
in copertina Jon Rafman, Nine eyes of Google Street View (Via Guglielmo Marconi, Grottaglie, Puglia, Italy, 2023)
In\trevoir | Stagione 1: Vivere in tempi strani.
Interventi poetici intorno al discorso sul presente.
Quanto più si va verso le forme di produzione culturale in cui si discute il mondo sociale, tanto più è visibile il conflitto interno nei mondi della produzione culturale che ha per posta in gioco la lotta sul principio della legittima valutazione.
[Pierre Bourdieu, Lezioni, Sistema, Habitus, Campo]
Siamo giunti finalmente a metà, eccoci di nuovo con altri due episodi della rubrica In\trevoir1. In fondo, Intravedere significa tenere di conto di tutto questo: vedere indistintamente o di sfuggita, e per lo più in lontananza, specialmente quando c’è scarsa visibilità e gli oggetti si mescolano e confondono tra gli altri; intuire nella nebbia le figure che si celano dietro le sagome e le ombre del presente e che sappiamo essere lì al pari di un oggetto o di una presenza ben definita; intuire, in questo senso, anche di cose future, di ciò che sta al vertice dell’orizzonte e che stenta ancora a palesarsi, a manifestarsi nella sua interezza, a mostrare il suo reale e inquietante aspetto.
In\trevoir significa, in questo senso, anche hauntologia, cioè il tentativo di mettere in luce ciò che è solo intuibile tra le ombre e le ceneri di questo pianeta; esprimere l’inesprimibile, azzardando; fornire una lettura dell’esperienza odierna a partire dalla letteratura che viene prodotta, unica fonte insieme all’arte, capace di manifestare gli stati di cose, la produzione in atto all’interno del campo e dell’habitus di un’epoca; anticipare prima del tempo quella sempre tardiva ricezione del sapere rispetto alle condizioni del presente.
In\trevoir è quindi un’indagine, una ricerca antropologia, una raccolta di testimonianze, una forma di resistenza a partire da quei luoghi inesplorati o ignorati da quelli che Bourdieu chiamava gatekeepers [guardiani] e go-betweener [intermediari]. Una ricerca per un certo senso sicuramente in-fondata ma che tenta ugualmente di rispondere alla domanda «la sociologia è qualcosa che distrugge il piacere letterario?» ribaltandone il paradigma. In questo senso, può quindi il piacere letterario, la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa come studio e analisi dei fenomeni di un’epoca?
Dobbiamo far funzionare le analisi teoriche nella pratica: l’habitus è l’aspetto del capitale incorporato. Ma ciò che è incorporato, come tutti sanno, non è facile da strappar via: una grande differenza tra capitale culturale e capitale economico è che, essendo incorporato (come il capitale linguistico), il capitale culturale fa corpo con il suo portatore. Come è, in un certo senso, incollato sulla pelle di chi lo indossa, questo capitale sarà un ostacolo vivente di tutti i tempi della lotta per ottenere il rendimento massimo del capitale. [Bourdieu, 1983]
«après nous, le déluge!». E che sia nostro, in questo,
l’impegno di calare per primi in mare le scialuppe.
- Entreabrir, entre oscuro (Cervantes, loc. cit. qui dietro, p. 588) e simili (vedi il dizionario spagnuolo in entre…) aggiungasi al detto altrove dell’antico uso d’inter per fere ec., conservato ne’ volgari moderni. Cosí in francese entrevoir ec. ec. (16 luglio 1824). [Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, p. 4113] ↩︎
Il format prevede 3 domande di apertura, 10 domande su temi culturali e sociali, giusto perché il 13 è il numero da evitare e da guardare con diffidenza. Ogni stagione inoltre sarà composta dall’intervento di 14 poeti, 7 poeti ‘giovani’ a cui si affiancano 7 poeti già entrati nel canone, al fine di evidenziare le similitudini e le differenze generazionali rispetto a questo strano e inquietante mondo che pare ci spetti abitare quest’oggi. L’intervista sarà inoltre arricchita da un brano musicale di apertura, diversi scatti ‘rubati’ dalla serie Nine Eyes of Google Street View dell’artista Jon Rafman, nonché alcuni testi in chiusura degli autori intervistati.
Nell’episodio #0 di Vivere in tempi strani abbiamo chiesto a Gianluca Didino di fare il punto a distanza di quattro anni dall’uscita di ‘Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani’ (minimum fax, 2020). Qui il suo intervento.
Nell’episodio #1 e #2 sono intervenuti Riccardo Frolloni e Gilda Policastro. Qui l’intervista.
Nell’episodio #2 e #4 sono intervenuti Andrea Donaera e Andrea Inglese. Qui l’intervista.
Nell’episodio #5 e #6 sono intervenuti Noemi Nagy e Laura Liberale. Qui l’intervista.
Nell’episodio #7 e #8 sono intervenuti Demetrio Marra e Simona Menicocci. Qui l’intervista.
Nell’episodio #9 e #10 sono intervenuti Diletta D’Angelo e Vincenzo Ostuni. Qui l’intervista.
Nell’episodio #11 e #12 sono intervenuti Riccardo Socci e Giovanna Frene. Qui l’intervista.
Nell’episodio #13 e #14 sono intervenuti Edoardo Occhionero e Sara Ventroni. Qui l’intervista.
