
in copertina Jon Rafman, Nine eyes of Google Street View (330 R. Herois de Franca, Matosinhos, Portugal, 2009)
Intrevoir | Stagione 1: Vivere in tempi strani.
Interventi poetici intorno al discorso sul presente.
Quanto più si va verso le forme di produzione culturale in cui si discute il mondo sociale, tanto più è visibile il conflitto interno nei mondi della produzione culturale che ha per posta in gioco la lotta sul principio della legittima valutazione.
[Pierre Bourdieu, Lezioni, Sistema, Habitus, Campo]
Siamo arrivati alla fine con gli ultimi due episodi della rubrica Intrevoir1, ci vedremo prossimamente con il recap di questa prima stagione. In fondo, Intravedere significa tenere di conto di tutto questo: vedere indistintamente o di sfuggita, e per lo più in lontananza, specialmente quando c’è scarsa visibilità e gli oggetti si mescolano e confondono tra gli altri; intuire nella nebbia le figure che si celano dietro le sagome e le ombre del presente e che sappiamo essere lì al pari di un oggetto o di una presenza ben definita; intuire, in questo senso, anche di cose future, di ciò che sta al vertice dell’orizzonte e che stenta ancora a palesarsi, a manifestarsi nella sua interezza, a mostrare il suo reale e inquietante aspetto.
Intrevoir significa, in questo senso, anche hauntologia, cioè il tentativo di mettere in luce ciò che è solo intuibile tra le ombre e le ceneri di questo pianeta; esprimere l’inesprimibile, azzardando; fornire una lettura dell’esperienza odierna a partire dalla letteratura che viene prodotta, unica fonte insieme all’arte, capace di manifestare gli stati di cose, la produzione in atto all’interno del campo e dell’habitus di un’epoca; anticipare prima del tempo quella sempre tardiva ricezione del sapere rispetto alle condizioni del presente.
Intrevoir è quindi un’indagine, una ricerca antropologia, una raccolta di testimonianze, una forma di resistenza a partire da quei luoghi inesplorati o ignorati da quelli che Bourdieu chiamava gatekeepers [guardiani] e go-betweener [intermediari]. Una ricerca per un certo senso sicuramente in-fondata ma che tenta ugualmente di rispondere alla domanda «la sociologia è qualcosa che distrugge il piacere letterario?» ribaltandone il paradigma. In questo senso, può quindi il piacere letterario, la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa come studio e analisi dei fenomeni di un’epoca?
Dobbiamo far funzionare le analisi teoriche nella pratica: l’habitus è l’aspetto del capitale incorporato. Ma ciò che è incorporato, come tutti sanno, non è facile da strappar via: una grande differenza tra capitale culturale e capitale economico è che, essendo incorporato (come il capitale linguistico), il capitale culturale fa corpo con il suo portatore. Come è, in un certo senso, incollato sulla pelle di chi lo indossa, questo capitale sarà un ostacolo vivente di tutti i tempi della lotta per ottenere il rendimento massimo del capitale. [Bourdieu, 1983]
«après nous, le déluge!». E che sia nostro, in questo,
l’impegno di calare per primi in mare le scialuppe.
- Entreabrir, entre oscuro (Cervantes, loc. cit. qui dietro, p. 588) e simili (vedi il dizionario spagnuolo in entre…) aggiungasi al detto altrove dell’antico uso d’inter per fere ec., conservato ne’ volgari moderni. Cosí in francese entrevoir ec. ec. (16 luglio 1824). [Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, p. 4113] ↩︎
Il format prevede 3 domande di apertura, 10 domande su temi culturali e sociali, giusto perché il 13 è il numero da evitare e da guardare con diffidenza. Ogni stagione inoltre sarà composta dall’intervento di 14 poeti, 7 poeti ‘giovani’ a cui si affiancano 7 poeti già entrati nel canone, al fine di evidenziare le similitudini e le differenze generazionali rispetto a questo strano e inquietante mondo che pare ci spetti abitare quest’oggi. L’intervista sarà inoltre arricchita da un brano musicale di apertura, diversi scatti ‘rubati’ dalla serie Nine Eyes of Google Street View dell’artista Jon Rafman, nonché alcuni testi in chiusura degli autori intervistati.
Nell’episodio #0 di Vivere in tempi strani abbiamo chiesto a Gianluca Didino di fare il punto a distanza di quattro anni dall’uscita di ‘Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani’ (minimum fax, 2020). Qui il suo intervento.
Nell’episodio #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.
Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.
Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui l’intervista.
