTU
fosfuro in polvere bromadiolone
la tossina
(CORO DELLE CELEBRANTI)
Lo prenda la gola di Durgā il veleno che strazia
l’interno che incendia schiumando lo spasmo che gela
(PRIMA CELEBRANTE)
Da te con l’incantesimo allontano
laccio lacciolo rete pania vischio
congegni elettrici strisce adesive
specchi rotanti trabocchetti ordigni
il rischio
(CORO DELLE CELEBRANTI)
La spezzi il piede di Durgā l’insidia che arresta
l’andare il respiro adescato l’occhio che si svelle
(PRIMA CELEBRANTE)
Da te con l’incantesimo allontano
la gabbia il pungolo lo storditore
la sega circolare la mannaia
i paranchi il marcabestiame il colpo
abbattitore
(CORO DELLE CELEBRANTI)
Li annienti la furia di Durgā i perimetri empi
della fame si autodigeriscano gli stomaci
(PRIMA CELEBRANTE)
Da te con l’incantesimo allontano
stabulario e stallo detentivo
la denominazione alfanumerica
densità biotica abbattimento
selettivo
(CORO DELLE CELEBRANTI)
Li raccolgano le mani di Durgā i disuniti
gli strappati i perduti li raccolgano le mani
(PRIMA CELEBRANTE)
Da te con l’incantesimo allontano
weltarm esopici antropomorfismi
fosse ontologiche apriori umwelt
res cartesiana peluscizzazione
vitruvianismi
(CORO DELLE CELEBRANTI)
Lo finisca il ruggito del leone di Durgā
l’ani-mal-entendu che dunque sono. Durgā stessa
finita
(NOTA: Durgā è la dea guerriera hindū incaricata di distruggere i demoni.
ANTU è il nome di un potente rodenticida.
“L’ani-mal-entendu che dunque sono”: esplicito riferimento a Derrida.)
+ + +
Alcune delle cose a cui Henrietta Lacks fu/è/sarà costretta in perpetua vita:
estendersi in un’ipotesi di linea lunga circa 110.000 chilometri; serbare nella memoria mitocondriale i cinque figli, la capanna di tronchi dell’infanzia, la segregazione razziale, il corpo annerito dal radio, le foglie di tabacco, il piacere e il (ferocissimo) dolore; orbitare centrifugata nello spazio; sottoporsi a ogni immaginabile agente patogeno; frammischiarsi coi topi; viaggiare con la polvere; parcellizzarsi a tot dollari il pezzo; introdursi illegalmente/legalmente in organismi più o meno complessi; dividersi e accrescersi dividersi e accrescersi dividersi e accrescersi dividersi e accrescersi dividersi e accrescersi
HeLa
infinitesima infinita reduplicata Madre Madonna Nera crioconservata
Erzulie del vitro, Oshun della telomerasi noi tutti ti rendiamo grazie
(NOTA Henrietta Lacks (1920-1951), afroamericana, morta a causa di un cancro alla cervice uterina. A lei, inconsapevole donatrice, si deve la linea cellulare HeLa, universalmente commercializzata nella ricerca scientifica per le sue caratteristiche uniche di resistenza e propagazione.)
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cinguettii
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mattino ventoso. mi sembra pericoloso allenarsi all’aperto i morti vivono
i morti vivono
i torti stridono
con dei colori autentici
dei morti in attesa: vivono, vivono
ora di partenza prevista: sempre. mia mamma ed io. passato, adios, grazie, fine. liberare. non ho parole ultime
liberare il passato per riposare
liberare il passato per riposare
liberare il passato per riposare
liberare il passato per riposare
liberare il passato davvero, davvero. vivremo, vinceremo
dove il passato? appena finito. aspetta
dove il passato? appena finito. aspetta
dove il passato? appena finito. aspetta
dove sempre? spettacolo gradito. legno. sono andato
sono finito. della prima stesura: solo merda. aspetta
angelo o legna. riposare
angeli o legna. riposare
angeli o legna. riposare
angeli o legna. sono via ora. vinceremo, vinceremo
legna vinceremo
legna vinceremo
legna vinceremo
legna vinceremo
legna vinceremo
legna. sto aspettando di fare un angiogramma
in vita
una vita
una vita
una vita
una vita
una vita
vita vita vita. assaggiate finalmente le ostriche. finito
vita vita vita. più profondamente passato. un fanculo a tutti. passato
(NOTA: The Tweet Hereafter (http://thetweethereafter.com) è un sito che elenca gli ultimi tweet scritti da persone che poco dopo sono morte. Twitter, com’è noto, significa “cinguettio”.
Il mio testo è un assemblaggio di parti, tradotte in italiano, di alcuni di questi ultimi tweet (con, in più, qualche elemento d’invenzione), assemblaggio che prova a ricalcare la struttura del canto dell’allodola (nell’alternanza di elementi ripetuti e parti libere) rinvenuta in Rete dagli appunti di un compositore-ricercatore: https://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=111653& whichpage=1.)
Jon Rafman (1981) è un artista canadese che, tra i suoi molti progetti multimediali, dal 2008 porta avanti il progetto 9 Eyes, meglio conosciuto come Nine Eyes of Google Street View. Questo progetto artistico di new media art, dall’anno del suo avvio a oggi (progetto ancora in corso) consta di centinaia se non migliaia di momenti ‘catturati’ dall’artista nel corso degli ultimi quasi vent’anni di mappatura di Google Street View (la famosa macchina che se ne va in giro fotografando tutte le strade del mondo). Gli scatti ‘rubati’, in questo senso, hanno permesso di salvare ogni anno da quasi ogni parte del globo quelle che potremmo comunemente definire ‘scene inaspettate’ e che la cara macchinina di Google, passando, si è trovata a immortale. Prostitute, carri armati, arresti, scene di violenza ma anche panorami mozzafiato, momenti comici e assurdi, nonché glitch fotografici della telecamera, tutto questo è all’interno di Nine Eyes of Google Street View. Un mondo, insomma, senza filtri e che si mostra in questi scatti nella sua totale stranezza e inquietudine.









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