#7 | Demetrio Marra | Scrivere parlare agire in senso rivoluzionario
Con In\trevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Demetrio:



Demetrio Marra è nato a Reggio Calabria nel 1995. Attualmente lavoro a Milano come professore, collaborando con diverse realtà editoriali, tra cui Italo Svevo. Fa parte di lay0ut magazine (rivista di letterature, traduzione e ricerca visuale). Scrive critica per diverse riviste, tra cui la sezione Lingua Italiana di Treccani. Ha esordito con una sua raccolta nel 2019: ‘Riproduzioni in scala’ (Interno Poesia), con prefazione di Flavio Santi, finalista più o meno ovunque, sempre perdente. Ha curato la riedizione di ‘Il pensiero perverso’ di Ottiero Ottieri (Interno Poesia, 2022). Di recente è uscito la sua nuova raccolta ‘Non sappiamo come continuare. Nove processi biofisici’ (Indipendente, 2024).
Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?
Demetrio: Non è menzionato il mio lavoro: sono professore di ruolo in una scuola secondaria di Milano, nel quartiere Corvetto.
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Inverso: Perfetto. In\trevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?
Demetrio: Mi fa male la schiena. Ho concluso la parte più dura del trasloco (mi sposto in un altro quartiere, sempre a Milano). Sono un problema soprattutto i libri: ne ho accumulati, negli ultimi dieci anni in Lombardia (tra Pavia e Milano), un migliaio, in maggioranza non letti, che attendono giudicanti. Li porto con me di stanza in stanza per tradurre l’impressione di casa.
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Inverso: Prima di iniziare, come stai?
Demetrio: Bene, la scuola è finita, gli esami di maturità sono finiti, ho lasciato Milano per l’estate: Reggio Calabria è ormai per me una realtà solo Natalizia/Estiva/Funeraria, cioè una realtà fuori dal tempo e dallo spazio, fuori dal lavoro e occasionalmente fuori dalla vita. Sotto le luminarie/sotto gli ombrelloni/di fronte alle lapidi. Mi sono innamorato, anche, che non fa male. Un bel quadro, se non fosse per il Pensiero.
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Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.
Demetrio: Non appena mi sono liberato dell’esame per l’anno di prova, ho lasciato Milano. Prima per Firenze, per l’anniversario (ma non c’è nulla da festeggiare) dell’inizio dell’assemblea permanente del collettivo di fabbrica ex GKN. Un lungo concerto poi concluso con un corteo notturno fin sotto Santa Maria del Fiore. Impressionante vedere Firenze senza turisti, invasa da noi e presidiata nei punti caldi da forze dell’ordine in assetto antisommossa. Poi, nei giorni successivi, sono stato a Roma (dove vive la mia famiglia), ma sentivo forte una certa malinconia. Perché quando si vivono momenti di collettività, di movimento, e per un secondo l’anello che non tiene è più evidente, è molto difficile tornare alla quotidianità.
Ho avuto la fortuna di fare due settimane in Sardegna a scrocco da un amico, quindi. Fortuna a metà: perché è tornato il Pensiero; mi capita quando interrompo la routine del lavoro, gli automatismi che occupano la mente. Giro in tondo a un punto fisso, senza riuscire a sciogliermi. Tornato a Reggio, dove ho potuto stabilire una routine alternativa, sono tornato in controllo. Sarà per il vento.
In\trevoir: per seguire e sostenere il collettivo di fabbrica ex GKN: instagram; facebook.
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Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?
Demetrio: Del collasso.
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Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?
Demetrio: Ho accettato, come immagino molte persone chiamate a rispondere a questa intervista, senza leggere prima le domande. Scrivendo, mi sono accorto che sono domande complesse, che richiedono tempo di studio, tempo di elaborazione e tempo per la scrittura. In alcuni casi, come qui, forse domande fuori dalla mia portata. Già continuo a essere infelice delle proposte che non prevedono retribuzione, ma per giornali indipendenti che immagino non abbiano grossi fondi chiudo spesso un occhio. La prossima volta potreste considerare, visto l’impegno richiesto, un compenso forfettario, perché siamo un po’ stanch* di lavorare per nulla. È una critica seria che non parla solo di Inverso o di te, Francesco, che curi la rubrica (immagino gratuitamente o – con il giusto opportunismo – in cambio del capitale simbolico che te ne verrà, in relazioni e credibilità), ma di tutte le realtà editoriali e, forse ancor più direttamente, dell’editoria di poesia, che col pretesto della posizione di marginalità nel mercato giustifica qualsiasi forma di sfruttamento.
Ad ogni modo, visto che scrivo da una posizione di privilegio (con uno stipendio da indeterminato a scuola), continuo l’intervista, solo a patto che queste cose che scrivo rimangano incensurate.