Nell’episodio #7 e #8 sono intervenuti Demetrio Marra e Simona Menicocci. Qui l’intervista.
Nell’episodio #9 e #10 sono intervenuti Diletta D’Angelo e Vincenzo Ostuni. Qui l’intervista.
Nell’episodio #11 e #12 sono intervenuti Riccardo Socci e Giovanna Frene. Qui l’intervista.
Nell’episodio #13 e #14 sono intervenuti Edoardo Occhionero e Sara Ventroni. Qui l’intervista.
#13 | Edoardo Occhionero | ma forse sono io a essere oltremodo pessimista
in ascolto: https://www.youtube.com/watch?v=nZu2KYunmO0
Con Intrevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Edoardo:



Edoardo Occhionero (Carate Brianza, 1997) è laureato in Traduzione presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi sulla poesia giapponese contemporanea a verso libero e su una proposta traduttiva di Takahashi Mutsuo. Attualmente è iscritto al Dottorato di ricerca in Digital Humanities presso la medesima università. È vincitore del Premio “Elena Violani Landi” 2019 – Sezione Inediti. Suoi scritti sono comparsi online su “Atelier Poesia”, “Argonline”, “Diario di passo” – il blog ufficiale di Franca Mancinelli –, “La morte per acqua”, “Malgrado le mosche” e “Mirino”. Ha inoltre curato l’introduzione e la traduzione di due poesie di Arai Takako uscite per Almanacco Internazionale de Lo Spazio Letterario. Alcune sue poesie in giapponese sono state pubblicate su “BUBU” e in diversi numeri di “Inkarepoetori”, rivista interuniversitaria che raccoglie i contributi dei principali atenei giapponesi.
Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?
Edoardo: Suppongo di no.
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Inverso: Perfetto. Intrevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?
Edoardo: Sono poche le occasioni in cui mi sento a mio agio, ma va bene lo stesso.
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Inverso: Prima di iniziare, come stai?
Edoardo: Bene, a parte una vaga stanchezza.
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Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.
Edoardo: A fine maggio sono stato a Genova per un convegno dottorale, due giorni dopo ero a Bologna per la presentazione del mio libro. Genova mi piace molto, sarà per lo strato di salsedine che rende tutto più opaco e filtra la luce, e poi mi emoziono ogni volta che vedo il mare. Bologna invece fa parte della mia storia universitaria, per cui è il ricordo di quegli anni, della prima vita indipendente, a renderla forse difficile da scordare. Anche se ho avuto l’impressione che si stia un po’ impoverendo. A parte questo, dopo la ripresa dalla pandemia, credo di essere diventato sempre più sedentario: quando vivevo ancora nel capoluogo emiliano mi capitava di prendere il treno solo per il gusto di vedere dei posti, la pianura ferrarese, Sottomarina di Chioggia, Monselice, ed entrare nel vortice ambiguo del tempo che passa.
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Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?
Edoardo: Ti rispondo con un’altra metafora, sulla pesca, però. Nella montatura con galleggiante semplice solitamente si usano dei piombini: un peso troppo contenuto inficia sulla posizione del gambo che deve essere perpendicolare al fondo, un peso in esubero invece impedisce che l’estremità superiore rimanga fuori dall’acqua, così che possa segnalare l’abboccata del pesce. Per questo definirei quest’epoca una lenza poco calibrata in peso rispetto al proprio galleggiante, e di conseguenza instabile.
***
Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?
Edoardo: Non credo di avere sufficienti competenze per rilevare proficuamente differenze e somiglianze con il contesto extranazionale, posso solo seguire la mia impressione più superficiale che mi suggerisce che la storia e la cultura di un paese siano determinanti nel far emergere le principali tendenze nel presente.
Non intendo discutere del concetto, scottante, di subalternità (essenzialmente economica?) tra nord e sud, quanto invece mettere in luce come ormai la crisi abitativa e la crisi della “grande città” – intesa come roccaforte di virtuosismo sostenibile e vivibilità plurale – siano ormai generalmente comprovate, diffuse in tutta la penisola. Prendo come esempio Torino, dove vivo ormai da più di due anni (ma potrebbe valere per qualsiasi altra città in cui il fuorisedismo è rilevante). Torino, dicevo, il cui centro è diventato pressoché invivibile, soprattutto a causa dei rincari e della pratica dell’affitto breve per turisti (nonostante l’overtourism non sia acclamato come da altre parti d’Italia). Per questo la gente si sta lentamente trasferendo ai bordi, in periferia, dove i servizi sono insufficienti, il degrado allarmante, e gli stessi collegamenti con il centro talvolta compromessi. Parlo soprattutto in relazione a quella grande fascia che cerca di sopravvivere col lavoro precario (in cui mi inserisco in quanto dottorando) quando in realtà ambisce solo a una vita dignitosa. Anche il problema climatico influisce sulla percezione della crisi della città: l’abuso cementizio ha reso le estati torride sempre più insopportabili – ovviamente per chi è nella posizione in cui accendere l’aria condizionata significa rinunciare alla spesa settimanale, o ad altri beni primari.