Sì, trovo differenze tra il contesto italiano e quello di altri paesi vicini e anche tra nord e sud (come tra nord e centro, tra centro e sud, tra est e ovest e via discorrendo). Per essere più generoso: la distanza principale tra Nord e Sud Italia, cioè tra Pianura Padana+Regno di Sardegna e il Regno delle Due Sicilie, è che il secondo, dall’Unione d’Italia, si è prestato a laboratorio mitologico della differenza. Carmine Conelli ha scritto in un bel libro (Il rovescio della nazione, Tamu) che un po’ il rapporto tra Nord e Sud è un rapporto di colonizzazione, per questo la migrazione interna che ne viene fuori è inscrivibile nei fenomeni migratori di larga scala (ti ho frainteso, Carmine? Forse ti ho banalizzato, andate a leggerlo). Io vorrei aggiungere, ricordando un bel libro di John Dickie sul terremoto del 1908 (Una catastrofe patriottica, Laterza), che il Sud è stato “conquistato” per delocalizzare la parte lurida della mitopoiesi dell’Italia unita (Dickie sostiene che il terremoto è stato il mito fondativo dell’idea di Regno, con la regina che veniva avvistata sulle navi soccorso a fare la crocerossina, con i soldati obbligati a fucilare i cani che mangiavano i cadaveri, la paura più grande del Governo era che dalle macerie del terremoto sorgesse l’anarchia, cioè la contestazione). Mi guardo allo specchio e sono l’Italia dello Statuto Albertino e del triangolo industriale, ma questa modernità è resa possibile da un inconscio collettivo di servitù della gleba, poi divenuta sfruttamento, di cui il brigantaggio è un sintomo. Adesso abbiamo la Finanza a Nord e la ‘Ndrangheta a Sud (ma è tutto a Nord), Lavoro a Nord e Slavoro a Sud (ma magari), continuate voi. Dico insomma che gli Stati Uniti non hanno potuto rimuovere il passato schiavista, nonostante ci provino di continuo (ma persino Lincoln fu uno schiavista, abolendo la schiavitù, durante la guerra civile americana, solo negli stati del Sud – per questo si racconta che Garibaldi, chiamato dal Presidente per guidare il suo esercito, abbia rifiutato con fermezza). Per noi sì, perché dal centro propagandistico non si vede il Sud come non si vedono le colonie africane. Penso anche a quanto sia ironica la crisi climatica, se ci sottolinea la distanza con la compresenza di fenomeni alluvionali a Nord e la siccità estrema a Sud – e quanto sarà ironica tra cinquant’anni, quando il Sud sarà desertico.
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Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?
Demetrio: Non so chi sia Wallerstein e me ne dispiaccio, quindi non saprei rispondere con precisione. Ma parlerei di Stati e Multinazionali che fondano il proprio benessere e la propria centralità sullo sfruttamento.
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Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?
Demetrio: Il capitalismo non si è rotto, ma si è decentralizzato quindi rafforzato, perché in grado di vestire, anche contemporaneamente, ideologie diverse e addirittura opposte, preservando però l’accumulazione di valore. Lo dice benissimo Mimmo Cangiano in Guerre culturali e neoliberismo, uscito quest’anno per Nottetempo. Per questa ragione esiste in paesi “democratici” e in paesi in emergenza costante o fascisti, per dire.
Sul piano individuale e in certa misura sociale, come del resto dice meglio di me Bifo in Disertate (Time0, sempre quest’anno), la Pandemia non solo ci ha terrorizzato e donato una metafora virale potentissima che mina le fondamenta della fiducia nei rapporti umani, ma soprattutto ci ha “rotto”. Abbiamo capito che: produrre non è necessario, consumare men che meno. Per mesi interi nessuno di noi ha sentito la mancanza, che ne so, di andare all’Ikea; abbiamo sentito terribilmente la mancanza dell’altr*, invece. Adesso siamo tornat* a produrre e consumare, più di prima, ma il treno ha fischiato.
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Inverso: La rubrica di In\trevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?
Demetrio: Cosa vi aspettate che dica? Io avrei chiesto qual è lo stato del pensiero, non lo stato della cultura, perché la cultura è sempre reazionaria. Comunque immagino intendessi pensiero (perdona l’antipatia, ma non sentite il caldo?). O forse parli di istituzioni, di struttura? Dal punto di vista del pensiero, continuiamo a scrivere parlare agire in senso rivoluzionario. Penso alle trasformazioni permanenti dei centri sociali, dei collettivi, dei movimenti (degli undercommons), come alla ricerca in università (sempre precaria), controuniversitaria (per esempio nelle intifade studentesche) e fuori dall’università (comunità di apprendimento, come amava chiamarle bell hooks, da Insegnare il pensiero critico). Penso letteralmente a tutto ciò che non è completamente assimilato. Se parliamo di istituzioni, va abbastanza male, salvo nelle scuole, dove secondo me c’è più metodo e più libertà di quanto si pensi (purtroppo, l’attacco alla scuola che sta portando avanti questo governo è spaventosamente duro, bisognerà difenderne i presupposti democratici).
A proposito dell’editoria, che è la struttura: ho già anticipato il mio pensiero, ma rincaro la dose. È la norma pagare poco o nulla, non garantire i diritti più semplici in ambito lavorativo, produrre tanto per produrre (perché il sistema distributivo per com’è oggi è, nella pratica, un sistema di prestiti e di azzardi finanziari grazie al quale guadagna solo un soggetto: il distributore, nella maggior parte dei casi Messaggerie). Senza dimenticare i master in editoria (che esternalizzano la formazione, rendendola a pagamento, e allungando i tempi di inserimento regolare con gli stage gratuiti o a rimborso spese), i corsi di scrittura (che sono dei processi di selezione a pagamento che bypassano il lavoro della lettura dei manoscritti, spesso improficua e faticosissima) e compagnia bella. In più: periodicamente i grossi editori provano a creare dei monopoli, senza per fortuna finora riuscirci (anche se la differenza di capitali tra gruppi ed editori indipendenti medio-piccoli è spaventosa). Ci provò Mondadori acquisendo Rizzoli, perdendo un 30% di quota sul mercato. E adesso Feltrinelli compra parte di Adelphi, dopo una serie di acquisizioni strane, continuando nella cancellazione progressiva della memoria rivoluzionaria di Giangiacomo. Devo continaure?
***
Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?
Demetrio: “Affidabile” che vuol dire? Prima di tutto la letteratura è una distorsione del mondo e provare a fare il percorso inverso dà risultati al massimo sul processo di distorsione, non sul mondo. è la distorsione del mondo che ci può interessare, come volontà di rappresentazione. Che cos’è il discorso letterario, per te? Per essere chiari, potrebbe essere l’insieme dei testi che individuiamo come “letteratura”, nonché le interpretazioni di questi testi o i discorsi che partono da questi testi, insomma l’interdiscorso. Così non può essere una voce, e non può servire a leggere, al massimo è oggetto di lettura. Mi torna in mente di un libro di Daniele Garritano, Un’affollata solitudine (Carocci) – che ho intervistato in tre parti per Treccani, qui la prima. In questo libro, Garritano insiste molto sulla lettura come esperienza dell’alterità ma anche, in senso apparentemente opposto, sulla letteratura come interruzione della continuità del mondo. L’interdiscorso è un mezzo, ma senza fine assoluto. Mi sto confondendo da solo.
La letteratura – ma io vorrei usare “scrittura”: la scrittura, come l’arte in generale, è completamente inutile e sta in questo la sua sopravvivenza (a un certo punto ci libereremo anche delle sedie, o delle bic, utili per eccellenza, no?). Non credo nella sua capacità immaginativa senza oggetto, cioè senza segno: in altre parole, non credo nella sua bontà in quanto scrittura. Se percorriamo la possibilità di trasformare la realtà con la scrittura – che non è per forza l’obiettivo di chi scrive o partecipa all’interdiscorso (la letteratura, per sua natura borghese, non ha mai desiderato cambiare la realtà, piuttosto confermarla stratificandone i significati narrativi) – percorriamo un piano inclinato. Per trasformare la realtà con la scrittura, cioè con una partecipazione al piano del simbolico, bisogna scivolare via dal simbolico. Per avere possibilità trasformative, bisogna attuare una prassi trasformativa. Bisogna ritrovare una continuità tra simbolico e fisico, teoria e prassi.
***
Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?
Demetrio: Rinunciare al “ruolo” della poesia e della letteratura sarebbe un buon punto di partenza.
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Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?
Demetrio: Partiamo da presupposti molto diversi. La definizione a priori un di atto necessario, cioè della necessità, in senso assoluto, mi sembra assurda. Figuriamoci parlare di scrittura = atto necessario. La scrittura è innecessaria (o: può essere una necessità privata, che è molto diverso). A quel punto la scelta di cosa perché come quando si scrive è senza dubbio politica. Non farsi imbrogliare dall’idea di necessità nella scrittura. Chi si riempie la bocca di discorsi sulla necessità dell’arte solitamente lo fa a partire da una rimozione del politico, che sia per sopravvivenza o per privilegio. Scusate l’assertività. Vorrei poter dire tanti forse, è possibile che, considerando questo quest’altro, eccetera, perciò piazzateli voi, sono un po’ sovraccarico. Prendiamo un libro di letteratura working class, il mio preferito: La porca miseria di Cash Carraway (tradotto da Alberto Prunetti per Alegre). Carraway che ovviamente non si chiama Cash ha scelto di scrivere un memoir che raccontasse cosa significhi essere una donna single madre nella Londra che espelle le persone marginali. La scelta di una lingua nervosa intensa che mi ricorda Henry Miller è una scelta. Gettare i presupposti per un universo narrativo che prosegue con uno spettacolo teatrale e una serie tv un’altra scelta che mi sembra vada nella direzione della controffensiva (rispetto alla narrazione aporofobica del neoliberismo britannico). Non è un discorso essenzialista. Avrebbe potuto fare una scelta diametralmente opposta, ma così ha tracciato una precisa soluzione di continuità tra simbolico (scrittura) e prassi. Individuare un principio di necessità nella scrittura significa rimuovere la scelta. È un po’ quello che abbiamo provato a fare con lay0ut con l’archivio affettivo del festival di letteratura working class. Sto girando intorno ma spero ci siamo capiti.
Quindi cosa raccontare. Non saprei. Posso dirvi cosa raccontare io. Racconto perché credo nella narrazione del cambiamento. L’ultimo libro, Non sappiamo come continuare, è il racconto di una crisi identitaria ansiosa e degli sforzi di una ricostruzione, all’insegna del desiderio e non della sicurezza. Raccontare il crollo e i tentativi sempre fallimentari di ricostruzione mi restituisce la complessità del chi sono, soprattutto in poesia dove il livello di contraddizione può essere altissimo (posso dire tutto senza aver paura). In più, il libro è la storia di come, a un punto, non mi è più importato dell’identità perché ho iniziato a comprendere (non la comprenderò mai del tutto) una collettività. Prima ero solo dentro, adesso sono dentro e fuori.
***
Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che secondo te possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.
Demetrio: Ho scelto una parte di un poemetto pubblicato recentemente su lay0ut. È l’ideale continuazione di ‘Non sappiamo come continuare’.
V
Lo testimoniano le smagliature.
Dal ventre fino alle costole.
Potrei dire in giro che sono cicatrici.
All’attaccatura di ogni arma.
Scusate, inglesismo: braccio.
Di ogni gamba.
Potrei raccontare di essere stato picchiato.
Non ho mai fatto scontri tranne uno.
Ero in seconda fila dietro gli studenti.
Ho chiamato mia mamma euforico.
Mia mamma piangeva terrorizzata.
Le ho detto mi hanno manganellato.
E che mi fa male la mano.
Non piangeva. Mi diceva di non fare lo stupido.
Avevo solo l’indice gonfio.
Mia madre mi conosce troppo.
Di non fare l’oppositivo.
Ho fermato la maggior parte dei colpi,
con la bandiera della Palestina.
Mi psicologizzava.
Ho sorriso alla stagista della Digos
che ci inquadrava da sopra la camionetta.
Abbiamo poi virato verso Piazzale Loreto.