***
Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?
Edoardo: Certamente, perché sono rimasti immutati i paradigmi dell’economia capitalistica mondiale.
Nel caso di una subalternità dell’umano rispetto, che so, alla tecnologia informatica, mi viene in mente un passo di Massimo Palermo, tratto da Italiano scritto 2.0, relativo allo sviluppo del cloud hosting, cioè la possibilità di “parcheggiare” i propri dati da qualche parte nella rete. Siamo investiti quindi da un processo progressivo di smaterializzazione ed esternalizzazione della memoria: ciò può prevenire un sovraccarico cognitivo, aiutando i processi di apprendimento e di comprensione. Tuttavia – considerazione mia – se intendiamo la nostra identità basata sulla salvaguardia di tutti gli stimoli pregressi (leggasi “vissuto”), il suo statuto verrebbe inevitabilmente compromesso: significherebbe esistere solamente come un’estensione hyperlinked di sé stessi.
***
Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?
Edoardo: Senz’altro, può essere, ma vedo in questa frattura (o faglia) il risultato di numerosi sciami sismici il cui epicentro è da rintracciare nei vari decenni precedenti, nell’idea del perseguimento ossessivo di un benessere materiale [auto]distruttivo. Sono nato alla fine degli anni Novanta, la mia opinione non può che basarsi su materiale testamentario. Nessuna esperienza diretta, solo mediazione attraverso una [in]certa ricostruzione documentaria: il disastro di Seveso, la prima era berlusconiana ecc. Inoltre, credo che il sovraccarico informativo che distingue questo ultimo decennio, l’ubiquità data dalla rete, vadano a incrementare la profondità della frattura, che mi pare incolmabile.
***
Inverso: La rubrica di Intrevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?
Edoardo: Premetto che la posizione dalla quale cerco di fare un’analisi è marginale, perché i margini si confanno a un poeta emergente come me, e perché è possibile ispezionare con prudenza senza essere realmente coinvolti. In ogni caso lo stato di salute mi sembra piuttosto compromesso. Più che una questione di figure intellettuali – che esistono –, credo sia un problema legato al paradigma di ricezione e fruizione: il lettore medio e la sua aspettativa ormai incancrenita, la letteratura se intesa come semplice agente di mercato, l’idea che ormai tutto debba essere riassumibile in un tweet o in un tiktok.
***
Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?
Edoardo: Sono dubbioso, perché mi sembra che il discorso letterario si sia in un certo senso arenato, atrofizzato, non ha più, a livello universale, la polivalenza di porsi anche al di fuori del mondo, per interpretarlo, in quanto diventato oggi parte dei problemi del mondo. Se la letteratura aveva una capacità di lettura, soprattutto attraverso l’anticipazione e l’avanguardia, ora mi sembra che possa procedere esclusivamente attraverso la distopia, perché il futuro che ci aspetta è distopicamente reale (ma forse sono io a essere oltremodo pessimista).
***
Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?
Edoardo: Un ruolo di subordinazione, in apparenza. Sotterraneamente, intravedo una rete, pur sempre ordinata a partire da nuclei (segno dell’atomismo e frammentazione dentro al panorama letterario), che cerca di instaurare relazioni, una rete rappresentata da chi “fa” letteratura e non da chi la vende. Penso, ad esempio, al grande lavoro de Lo Spazio Letterario di Bologna, ma così esistono anche altre realtà.
***
Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?
Edoardo: Sono sempre più convinto che l’atto necessario sia il rinvenimento e la rianalisi del passato, la ricerca archeologica di cui parla Gianni Celati, il recupero di un’oralità della narrazione, l’idea dell’ordinario come ricorsività: siamo – includo me ma non so chi altro – in qualche misura stanchi di trovarci sotto la costrizione di nuove forme e nuovi temi di/da raccontare, le cose scritte sempre in “io, io” – perché novità ora è sinonimo di vendibilità, e non di sperimentazione.
***
Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che secondo te possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.
Alcuni testi tratti da La Casa e tutt'intorno (Arcipelago Itaca, 2024)
[...]
Le fabbriche quando hanno iniziato a tirarle su?
Non ce n’erano, su in cima alla torre si andava giù di qua,
tutta questa pianura era piena di muròm, se ghe disen.
Cosa sono?
I muròm, se ghe disen. Non lo so, era pieno.
Tutta questa pianura, si guardava giù e si vedeva. Perché gheren i muròm?
Perché mettevano il baco da seta, capìto?
E quand’è che li hanno tolti?
E dopo hanno incominciato a togliere, far su la frabrichèta, tiraven sü.
Ma guardando giù, essendo su la torre,
si vedeva fino a Mariano, si vedeva tutto, i bachi da seta,
s’el diseva, i bachi, il gelso. Il gelso.
Come lavavano i vestiti?
Nella roggia. Lì alla roggia dove avevamo il campo noi, il nonno,
il papà del nonno Fabèn – perché suo papà faceva,
lui andava a Milano all’Istituto dei Ciechi, andava lì a lavorare
perché prendeva lo stipendio – lui aveva – la moglie ci era morta –
aveva tre maschi e una femmina.
Andava giù lì e ci ha fatto una rientranza nella roggia
con le cose dentro da lavare, l’ha fatto lui, il nonno per me bisnonno.
Che faccia aveva?
Oeh, era su al cimitero da vedere.
Ma te lo ricordi?
Eh, no perché lui è morto al nove di aprile di quell’anno lì. Come si chiamava?
Osti, il nove di aprile, il nonno Alessandro si chiamava.
Aveva una bella faccetta, non aveva i capelli, però.
E di che colore erano gli occhi?
Non lo so, perché è morto.
Invece tuo papà come ce li aveva?
Descrivimelo come lo vedi tu, come l’hai visto.
Era tutto storto. Era conciato il nonno Fabèn,
ha lavorato troppo la terra, era. Invece il suo fratello,
il papà della Chiarina, quello lì era del quaranta.
No, cosa dico, era del novecento.
E i frigoriferi? Quando sono arrivati gli elettrodomestici?
Sono arrivati, noi eravamo i primi, la nonna Giuditta
ha comperato il frigorifero della Canzi, è appena morta quella donna lì.
Di che marca erano?
O Nindesi o Zoppas, forse.
Che parole vi dicevate, c’erano delle frasi che ripetevate spesso?
«Su, fa’ svelt, desìet», sempre quelle cose lì.
Alla religione eravate attaccati?
Tanto, tanto, tanto.
E qua la casa quand’è che l’avete costruita?
Qui abbiamo cominciato nel sessantotto, finita nel settantadue.
E chi l’ha costruita?
Lo zio Vittorio, il Bruno di Brenna,
ha fatto quasi tutto lui. Eravamo contenti, era nuova.
Anche gli altri si rifacevano la casa?
Quasi tutti si facevano la casa. Sacrifici, tutto nuovo.
Prima le case che c’erano erano quelle della via Diaz,
quelle vecchie dove eravamo su anche noi.
Quindi è cambiato molto il paesaggio.
Non c’è più niente come prima, te capì?
+ + +
Fuori era dare gli Oro Saiwa sbriciolati al pettirosso
mentre lo spremiagrumi grattava l’autunno con le arance.
Come si fanno bianchi la neve e i passi, il tombino dove stare su col respiro
ed altri paesaggi sporchi dietro al Brico OK io forse non esisto.
+ + +
Passeri
Con gli anni sono andati tutti nelle città in vari momenti dicono
per qualche strano veleno dei campi. Così ammalata
fino al silenzio la brughiera sono alberi lunghi da ricollocare.
Io sto col capanno in vetroresina la terra di quando piove.
+ + +
Il sabato pomeriggio il papà portava l’erba tagliata in discarica
la sequenza di tubi catodici incagliati al sole, mobili precipitati.
Là dietro dalla curva della chiesa inizia la strada ecologica
verso il fiume farla a piedi scende male.
Il naso ammucchia gli odori, l’idea che qui siano ancora gli anni
degli ingombri industriali, l’acqua raggrumata in una sola riva.
Il tempo che ho guardato alzare e abbassare le canne da pesca
una lenza cucita alla bocca, penso con che coraggio
hanno mangiato questi pesci.
+ + +
Gli edifici scorrono nel finestrino, l’abbandono che c’è in alcuni vialetti.
La gatta della ruggine si stiracchia sui cancelli.
Si dimensiona la statale per Lecco, ha il suo intorno.