Ci hanno lasciato passare.
Lo abbiamo bloccato.
Non ricordo se fosse prima o dopo
del festival in Gkn.
Non mi piace dire militanza,
il sapore metallico che ha sulla lingua.
Ho paura della solitudine che porta.
Che allude all’esercito.
Odio che camminino bombati
per la stazione centrale,
con i loro mitra del cazzo.
Ho paura delle rinunce.
Io voglio solo stare bene.
Con voi. L’altro ieri ho visto un migrante
braccato da dieci di loro
e non ho fatto niente.
Quando stavo tra il pubblico
nel cortile delimitato alla buona
con del nastro fuori dalla Gkn
non ascoltavo una parola.
Non riuscivo. Era vitale.
Non era vitale per me.
Era vitale per la persona che vorrei essere.
Era evitabile per ciò che sono.
Non appartengo a nessuna lotta.
Voglio appartenervi.
Sono spaventato a morte da ciò
che mi può fare la solitudine.
L’inappartenenza.
Mi faccio da parte.
Dovrei smetterla.
#8 | Simona Menicocci | Perché la letteratura working class non si chiama letteratura
Con In\trevoir, abbiamo chiesto ai vari poet* che hanno risposto alla nostra ‘chiamata’ di scegliere 3 dei diversi scatti rappresentativi dell’epoca che stiamo vivendo oggi, a partire da una nostra selezione di 92 foto contenente sia gli scatti di Rafman più celebri che quelli a nostro avviso maggiormente strani, misteriosi e inquietanti. Qui la selezione di Simona:



Simona Menicocci (1985), proletaria senza prole, laureata in Italianistica, studia filosofia e lavora come educatrice a Roma, soprattutto per ragazze e ragazzi con DSA. Sue raccolte poetiche sono: “Il mare è pieno di pesci – La mer est pleine de poissons” (Benway Series, 2014); “Manuale di ingegneria domestica” (Arcipelago Edizioni, 2015); Glossopetrae (IkonaLiber, 2017); “Saturazioni” (dia°foria, 2019); “H24 – Doveva essere un film” (Blonk, 2022). Si occupa di critica militante, teoria della letteratura, filosofia politica e filosofia del linguaggio. Collabora con Treccani per il progetto di podcast didattici “Maturadio”. Assieme a Fabio Teti, cura inoltre il laboratorio di scritture contemporanee “prove d’ascolto”.
Inverso: Abbiamo dimenticato qualcosa?
Simona: Dimenticato no, è una biobibliografia che va solo aggiornata rispetto a quando è stata scritta. Nel frattempo ho preso una seconda laurea in filosofia con una tesi su Marx, ho vinto un concorso ordinario che mi ha fatto diventare docente di Lettere in un istituto alberghiero di Roma con contratto a tempo indeterminato, con conseguenti cambiamenti di classe sociale, di reddito che è raddoppiato, di status di cittadinanza che ora prevede che io goda di alcuni diritti prima impensabili, quindi privilegi, come la malattia retribuita, le ferie retribuite, i giorni di permesso retribuiti, i festivi di non lavoro, ecc. Ah, e poi l’anno prossimo uscirà “Si fa per dire” per Arcipelago Itaca.
***
Inverso: Perfetto. In\trevoir ti dà il suo benvenuto. Ti trovi comod* in questo momento? Sei a tuo agio?
Simona: Non sono né comoda né a mio agio, vivendo durante un genocidio in diretta social e un altro sul fondale del mare in cui faccio il bagno d’estate.
***
Inverso: Prima di iniziare, come stai?
Simona: Soprassederò sull’anamnesi del mio corpo-mente, anche perché, a fronte di quello che succede, credo che essere felici sia il sintomo che qualcosa è andato profondamente storto.
***
Inverso: Di recente ti è capitato di andare in giro per l’Italia? Se si, raccontaci un po’ delle tue ultime esperienze e impressioni.
Simona: Recentemente sono stata in due città italiane e in ognuna di esse vige la regola capitalistica per eccellenza: l’emergenza. Ortigia è stata totalmente gentrificata, trasformata in parco a tema per i turisti ricchi, dove uno spritz non costa meno di 8/10 euro; poi Firenze e Napoli sono in piena crisi abitativa, a causa del nuovo predatorio capitalismo immobiliare degli affitti brevi, come Milano, Bologna, Firenze e Roma. Poi sono stata a Campi Bisenzio, vicino Firenze, per il Festival della letteratura working class organizzato da Edizioni Alegre e dal Collettivo di fabbrica Gkn e ai vari eventi di convergenza convocati da loro nell’ultimo anno: ossigeno puro (o forse dovrei dire benzina?) in questa disperante paralisi, che per me ha anche significato l’ufficializzarsi di una crisi (che vivo e porto avanti da molto tempo) dei saperi, della cultura e della letteratura letta, studiata, elaborata, ereditata, commentata, acquisita da sempre: quella borghese. Perché la letteratura working class non si chiama letteratura e basta?
In\trevoir: per seguire e sostenere il collettivo di fabbrica ex GKN: instagram; facebook.
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Inverso: Iniziando a gamba tesa (metafora calcistica di cui sappiamo poco e nulla), tra le varie domande che abbiamo pensato di farti, volevamo chiederti innanzitutto: secondo te, come potremmo definire l’epoca che stiamo vivendo oggi?