Del cavalcavia di Annone Brianza rimangono gli estremi, un nuovo cantiere.
Il lago e gli alberi silenziati dalla calce, mi domando
come hanno lisciato il ventre della montagna
dove è stato portarla via a blocchi, sono stremato dal guardare.
+ + +
da Un’autotraduzione dal giapponese di una poesia di prossima pubblicazione sulla rivista Mi’Te
[ apparsa su "Mi’Te-poetry and criticism", #168 (Autumn 2024) ]
Ostruire lo sguardo
Anche la luce non è più la stessa.
Nella zona di provincia di una città
una maestra di scuola elementare una volta ha detto
«da quando sono nata, non sono più le stesse
le cose che ho sempre avuto davanti agli occhi».
Chissà com'erano il cielo sorvolato dalle libellule
e i campi di soffione
Sta ancora in piedi l’industria per viti meccaniche.
Per fabbricare mobili
per tingere tessuti
per produrre materie plastiche
è stata sottratta acqua al fiume.
«L'acqua restituita non è più la stessa».
In questo paesaggio industrializzato
tutti si svegliano e non sanno più che è
vedere i monti in lontananza.
«Quando mi sveglio e guardo la finestra dell'edificio di fronte,
la finestra dell'edificio di fronte,
solo altre suppellettili».
Qui soffrono della sindrome della perdita di orizzonte.
Non sanno immaginare oltre
vedere al di là dei profili dei condomini.
Tempo marcito sul cemento.
Il nero dell'asfalto
a poco a poco si sbiadisce.
La lingua della pioggia.
la lingua… la pioggia…
Ah, basterebbe non essere più qui
«l'aria che abbiamo respirato sapeva di fieno e sterco di cavallo.
(L'odore di una fabbrica di dolci all'ingrosso è ora
vagamente zuccherino come il cherosene)».
Al posto della pioggia
solo particolato che scende.
Nuova pelle, nuova neoplasia maligna.
Basterebbe avere altri polmoni
«la gente moriva meno per tumore
ma moriva lo stesso»
di questo piccolo paese vicino alla città
ha detto la maestra.
Ah, basterebbe un’altra vita.
I bambini guardano andare e venire le betoniere.
Il fumo delle ciminiere si espande sopra le loro teste
come in un tipico mercoledì delle ceneri.
#14 | Sara Ventroni | Non c’è carne non c’è tempo
in ascolto: https://www.youtube.com/watch?v=zDb7dAnm79I
Con Intrevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Sara:



Sara Ventroni (Roma 1974) è poetessa e scrittrice. Per Rai Radio Tre ha raccontato le vite di Jim Morrison e David Bowie (Storyville), e la Berlino in poesia (File Urbani). Per Rai Radio Due ha scritto lo sceneggiato ‘Chi fa la spia’. Suoi racconti sono presenti in varie antologie quali ‘Sono come tu mi vuoi’ (Laterza, 2009); ‘A occhi aperti’ (Mondadori, 2008). Le sue poesie sono raccolte in diverse antologie italiane e straniere. Suoi lavori sono l’opera teatrale ‘Salomè’ (No Reply, 2005) e, successivamente, il volume ‘Nel Gasometro’ (Le Lettere, 2006), risultato vincitore del Premio Napoli. A cui si sono aggiunti col tempo, oltre agli altri e molteplici lavori, i libri ‘La sommersione’ (Nino Aragno, 2016), ‘Le relazioni’ (Nino Aragno, 2019), nonché le traduzioni di ‘Contengo moltitudini’ di Walt Whitman (Ponte alle Grazie, 2020) e de ‘La terra desolata’ di Thomas S. Eliot (Ponte alle Grazie, 2022).
Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?
Sara: Va bene così.
***
Inverso: Perfetto. Intrevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?
Sara: Mi trovo comoda, a casa.
***
Inverso: Prima di iniziare, come stai?
Sara: Se è una domanda alla Stefano Rapone di Tintoria, rispondo senza esitare: sto meglio.
***
Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.
Sara: Di recente sono stata agli Horti dell’Almo Collegio di Pavia per una rassegna di poesia. C’era una bella mostra temporanea dedicata alla collaborazione tra Leonetti e Pomodoro (non so quando verrà smontata ma consiglio di vederla), restano invece in permanente gli interventi botanici sugli orti (sempre aperti alla cittadinanza) dove sono state collocate le opere di Carrino, Ascari, Alberti, Lodola, Ghinzani, Fra, Ruggeri, Tremlett, Staccioli, Mainolfi, Cuschera, Pardi, Pomodoro e Mangoni.
***
Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?
Sara: Non ho nulla contro le metafore calcistiche. “Entrare a gamba tesa” o “essere in fuorigioco” (un classico del mansplaining) sono immagini limpide, se si resta nella metafora di un agonismo politico che prevede avversari.
Per cavarmela con una battuta: ho l’impressione che si pratichi spesso il “fuorigioco volontario” (del tutto inutile, pare ovvio): l’azione in rete viene subito-subito annullata, ma vuoi mettere il gesto?
Le metafore non finiscono qui e a seconda che si parli di “sinistra lesionista” o “sinistra autolesionista” (per citare mons. Florestano Pizzarro/Guzzanti) che non giocano col pallone ma con altri strumenti (i social, tanto per dire), le azioni inefficaci ma di grande effetto scenico hanno sempre un precipitato depressivo: “alto sulla traversa”, “all’incrocio dei pali” fino al sempreverde “mandarla in tribuna”. Detto ciò, mi pare che in Italia, e più in generale in Europa, stiamo vivendo un quindicennio/ventennio per niente ludico, scarsamente lucido (in termini di azione portata efficacemente a conclusione, magari con tocchi di prima e assist al compagno di gioco non in fuorigioco); un’epoca forse anche squalificabile per eccesso di “simulazione” (altra metafora calcistica).
***
Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?
Sara: Il contesto italiano è simile al contesto dei vicini paesi europei, ma ci si somiglia per inerzia, e non perché ci si piace o ‘ci si piglia’. Abbiamo modi simili di affrontare la stessa mancanza di vitalità (non ho detto ‘vitalismo’ – mi tocca pure sottolinearlo). C’è un diffuso atteggiamento (“postura”, dicono che bisogna dire) sussiegoso ma inquieto, di accumulazione selvaggia di notizie (anche dai fronti bellici) che forse serve a mitigare la sindrome di procrastinazione e l’oggettiva impotenza (impossibilità o incapacità di “potere fare”). Sulla subalternità rinvio a Gramsci, qualche risposta più avanti.
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Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?
Sara: L’umano è subalterno alla tecnica (ho detto tecnica, non scienza) e crede invece di governarla.
Mi fermo qui con la risposta.
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Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?
Sara: Mi state suggerendo l’immagine di un globo secco e screpolato, surriscaldato dalle emissioni di CO2 e dalle incandescenze dei missili a medio raggio? Se è così, allora si tratta non di una, ma di tante fratture: abissi circoscritti, stretti e alti, dai quali non si vede l’orizzonte. Ma ogni crepaccio è diverso. Della nostra frattura europea ci torna utile l’immagine della trincea. Stiamo accucciati, in attesa. Riusciamo a immaginare un ronzio sopra le nostre teste. Non si tratta dell’aviazione ma di droni-calabroni che chissà cosa possono far precipitare. Abbiamo incubi nuovi, ma si resta immobili, con qualche microspasmo da crampo. Le premesse per sviluppare anche fratture di nervi ci sono tutte.
***
Inverso: La rubrica di Intrevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?
Sara: Mi muovo meglio nelle metafore calcistiche che in quelle mediche. Non so misurare lo “stato di salute dell’ambito culturale” se non ricorrendo alla metafora della prognosi: non siamo in fase di convalescenza ma in piena incubazione. Il decorso è incerto, in mancanza di diagnosi. L’aspetto più serio (sfigmomanometro al collo) è che quando si prova a decifrare i sintomi, ne spuntano di nuovi. Allora si cerca di stare riguardati.
Una diffusa patologia in comorbidità (“presenza o insorgenza di un’entità patologica accessoria durante il decorso clinico di una patologia oggetto di studio”) è la perdita della capacità di concentrazione. Cito dal Corriere della Sera di oggi [3 dicembre 2024]: il «brainrot» (il cervello che marcisce per il consumo di contenuti in modo passivo, continuato, senza volontà propria) ha vinto il premio più prestigioso per i neologismi, cioè la «Oxford word of the year» per il 2024 (mentre in Australia avevano preferito «enshittification», l’«immerdificazione» inventata da Cory Doctorow).
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Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?
Sara: Il discorso letterario più affidabile resta quello che prende forma nell’opera.
“Chiacchierare” è un’attività raramente praticata con gusto e guizzo, ed è comunque un’arte diversa.
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Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?
Sara: “Assumere un ruolo” (metafora da cosplayer?) è un tema di cui non mi appassiona parlare. Il ruolo, molto spesso, non si assume ma si riceve. E se lo si conquista forzatamente, è quasi fisiologico perderlo presto.