Simona: È possibile definirla in tanti modi, in realtà, a seconda degli aspetti che si vogliono mettere in risalto, che siano nuovi o meno: Antropocene, Capitalocene, Wasteocene, Ritorno al fascismo, Crisi climatica, Controrivoluzione, Collasso ecosistemico, ma anche epistemologico, psico-cognitivo, logico ed etico della specie umana, Sesta estinzione di massa, ecc. Tutte queste definizioni afferiscono, più o meno, al capitalismo e alle catastrofi da esso prodotte, che sono anche le sue contraddizioni, perché minano le sue stesse condizioni di possibilità. La cosa tragica è che all’orizzonte non sembrano esserci altre forze in grado di abbattere il capitalismo se non il collasso ecosistemico stesso, che però ci farà anche estinguere. Anni e anni fa si borbottava Socialismo o barbarie, siamo sempre lì; la novità è che ora si tratta di progettare e lottare per modi di produzione che ci evitino non solo la barbarie, ma la stessa estinzione nostra e altrui. Tuttavia, nei percorsi di cura delle patologie legate alle dipendenze o ai comportamenti autolesivi e autodistruttivi, insegnano che non si può salvare chi non si vuole salvare.
***
Inverso: Trovi differenze tra il contesto italiano e quello di altri Paesi vicini? Oppure, all’interno dello stesso panorama nazionale, tra il contesto nord e sud? È ancora valido in questo senso il concetto di subalternità?
Simona: Il concetto di subalternità sarà valido finché saranno in vigore sistemi economico-politici che producono disuguaglianze, quindi subalternità. Ovviamente sono presenti numerose differenze tra il contesto italiano e quello estero, così come tra nord e sud Italia, o nord e sud del mondo, perciò ci sono vari tipi di subalternità: economiche, geografiche, di genere, ecc. Nel sud del mondo, come nel sud Italia, come in tutti i luoghi subalterni, l’ingiustizia è più cruenta, il welfare viene smantellato per primo, gli effetti del riscaldamento globale si fanno sentire prima, ecc.
Per tornare alle differenze esperite con i contesti esteri, quest’estate ho avuto il privilegio di potermi permettere due viaggi all’estero: il primo ad Atene e nell’Attica, il secondo on the road in Portogallo da Faro a Porto. La prima differenza rispetto all’Italia riguarda le concessioni balneari: nei due Paesi da me visitati la quasi totalità delle spiagge non è stata espropriata a vantaggio dei privati, ma è libera, pubblica e accessibile. Ad Atene ho visitato soprattutto Exarchia, il quartiere anarco-comunista, epicentro di tutti i riots ateniesi avvenuti dal 2008 in poi. Lì ho respirato aria di casa, aria di democrazia non rappresentativa, aria di autodeterminazione, lì gli art. 33 e 35 della mai promulgata Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1793 sono sostanza reale del corpo sociale. Per chi non li avesse presenti: art. 33 – “La resistenza all’oppressione è la conseguenza degli altri diritti dell’uomo”; art. 35 – “Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri.”
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Inverso: Oggi giorno, secondo te, si potrebbe parlare di una subalternità globale intesa come l’idea di Stati centrali e Stati periferici alla Wallerstein, o addirittura di una subalternità dell’umano più in generale?
Simona: Trovo la domanda male impostata. In primo luogo perché l’umano in generale esiste solo in alcuni dipartimenti universitari ben tumulati dall’avorio. In secondo luogo perché parlare di subalternità dell’umano in generale in un mondo profondamente specista e antropocentrico è un delirio fantascientifico. Tuttavia oggi va molto di moda nella forma del vittimismo dei dominanti, ovvero quei soggetti che, in un sistema di ingiustizie, gerarchie e privilegi, hanno una posizione di dominio (di classe o simbolico o razziale o di genere o di specie o di orientamento sessuale) e, ogni qualvolta vengono criticati o attaccati da un soggetto subalterno portatore di un’istanza critica (che può essere marxista o ecologista o femminista o decoloniale o anti-eteronormativa), urlano alla censura, al pericolo liberticida, finanche al fascismo, o più in generale a ogni forma di dittatura (da quella gender, a quella ecoterroristica). Così facendo, attuano quel rovesciamento e quella ricolonizzazione semantici tipici non solo della letteratura orwelliana, ma anche della controrivoluzione in atto, che utilizza il linguaggio illuminista della democrazia, della libertà di pensiero e di opinione per difendere posizioni maschiliste, razziste, classiste e colonialiste, per ristabilire l’egemonia che sente di stare perdendo, per demonizzare e stigmatizzare le spinte progressiste di giustizia sociale.
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Inverso: Dalla pandemia al progressivo emergere di nuovi conflitti e guerre tra Stati in giro per tutto il mondo, può essere che qualcosa nel mondo si sia rotto? Se si, secondo te di che frattura stiamo parlando?
Simona: Da un lato la storia è fatta di fratture e rotture continue, così come di guerre e conflitti, ma ciò va detto, pensato e sentito senza il cinismo e la disillusione di chi è salvaguardato dalle briciole dei suoi privilegi o di chi i propri neuroni mirror (dimostrazione neuroscientifica della naturale empatia dell’animale umano, benché sempre passibile di sospensione o negazione) li ha persi in qualche boutique del centro.