Piuttosto, sui concetti di “dominio” e di “egemonia” (e di “subalternità”) un buon medico prescriverebbe un ciclo intero di Gramsci, anche a stomaco vuoto.
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Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?
Sara: A questo campo minato di domande, preferisco andare fuori tema.
Nel suo recente libro “Tecniche di nascondimento per adulti” (Italo Svevo Editrice, Biblioteca di Letteratura Inutile) Carmen Gallo suggerisce che il nascondimento dovrebbe essere sempre temporaneo.
Ho pensato, forse erroneamente, che Gallo potesse riferirsi non solo ai nascondimenti solitari ma anche a quei momenti in cui più persone (milioni) hanno bisogno di nascondersi per non essere sbranati dal nemico. Certo, poi, come chiarisce l’autrice, il rischio di scegliere un nascondimento pericoloso (irreversibile) è molto alto. Non so se questo lavoro di Carmen Gallo possa essere di spunto per i sociologi (sempre che i sociologi leggano testi letterari).
***
Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che secondo te possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.
SELEZIONE TESTI
Da Nel Gasometro (Le Lettere, 2006)
Il corpo rarefatto liscio in ferro non ha moto
non ha verbo.
Uno scopo è uno scopo ed è vuoto.
La testa si sposta verso l’alto. La storia va e non va, non c’è
ma torna spesso
il cranio
all’età del ferro.
***
Non c’è carne non c’è tempo nel tempo.
L’ingegno è sempre l’ingegno.
La guerra dà il tempo, ha il tempo
della tecnica sullo spazio.
Segnali lampeggianti o fonti-luce.
Nella guerra c’è o non c’è linguaggio?
Il cranio è tecnica senza tempo si riproduce senza sesso.
+ + +
Da La Sommersione (Aragno, 2016)
I. La Danse, variazione di Burnt Norton
Aspettavamo e non è accaduto.
Non doveva essere e invece è stato.
Adesso che si rompono le cose esistono.
L’ordine sconosciuto danza dentro la frattura: qui convergono
la crescita delle piante domestiche, le confessioni all’aria aperta
la vocazione alla clausura, il saluto ai morti, l’evasione
il riso sugli sposi, la mano armata
la fuga da casa, il sonno leggero, il ritorno alla ragione.
Quello che siamo stati
e quello che non siamo ancora
adesso sono insieme
movimento di frantumi
finiti e commensurabili
perché intero è il limite
: il finito è il nostro per sempre.
+ + +
II (1974)
A marzo si aggregano le molecole.
Sonnolenza ad aprile, un sospetto a maggio.
Giugno era chiaro e presuntuoso
(tu non volevi, ma poi hai capito).
Luglio il terrore cresce sotto l’ombelico.
Agosto e settembre qualche vertigine.
A ottobre mangiavi le castagne.
Novembre era tardi per tornare indietro.
Dicembre quali cellule compongono
il venire al mondo, il nostro comune
procedere al finito.
La violenza attraversa le palpebre
le strade bagnate, le bandiere.
Ciascuno è stato vivo
almeno una volta tra le gambe
di una donna.
Ciascuno era presente, tra le gambe
: a quel momento appartiene
una visione privata di cui non avrà ricordo.
Ma c’è un’ombra senza peso che accompagna
il peso del corpo.
L’ombra disegna la nostra sagoma
la proietta a terra la inchioda e la muove
come luce visibile nel suo alone.
Luce che puoi dire che manca
quando è spenta
e non lancia più ombra.
+ + +
III
Dice questo. Dice:
immagina un naufragio.
Il prima e il dopo.
Tra i due momenti
è avvenuto un processo di trasformazione “molecolare”
nel quale le persone di prima non sono più
le persone di poi*.
Prendere in considerazione il movimento
di questo nostro tempo.
Prendersi cura della disgregazione molecolare
di queste persone.
Tenere ferme le forme
davanti alle scelte.
Ciò che non ha mai avuto inizio è per noi
ciò che potrebbe iniziare.
Il futuro immaginato come
non essere ancora venuti al mondo.
Oppure cancellare tracce, disfare maglioni
dimenticare nomi, non tornare ai luoghi.
Smentire di esserci conosciuti.
Rinnegare la compassione, la differenza, la rivoluzione.
Il tempo in cui si sta sulla terra
prende e perde innumerevoli forme.
Anche la forma della fine
è una relazione.
*La citazione è tratta da Antonio Gramsci, lettera a Tania Schucht, 6 marzo 1933.