Dall’altro lato quello che caratterizza la modernità capitalistica e coloniale è la sua coerenza inferica, l’eterno ripetersi dell’identica logica estrattivista, espropriante, genocidaria, l’imposizione della sua ontologia e della sua politica come totalizzanti, naturali, irreversibili, inevitabili, necessarie, eterne, senza via d’uscita. All’interno di questo realismo capitalista totalitario l’unica novità possibile è il nuovo come merce. Queste spinte sono ancora in atto, anche perché non sono ancora riuscite a sussumere l’intero esistente né tutte le forme di vita antagoniste o alternative. Questa la buona notizia. La brutta notizia è che ad essersi rotto (nella doppia accezione di danneggiato e di spazientito, peccando di antropomorfizzazione) è il sistema che convenzionalmente in Occidente chiamiamo “Terra”. A fronte della conoscenze a disposizione almeno dagli anni ‘70, l’ecocidio in atto è la forma di autolesionismo più irrazionale che si sia verificata nella storia biologica, ma è anche la contraddizione principale del capitalismo, il quale, così come per continuare a esistere e a fare profitto ha bisogno di forza-lavoro sempre nuova da mandare a lavorare o a morire in guerra, avrebbe bisogno che il mondo esista. E invece nel 1992, durante il primo vertice mondiale sul clima, G.W. Bush sentenzia: “The American lifestyle is non-negotiable”, ovvero: sticazzi della fine del mondo, sticazzi della fine delle condizioni logico-ontologiche che rendono possibile, anche, la vita americana.
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Inverso: La rubrica di In\trevoir ti ha volut* chiamare per farti alcune domande sulla società odierna, confidando nell’idea che la condivisione dei pensieri tra le varie penne sia fondamentale per svecchiare il fare e il pensare la cultura oggi. Tu che cosa ne pensi? Qual è lo stato di salute dell’ambito culturale italiano oggi?
Simona: Il sistema culturale italiano non è avulso dalle logiche che dominano al di fuori di esso: primariamente quelle di mercato e in secondo luogo quelle feudali che vedono ancora la cultura appaltata a un sistema di stampo mafioso che sembra inscalfibile. Benché la poesia possa sembrare un ambito alieno a queste dinamiche, anch’essa è praticata da soggettività che sono pienamente contaminate da e conniventi con esse. Ciò non accade sempre per adesione convinta: più spesso alla base troviamo quella disillusione politica prodotta dal realismo capitalista e quella disperazione socio-simbolica derivante da varie forme di subalternità, alle quali purtroppo si oppone una volontà di riscatto declinata in chiave esclusivamente individualistica.
Per fortuna ai margini di questo impero egemonico esistono realtà editoriali e comunitarie differenti, i cui sforzi stanno permettendo la circolazione di e il dibattito su saperi e pratiche che propongono nuovi concetti, che si pongono in modo critico e che sono latori delle istanze antagoniste della subalternità di cui parlavo prima (antispecismo, femminismo intersezionale, pensiero decoloniale ed ecologico, ecc.), che trovo essenziali per leggere e comprendere la realtà contemporanea, oltre che per svecchiare una cultura, come quella italiana, in generale molto riottosa all’aggiornamento e al respiro interdisciplinare. La speranza è che persino le scrittrici e gli scrittori di poesia riescano a portare i loro testi all’altezza, contenutistica e formale, delle questioni attuali.
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Inverso: Da questo punto di vista, secondo te, serve ancora a qualcosa questo chiacchierare su temi e questioni del mondo a partire dalla letteratura? Che sia poesia o narrativa, può il discorso letterario essere ancora una voce affidabile per leggere i problemi del mondo?
Simona: Il discorso letterario avrà sempre la possibilità di produrre voci e lenti affidabili per leggere, comprendere e criticare i problemi del mondo: beninteso, a patto che li affronti. Il punto è, a mio avviso, un altro, ossia la percentuale delle persone che di letteratura fa e potrà fare uso, che è sempre meno, conseguenza di una politica mirata che da decenni svaluta la cultura e lo studio, taglia fondi alla ricerca e all’istruzione pubblica, legittima la fiera ignoranza, marginalizza e squalifica ogni tipo di discorso complesso, critico e antagonista. Attualmente credo che, rispetto alla fertilità dei saperi critici pubblicati e tradotti negli ultimi anni, il discorso letterario italiano pecchi di una debolezza che deriva dal fatto di non starne facendo particolarmente uso, e questo anche a causa della sua natura profondamente borghese e reazionaria.
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Inverso: A oggi, quale ruolo può assumere quindi la poesia e la letteratura in un contesto del genere?
Simona: Il ruolo dipende sempre dai rapporti di forza. Se ad occuparsi, in sede di produzione e di fruizione, di poesia e letteratura di qualità sono quattro gatti, non vedo quale ruolo pubblico queste possano assumere, soprattutto se nella maggior parte dei casi si fanno portavoci delle ideologie dominanti. Anche per questo l’ambizione in poesia è ridicola. Credo che oggi un ruolo molto più rilevante lo abbiano i saperi critici diffusi dalla saggistica e quel sempre più raro giornalismo d’inchiesta. Abbiamo bisogno di ritrovare dimestichezza coi fatti del mondo all’interno di nuovi immaginari e nuovi quadri concettuali.
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Inverso: Se la letteratura può essere considerata tale quando essa rappresenta un atto necessario. Qual è l’atto necessario che serve oggi? Cosa raccontare? Cosa comunicare? Può la poesia e la letteratura suggerire qualcosa alla sociologia, intesa qui come lo studio-analisi del mondo e dei fenomeni di un’epoca?
Simona: Politica e letteratura sono due pratiche inventive, immaginative, finzionali che hanno la capacità di inventare delle forme, di immaginare degli spazi, in cui i ruoli e i rapporti cambiano, modificando le condizioni della loro visibilità all’interno della scena comunitaria. Per questo la letteratura è politica nella sua essenza, non per quello che dice, ma per quello che fa. Tuttavia non credo che si possa parlare a partire dall’orizzonte letterario, che è un orizzonte che si poggia su altri livelli, come quello dell’alfabetizzazione, dell’istruzione, della distribuzione dei libri, delle vendite nel mercato editoriale. Perché chiedersi cosa raccontare e cosa comunicare, se nessuno leggerà quel testo? Se le leggi di mercato lo espelleranno dalle case editrici importanti e dalle librerie? E ancora più a monte: se nessuno sarà reso in grado dal sistema educativo nazionale prima di tutto di comprenderlo e poi magari anche di apprezzarlo? La politica della letteratura ha davvero senso se prima si discutono quelle politiche che materialisticamente la precedono.
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Inverso: All’inizio dell’intervista ti abbiamo chiesto di indicarci un brano musicale e alcuni scatti Jon Rafman in grado di rappresentare il presente di oggi. A questo proposito, ci potresti far legger alcuni dei tuoi testi che secondo te possono rispecchiare ancora meglio il tuo presente, il tuo personale vivere di oggi.
Da Lebensformen (Inedito)
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Da qualche parte lungo un diametro di 93 miliardi di anni luce.
Perdono pezzi, persone, palpebre, petali.
Quasi certamente provano dolore.
Potrebbero gridare e non possono.
Non si sa cosa le abbia uccise, uccida, ucciderà.
Quando riescono, abortiscono.
Covano uova, tumori, pus, angeli nuovi.
Fuggono davanti al passo impacciato e gommoso, monumentale, delle stampelle.
Nelle giornate migliori e senza nuvole vengono licenziate con un sms.
Continuano a voltolare anche dopo essere state liberate dalle gabbie.
Alla speranza preferiscono il rancore.
Possono sopravvivere al congelamento per 24 mila anni.
Scavano nei pavimenti per coprire le loro tracce, non farsi trovare dal mercato.
Mentre sono al bar con le hits anni ‘90, l’endometrio si spappola, la paura di attraversare il parco di notte.
Le ritrovano legate ai letti, piegate nei frigoriferi, intrise di urina; la pelle molle e piagata.
Aggrovigliate in elastici per capelli, guarnizioni di plastica, braccialetti di identificazione.
Durante le manifestazioni respirano gas che inducono sanguinamenti, crampi, aborti; si accasciano nella sicurezza.
Vivono nell’acqua dolce, in foresta, lì dove c’è ancora.
In tute bianche e mani in alto, vengono caricate sotto gli archi degli arcobaleni.
Dove non ci sono alternative di reddito, praticano il bracconaggio.
Soffocate dall’azoto liquido, precipitate da un’impalcatura o schiacciate da un tir.
Alcune danzano euforiche davanti alla possibilità permanente che altro si dia.
Costrette a mutare, mangiare, maledirsi in idiomi antichi, regionali.
Vedono il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, tra predazione e simpoiesi.
Devono fare i conti con la povertà, ricavarne alimenti, cure, fibre.
Quando vengono colpite da domande sul futuro, febbrìcitano.
Vogliono lasciare il mondo in condizioni migliori di come lo hanno trovato.
Sono morte tutte assieme 50 milioni di anni fa.
Per ridurre la probabilità di essere stuprate o divorate si spostano in branchi, in sciami, in greggi, in mandrie, in bande.
Tentano l’uso delle code, di impiccarsi.
Inventano storie ambientate nel non c’è niente da fare degli esperti.
Durante il corteggiamento depositano pacchetti di sperma sul terreno.
Albeggiano, facendo graffiti, spazzando via il decoro.
Sulle spiagge fotografano bagnanti, naufraghe, intestini ripieni di plastiche.
Davanti alla gentilezza hanno attacchi di panico.
Impiegano 400 anni per decomporsi.
In condizioni di assoluta realtà non riescono a rimanere sane.
Nascono in enormi incubatori, agiscono per organizzare il pessimismo.
In un altroquando sarebbero state bruciate vive.
Partoriscono da sole, nelle celle, le sentono urlare fuori dalla cittadinanza.
Se rimangono gravemente ferite sul campo, vengono riportate al nido e mangiate.
Eparina, emicrania, vomito, delirio.
Dopo anni si risvegliano, raggiungono la temperatura di mille gradi, zampillando.
Si attorcigliano sui letti, si rompono in lampi, acque.
Rimandano il sesso al weekend, all’estate ventura, all’età della pensione.
Nel fondo, soffocate durante la tratta.
Organizzano rave di musica techno per bloccare i camion degli aiuti umanitari.
Danno alla luce prole sotto forma di dolore.
Sono le cose che sono, venute per spaventare.
Tutto bagnato urla.
Jon Rafman (1981) è un artista canadese che, tra i suoi molti progetti multimediali, dal 2008 porta avanti il progetto 9 Eyes, meglio conosciuto come Nine Eyes of Google Street View. Questo progetto artistico di new media art, dall’anno del suo avvio a oggi (progetto ancora in corso) consta di centinaia se non migliaia di momenti ‘catturati’ dall’artista nel corso degli ultimi quasi vent’anni di mappatura di Google Street View (la famosa macchina che se ne va in giro fotografando tutte le strade del mondo). Gli scatti ‘rubati’, in questo senso, hanno permesso di salvare ogni anno da quasi ogni parte del globo quelle che potremmo comunemente definire ‘scene inaspettate’ e che la cara macchinina di Google, passando, si è trovata a immortale. Prostitute, carri armati, arresti, scene di violenza ma anche panorami mozzafiato, momenti comici e assurdi, nonché glitch fotografici della telecamera, tutto questo è all’interno di Nine Eyes of Google Street View. Un mondo, insomma, senza filtri e che si mostra in questi scatti nella sua totale stranezza e inquietudine.









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