+ + +
Da Le relazioni (Aragno, 2019)
Dici che sono classista e non posso smentire.
Intendevi tu però per me
(erotizzando il sublime kantiano)
che il mio classismo venisse dall’alto
come un’attitudine britannica di fine Ottocento
da mantelletta suffragista
all’ora delle tisane esotiche
dell’impero delle Indie.
Ed è giusto così. Ma mia cara,
tra me e la borghesia
ci passa la stessa differenza d’evoluzione
che corre tra la lince e il certosino grigio-fumo da salotto.
Si tratta, certo, di bestiole
che non praticano al passivo:
felini ostili all’arte dell’addomesticamento.
È questo, immagino — un forastico senso del pudore —
a rendermi antipatico un cameriere, quando è servile.
Non voglio essere servita e non chiedo di essere salvata
nemmeno dal compagno Bertolt Brecht.
Quanta rabbia mi fa la rivoluzione quando parla
con il suo linguaggio medico.
Ho letto ultimamente un bugiardino
e mi è sembrato ostile, per non dire
eversivo: troppi gli effetti collaterali, troppo l’orgoglio
nel gergo tecnico-scientifico.
Preferisco annegare la malinconia in un bagno caldo.
E non credo proprio che il popolo sia più importante di me perché
io ci sto dentro: da questo privilegio da tre soldi viene
la tentazione di suicidarlo, il popolo, costringendolo
a leggere tutta la Recherche
e non solo il capitoletto antologico
sull’insipida madeleine intinta nel tè.
E già lo so. Mi daranno addosso se dirò
che aveva ragione Bruno Lauzi:
scrivo canzoni tristi perché quando sono contenta, io esco.
+ + +
Da Le relazioni (Aragno, 2019)
[senza titolo]
Prima di essere santi ci piace la materia
risucchio di luce nel buco
in cui si cade: materia che ruba la luce
per cui siamo vivi, che tira come metallo al magnete
nel punto in cui il tempo è movimento
capovolto
il punto di fuga
(se qualcosa manca qualcosa si vuole con più forza, con la fame
di ritrovare la ragione persa)
dove sistemare chi sta sopra e sotto l’orizzonte:
quelli che non sono ancora e quelli che non sono più.
Jon Rafman (1981) è un artista canadese che, tra i suoi molti progetti multimediali, dal 2008 porta avanti il progetto 9 Eyes, meglio conosciuto come Nine Eyes of Google Street View. Questo progetto artistico di new media art, dall’anno del suo avvio a oggi (progetto ancora in corso) consta di centinaia se non migliaia di momenti ‘catturati’ dall’artista nel corso degli ultimi quasi vent’anni di mappatura di Google Street View (la famosa macchina che se ne va in giro fotografando tutte le strade del mondo). Gli scatti ‘rubati’, in questo senso, hanno permesso di salvare ogni anno da quasi ogni parte del globo quelle che potremmo comunemente definire ‘scene inaspettate’ e che la cara macchinina di Google, passando, si è trovata a immortale. Prostitute, carri armati, arresti, scene di violenza ma anche panorami mozzafiato, momenti comici e assurdi, nonché glitch fotografici della telecamera, tutto questo è all’interno di Nine Eyes of Google Street View. Un mondo, insomma, senza filtri e che si mostra in questi scatti nella sua totale stranezza e inquietudine.









Risposte
[…] Nell’episodio #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui l’intervista.Nell’episodio #7 e #8 sono intervenuti Demetrio Marra e Simona Menicocci. Qui l’intervista.Nell’episodio #9 e #10 sono intervenuti Diletta D’Angelo e Vincenzo Ostuni. Qui l’intervista.Nell’episodio #11 e #12 sono intervenuti Riccardo Socci e Giovanna Frene. Qui l’intervista.Nell’episodio #13 e #14 sono intervenuti Edoardo Occhionero e Sara Ventroni. Qui l’intervista. […]
[…] Nell’episodio #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui l’intervista.Nell’episodio #7 e #8 sono intervenuti Demetrio Marra e Simona Menicocci. Qui l’intervista.Nell’episodio #9 e #10 sono intervenuti Diletta D’Angelo e Vincenzo Ostuni. Qui l’intervista.Nell’episodio #11 e #12 sono intervenuti Riccardo Socci e Giovanna Frene. Qui l’intervista.Nell’episodio #13 e #14 sono intervenuti Edoardo Occhionero e Sara Ventroni. Qui l’intervista. […]